venerdì 23 febbraio 2018

Lello e Walter

disagio

Cosa succede se un'intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare - o nella peggiore delle ipotesi mantenere - la propria posizione nella piramide sociale, scopre all'improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà dei privilegi e che non basteranno né l'impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento? Cosa succede quando la classe agiata si scopre di colpo disagiata? La risposta sta davanti ai nostri occhi quotidianamente: un esercito di venti-trenta-quarantenni, decisi a rimandare l'età adulta collezionando titoli di studio e lavori temporanei in attesa che le promesse vengano finalmente mantenute, vittime di una strana «disforia di classe» che li porta a vivere al di sopra dei loro mezzi, a dilapidare i patrimoni familiari per ostentare uno stile di vita che testimoni, almeno in apparenza, la loro appartenenza alla borghesia. In un percorso che va da Goldoni a Marx e da Keynes a Kafka, leggendo l'economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia, Raffaele Alberto Ventura formula un'autocritica impietosa di questa classe sociale, «troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per realizzarle». E soprattutto smonta il ruolo delle istituzioni laiche che continuiamo a venerare: la scuola, l'università, l'industria culturale e il social web. Pubblicato in rete nel 2015, "Teoria della classe disagiata" è diventato un piccolo culto carbonaro prima di essere totalmente riveduto e completato per questa prima edizione definitiva.

(dal risvolto di copertina di: Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata, Minimum Fax, 2017 - 262 pagine)


