mercoledì 28 febbraio 2018

Laogai

cina lavoro

Laogaï. Così vengono chiamati i campi di lavoro forzato nella Repubblica popolare cinese. Letteralmente, la traduzione significa " rieducazione per mezzo del lavoro ". A partire dagli anni '50, e seguendo il modello sovietico del gulag, Mao Zedong fece costruire in tutto il paese un grandissimo numero di questi campi di lavoro. Secondo alcune ONG, ci sarebbero oggi ancora circa quattro milioni di prigionieri detenuti in questi campi. Detenuti in condizioni estreme, questi prigionieri sono costretti a produrre delle merci, destinate anche al mercato europeo. Fra i detenuti, ci sono dei criminali, ma assai spesso per lo più si tratta di dissidenti nei confronti del Potere. Il documentario di Hartmut Idzko, "Laogaï - il gulag cinese", mette in scena la traumatica testimonianza di tre ex prigionieri di quei campi: il tibetano Ama Adhe, lo scrittore e musicista Liao Yiwu, e  Harry Wu, fondatore della  Laogaï Research Foundation.

«In pratica, tutti i prodotti a basso costo cinesi provengono dai campi di lavoro.»

cina idzko

Hartmut Idzki, per molti anni giornalista e corrispondente per l'Asia della prima rete pubblica tedesca (ARD), parla in quest’intervista del suo film, "Laogaï - il gulag cinese", del lavoro forzato in Cina, eretto a sistema, e del peso che i campi di lavoro hanno sull'economia del paese.

Arte Info: Nel tuo film, tu affronti il problema dei "laogaïs", dei campi di lavoro in Cina. Tocchi un argomento molto delicato. Hai avuto problemi a girare questo film?

Hartmut Idzko: Dopo aver saputo dell'arresto di numerosi colleghi giornalisti, non ci siamo nemmeno più arrischiati ad andare in Cina. A questo punto la situazione era talmente delicata che non c'era un solo operatore disposto a tornare con me sul posto. Le immagini si trovano presso uno dei protagonisti del documentario, Harry Wu, il creatore della fondazione di Ricerca sul Laogai. Per anni, ha continuato a suonare il campanello d'allarme riguardo la situazione catastrofica che regna nei campi di lavoro. Wu stesso è rimasto per vent'anni internato in un campo di lavoro. Alla fine, è riuscito a fuggire negli Stati Uniti. In seguito, è tornato in Cina munito di passaporto americano ed è entrato clandestinamente nei campi di lavoro per mostrare in quali condizioni si produce per l'esportazione.

Arte Info: Tu sei stato per anni un corrispondente in Asia per l'ARD. Sul posto, avevi mai sentito dire dell'esistenza di questi campi di lavoro?

Hartmut Idzko: Naturalmente, sapevo che in Cina, negli anni '50, all'epoca di Mao, c'erano numerosi campi di lavoro. Ma è stato solo dopo la mia visita al museo "laogaï", a Washington, che ho appreso che questi campi esistevano sempre, ed in gran numero. Questo è stato uno shock! Oggi, esistono più o meno un migliaio di campi, praticamente quasi uno per ogni città cinese. Si stima che attualmente vi siano internati quattro milioni di persone. Questi sono spesso degli oppositori del regime, e non delle persone condannate per reati comuni. Il governo cinese può imprigionare le persone fino a quattro anni, senza alcun processo. Più di recente, sono stati internati più di 180 attivisti per i diritti civili. Questo genere di arresti, in Cina sono all'ordine del giorno. Da noi, nel migliore dei casi, se ne parla solo un trafiletto sui giornali...

Arte Info: Perché i media europei sono così insensibili ad una simile questione?

Hartmut Idzko: A causa degli interessi economici in gioco, è evidente! La Germania, ad esempio, è il primo partner commerciale della Cina in Europa, e non intende mettere in pericolo queste relazioni. Ci troviamo ad essere, in larga misura, dipendenti dalle esportazioni cinesi.

Arte Info: In che modo i campi cinesi si distinguono dai campi di lavoro in Unione Sovietica, o da quelli tedeschi durante l'epoca nazista?

Hartmut Idzko: La grande differenza, è l'amministrazione del campo, il quale dipende dalla forza lavoro dei detenuti, cosa che non avveniva nel caso dei gulag o dei campi di concentramento. Il personale del campo non percepisce un salario versato dallo Stato, ma vive di quello che producono i prigionieri. Questo spiega il motivo per cui nei campi cinesi non abbiamo uno sterminio mirato come avveniva coi nazisti. Le guardie hanno interesse a che i detenuti rimangano in vita, per poterli sfruttare. I campi fanno parte delle amministrazioni regionali. Perciò sarebbe illusorio cercare di porre fine a questo sistema, partendo da Pechino.

Arte Info: Precedentemente, in Cina, i lavoratori forzati venivano utilizzati per la costruzione di infrastrutture e nell'agricoltura. Ora, che ruolo giocano nell'economia cinese?

Hartmut Idzko: Le cifre esatte non vengono rese pubbliche, ovviamente. Ma si può ritenere che i campi di lavoro contribuiscano massicciamente all'economia del paese. È un mercato che ammonta a miliardi. Spesso, si tratta di fabbriche moderne che vengono visitate dagli europei e nei quali si può venire direttamente a fare degli ordinativi. Ma, dietro la facciata, non vedono la prigione nella quale viene prodotta la merce: decorazioni natalizie, imballaggi per l'industria farmaceutica, abiti, animali di peluche, o parti di ricambio... Praticamente, ogni prodotto cinese a buon mercato che troviamo nei nostri supermercati è stato fabbricato in un campo di lavoro. Senza i laogaïs, la Cina non sarebbe in grado di produrre a prezzi così bassi.

Arte Info: Nel tuo film, si parla anche di traffico di organi nei campi di detenzione.

Hartmut Idzko: Si tratta di un altro affare succoso che ha a che fare con un commercio che vale milioni. In Cina, continua ad esistere la pena di morte. In passato, i condannati venivano giustiziati dopo essere stati giudicati in un processo pubblico; oggi, l'esecuzione viene praticata dietro i muri di una prigione. Ho saputo, da testimoni oculari, che durante le esecuzioni, ci sono delle ambulanze parcheggiate all'interno del campo. Subito dopo la morte, si prelevano gli organi dei condannati per poi venderli sul mercato. Da questo, traggono profitto sia gli ospedali che le prigioni.

fonte: Arte Info

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