giovedì 5 aprile 2018

L'idiozia della realtà

rosset sileno

Inattuale, tragico, irresistibilmente gioviale, un ubriacone inveterato, questo è stato Clément Rosset, scomparso questo mercoledì 28 marzo 2018, all'età di 78 anni. La sua opera è un inno alla gioia, a quella gioia di vivere che scaturisce dall'amore incondizionato di un uomo che si è liberato di ogni contraffazione e che ha riportato tutto alla sua pura immanenza.

Clément Rosset (12 ottobre 1939 - 28 marzo 2018 )

Clément Rosset, scomparsa di un idiota
- di Robin Touillon -

È stato in un certo qual modo l'idiota del villaggio filosofico, una sorta di "babbo natale" provenzale, un irresponsabile monello panciuto dal volto generoso, i capelli arruffati, gli occhi vivaci e lo sguardo malizioso, il naso rosso ed il sorriso di un giocatore ubriaco ed allegro, l'aria di un bambino avido di facezie, sempre pronto a raccontare una qualche aneddoto gustoso o fare un qualche scherzo ribaldo. E tuttavia quando spalancò i suoi occhi blu di fronte alla sorpresa dell'eterna rinascita del reale, assunse il viso dell'antico saggio, se non del profeta illuminato.
In ogni caso, quel genere di giullare di cui le persone serie fanno volentieri a meno, e che, per una qualche buona ragione, è sempre rimasto ai margini del rispettabile sistema accademico. Cosa che non era spiacevole, che insegnò per 31 anni sotto il cielo azzurro di Nizza (che aveva così tanto ispirato il suo maestro Nietzsche), e che gli fece scrivere tutta la sua opera in spregio al formalismo della Sorbona, con uno stile attento ed elevato, leggero e divertente, che mescolava allegramente i riferimenti più eclettici, che andavano da Kant a Hergé, passando per il teatro di Courteline e per la musica di Offenbach

L'idiozia del reale
Trattarlo da idiota non significa affatto insultarlo, ma è al contrario un modo per rendergli omaggio, nella misura in cui tutti i suoi sforzi filosofici hanno consistito nell'inseguire i retro-mondi, al fine di restituire la sua «idiozia» al reale, la sua idiozia nel senso etimologico del termine, vale a dire il suo carattere «semplice, particolare, unico», «senza riflesso né doppio». Il reale, secondo la concezione nominalista di Clément Rosset, non rimanda ad alcuna esternalità. Ma è una tautologia insuperabile, sottomessa in maniera ineluttabile al principio di identità che vuole che A sia A, che un essere non sia altro che sé stesso, determinato ma fortuito, necessariamente qualunque, distinto da tutti gli altri al punto da essere assolutamente insignificante.
A dire il vero, sono rari coloro che possiedono una simile lucidità, la sensazione di essere autosufficienti. Fra questi eletti, bisogna annoverare chi è sbronzo. A volte i suoi occhi vedono doppio, eppure è lui quello che riesce a percepire la semplicità, mentre l'uomo sobrio recupera il reale dei suoi preconcetti. L'ubriachezza restituisce il reale in quanto permette che si possa nuovamente stupire, perfino meravigliare, permette di sorprendersi e di sbalordirsi, e non di una cosa e delle sue qualità, ma del fatto che una cosa esista, che questa cosa esista, del fatto che sia essa, e nient'altro che essa, né più né meno. «(...) guarda, guarda lì, c'è un fiore, è un fiore, ti sto dicendo che è un fiore...».
A prescindere, e qualunque sia l'inclinazione per il bere, Rosset non pretende affatto che l'ubriachezza sia l'unica via di accesso al reale. Ci si può ubriacare anche di poesia e di virtù, e perfino di filosofia. Ed è proprio in questo senso che il nostro autore reinterpreta Parmenide, l'antico pensatore presocratico, contrariamente a quel che fanno le solite letture che ne vorrebbero fare il precursore dell'ontologia platonica, dando invece alla sua celebre massima, una profondità inedita senza precedenti. «Bisogna dire e pensare che ciò che è è: in quanto ciò che esiste esiste, e ciò che non esiste non esiste». Quello che sembra essere nient'altro che un futile truismo, si rivela come una condanna, grave ed irrevocabile, come un salutare avvertimento: poco importa quali possono essere le velleità della nostra immaginazione, è impossibile sfuggire al reale!

rosset parmenide

L'illusione del Doppio
Eppure, è esattamente proprio questo, secondo Rosset, il difetto dell'uomo: «non esiste niente di più debole della capacità umana di ammettere la realtà, l'incapacità di accettare senza riserve l'imperiosa prerogativa del reale». Resistendo all'immanenza amara del reale, l'uomo tenta di duplicarlo, tenta di rivestirlo con un surrogato che egli suppone possa rivelare il suo vero significato. Secondo questa struttura del Doppio, «la realtà immediata può essere riconosciuta e compresa solo a condizione che possa essere considerata come l'espressione di un'altra realtà, l'unica che le possa conferire il suo senso e la sua realtà». Questo atteggiamento, lo si ritrova praticamente in tutta la tradizione metafisica occidentale, a partire da Platone che oppone il sensibile all'intellegibile, per arrivare fino ad Heidegger che distingue l'essente dall'essere. E dietro questo tentativo di svalutare l'apparente relativamente ad un "nascosto" giudicato più autentico, si nasconde il desiderio segreto di negare una realtà rispetto alla quale siamo incapaci di essere soddisfatti. Alla base del Doppio giace la duplicità dell'impotenza. E la tragedia sta nel fatto che il reale non si lascia congedare: messo alla porta, rientra dalla finestra. E questa la grande lezione di Edipo: il destino cui speravamo di sottrarci, immancabilmente torna a colpirci in pieno volto. «La profondità e la verità della parola dell'Oracolo, non consiste tanto nel predire il futuro, quanto nel sottolineare la necessità asfissiante del presente, il carattere ineluttabile di quel che sta accadendo adesso (...) Nessuna scappatoia - nessun Doppio: è questo quel che viene annunciato dall'Oracolo».
«Non c'è nulla di così bello e di così legittimo come far bene e dovutamente l'uomo, né scienza tanto ardua quanto quella di saper vivere bene e con naturalezza questa vita; e la più bestiale delle nostre malattie è disprezzare il nostro essere», ha scritto Montaigne, che era un altro importante riferimento di Rosset.
Ma le uniche vittime non sono i filosofi. L'illusione del Doppio, nel mondo, è la più condivisa, e vi soccombiamo tutti, nel momento in cui cerchiamo di scoprire la nostra identità personale; questo «vero sé», intimo, che non sarebbe affatto riassumibile nella nostra identità sociale. Vogliamo credere che il nostro censimento amministrativo, la nostra situazione professionale, e con essa tutto l'insieme delle nostre azioni, non esauriscano ciò che siamo. E così ci mettiamo alla ricerca di un vero sé, il quale precederebbe tutte queste contingenze, e sopravvivrebbe ad esse. E nel mentre soffriamo cercando di scoprirlo attraverso l'introspezione pura, chiediamo agli altri di confermare quella rappresentazione che di noi stessi intendiamo dare, ed ottenere così in prestito un'identità. Da qui, il giudizio cinico di Rosset, ovviamente estraneo al concetto di persona: «L'intercessione dell'amore non sfocia nel donare sé stesso all'altro ma nel ritrovare un sé che si affida all'altro, vale a dire, costringendo il mio pensiero, a suo danno». Ed in realtà è per disamore nei propri confronti che inventiamo un sé, il quale sarà sempre fittizio e deludente, dal momento che l'immagine di sé si riferisce sempre ad altri, e prima o poi contraddirà la rappresentazione di noi stessi che abbiamo. Ancora una volta, l'idiozia della realtà finirà per riprendersi i suoi diritti. In ultima analisi, non c’è niente che possa definire la nostra idiosincrasia meglio di quanto possa fare il codice fiscale della nostra tessera sanitaria, «e meno di noi ne sappiamo, meglio ce la passiamo».
Un'altra figura del Doppio, quella della nostalgia, oppure la sua controparte, quella dell'ottimismo. Vale a dire, non per accogliere la singolare presenza di ciò che esiste, bensì percepire l'essere solo come la rovina di ciò che è stato, oppure la promessa di ciò che sarà. «Le idee relative al cambiamento del mondo ed alla fine del mondo sono finalizzate ad un solo e medesimo esorcismo del reale, e a tal fine condividono lo stesso vantaggio: il prestigio affascinante e ambiguo che deriva da tutto ciò che non è in relazione con ciò che esiste, ma che è "altrimenti" rispetto a quello che c'è qui». Entrambi questi atteggiamenti condannano l'uomo ad inseguire una chimera e a mancare all'appuntamento con  il presente che gli si offre. Come conseguenza, si assiste, in Rosset, ad un incredibile distacco rispetto alla politica. Un disinteresse rivendicato, che viene presentato anche come se fosse una delle virtù della filosofia, «una virtù che da sé sola sarebbe sufficiente a far sì che venisse dichiarata di interesse pubblico (e privato): la funzione della smobilitazione - la smobilitazione generale». Il saggio, forse, è troppo vicino alla realtà per poter essere di questo mondo.

Rosset-Cement-2

La gioia, malgrado tutto
Oppure, per dirla diversamente, è troppo felice per preoccuparsi delle dispute mondane. Poiché, quello che non abbiamo ancora detto - e che tuttavia è essenziale - si riferisce  al fatto che questa attenzione nei confronti della realtà immanente - lungi dall'essere una sofferenza insopportabile rispetto alla quale solo un Doppio può darci sollievo - può rivelarsi fonte inesauribile di gioia. E inoltre Rosset sostiene che si tratta dell'unica vera gioia. L'allegria, infatti, non è mai completa se dipende dall'una o dall'altra circostanza, da questo o da quel bene posseduto o sperato; se è quindi suscettibile di estinguersi nel momento in cui cessa ciò che la motiva. La giova deve emanare da un'approvazione incondizionata della vita, da un amore per la realtà di per sé stessa, da un'esultanza gratuita nei confronti di ciò che esiste. In questo, essa rimane fondamentalmente illogica, irrazionale, totalitaria, brucia la candela da entrambi i lati, e di conseguenza è amorale fino alla crudeltà. Non nega affatto quelle che sono le tribolazioni dell'esistenza (che l'autore, grande conoscitore di Schopenhauer ed amico di Cioran, non può ignorare): tragico, le supera. Le ha già viste tutte, e se gli viene concessa la gioia, questa sarà «in aggiunta». Come dice Rosset, «la gioia ha questo in comune con la femminilità, che rimane indifferente ad ogni obiezione».
Come riconosce egli stesso, questa beatitudine non ha niente di simile alla grazia cristiana, un dono gratuito ed inspiegabile da parte di Dio che procura al credente una gioia incommensurabile che è indipendente da qualsiasi afflizione. Si sarebbe tentati di prolungare il suo pensiero - significherebbe tradirlo? - suggerendo che il Dio cristiano costituisce l'eccezione di un Doppio, o di un Altro, che realizza il reale senza abolirlo.
In ogni caso, voglio ricordare la carità di questo buon vecchio Rosset, che una sera invitò al suo tavolo uno studente sconosciuto che passava provvidenzialmente di là, e che gli offrì un po' del suo vino e che egli accettò con entusiasmo. Rimarrà per noi questo singolare e commovente mistero di un Sileno toccato dalla grazia.

- Robin Touillon - Pubblicato su Philitt - Revue de philosophie e del littérature -

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