Lotta di classe disagiata
- di Luca Mastrantonio
-

Cos’hanno in comune il conte Mascetti di Amici miei, Walter White di Breaking bad, un precario in coda per il nuovo smartphone a rate e lo stagista che paga per lavorare? Sono, in contesti e a livelli molto diversi, esponenti della «classe disagiata», il ceto medio impoverito dalla crisi, che si percepisce persino più povero di quello che è realmente, perché gli era stato promesso — o si è auto-promesso — un radioso avvenire, di crescita, di successo. Questo disagio, dovuto ad ambizioni frustrate, è diffuso tra chi vive al di sopra dei propri mezzi, all’ombra di un’infanzia dorata o abbagliato da un futuro illusorio. Colpisce soprattutto le generazioni successive ai babyboomers, in particolare i millennials che, per altro, usano spesso come sinonimo di «che imbarazzo» l’espressione «che disagio». Vale per tutti, ed è magra consolazione.
Ad esempio. Sto scrivendo questo articolo su un treno dove ho trovato un’offerta per un biglietto premium; per chi vuole, è compreso un bicchiere di prosecco, che mette subito allegria e orienta già la risposta difronte al celebre dilemma da treno alta velocità: «Dolce o salato?»; la busta del «salato» è chiusa, e questo alza le mie aspettative che, però, vengono presto deluse: dentro c’è una confezione di tarallucci, di quelle da 40 centesimi al distributore automatico in ufficio. Non ho pagato abbastanza per avere uno snack «salato» più sfizioso? O è colpa del prosecco «offerto» che mi ha tratto in inganno? Così diffuso e a basso costo che può essere affiancato ai tarallucci... Trovo la risposta in Teoria della classe disagiata, un lucidissimo saggio di Raffaele Alberto Ventura, che ha in copertina un’immagine efficace: una bottiglia di champagne vuota, con dentro un tovagliolo, a suggerire la rabbia senza combustibile della classe disagiata. Una patetica molotov scarica.
Ventura (noto su Facebook come Eschaton, il libro è pubblicato da Minimum fax) capovolge con abilità la Teoria della classe agiata, di Thorstein Veblen (Einaudi), per cui l’appartenenza alla classe agiata si manifesta attraverso beni di lusso, status symbol, oggetti che si desiderano per emulazione dei vincenti e per distinzione dai perdenti. Lo champagne, ricorda Ventura, è il tipico status symbol dei ricchi, ma oggi grazie al progresso industriale può essere prodotto in quantità maggiore, con conseguente abbattimento dei costi, maggior consumo e perdita del valore simbolico. Il lusso, per l’effetto Veblen, deve costare, sennò non è lusso.
La spinta a desiderare alcuni beni costosi per il prestigio che offrono, la riconoscibilità, il posizionamento sociale è arrivata dal boom economico liberista ma pure dall’imperativo desiderante del ‘68, che ha creato uno strano cortocircuito: le élite culturali del Dopoguerra, di sinistra, reclamavano per tutti il diritto allo champagne e al caviale, ma se ne sono appropriati spesso solo loro. La doppia morale dei radical chic ha creato false aspettative sulla cultura e le possibilità di ascesa che offre.
Ma torniamo al conte Mascetti e White. Lello Mascetti è il nobile decaduto degli Amici miei di Mario Monicelli: fino ai vent’anni si faceva vestire e spogliare dalla servitù, da sposato si è fatto un viaggio di nozze di tre anni e mezzo, portando al guinzaglio un orso. Le cose hanno preso un’altra piega, ma lui fa finta di vivere ancora in quell’epoca d’oro, delira, al punto da chiamare «castello» la catapecchia in cui vive.
Simile, ma con dinamiche e motivazioni diverse, è il caso di Walter White, eroe del disagio contemporaneo, bianco arrabbiato. Nella serie tv Breaking Bad (dal 2008 al 2013), interpretato da Bryan Lee Cranston, White è un prof di chimica la cui vita viene sconvolta dal cancro; per far fronte alle cure, si mette a spacciare. Sinossi brutale, cui sfuggono dettagli importanti: White decide di non rivolgersi a un medico convenzionato con la sua assicurazione, rifiuta per orgoglio un’altra offerta di lavoro, non vuole che la moglie lavori e non vuole rinunciare alla casa con la piscina, simbolo di quella «american way of life» rappresentata dai vicini, dai colleghi, dal cognato poliziotto con cui entra in competizione dedicandosi al narcotraffico. Dunque, la povertà di White è una povertà relativa, scrive Ventura nel libro, come quella di molti americani che hanno votato Trump. Perché il populismo attinge soprattutto alla classe media che si sente disagiata perché vuole accedere agli oggetti simboli di uno status sociale superiore, ma che costano davvero troppo.
Gli esempi di Mascetti e di White sono presi dal libro di Ventura, perché sì, anche la cultura è uno status symbol: sì il valore di un libro aumenta se l’hanno letto le persone giuste (ah, se vi piace Brunori Sas, lui l’ha letto!) e rischia di diminuire se l’hanno letto in troppi; ma tranquilli, non è in classifica, purtroppo, e alcuni prodotti culturali hanno una particolarità: non basta acquistare un libro per appropriarsi del suo valore simbolico, va letto, fatto proprio e l’intelligenza che in tanti ne possono derivare, non si inflaziona come la versione invecchiata di un cellulare dall’obsolescenza precoce.
Quello di Ventura è un libro di cui questa epoca ha bisogno come il pane, andrebbe letto dalla classe dirigente che spesso non ha strumenti per comprendere il disagio profondo degli italiani esposti a illusorie promesse di benessere e in lotta con i loro desideri di affermazione. La scrittura è brillante e il ragionamento mescola teoria economica, sociologia e letteratura, con un capitoletto finale su Checov e Kafka da applausi. Sì, serve un pizzico di coraggio per leggere un libro che mette a nudo le nostre velleità. Il retrogusto è agrodolce. Ma almeno si va oltre il solito dilemma: dolce o salato.

- Luca Mastrantonio - Pubblicato sul Corriere dell'11 Nov 2017 -

giovedì 22 febbraio 2018

AntiLavoro

anti-lavoro distruzione

Alcune precisazioni sull'anti-lavoro
- di Bruno Astarian -

Introduzione
Sul concetto di anti-lavoro regna una certa confusione. A questo non sfugge neanche il mio opuscolo «Aux origines de l’anti-travail» [Echanges et Mouvement, 2005]. La confusione consiste nel non specificare sufficientemente il concetto di anti-lavoro. Da un lato, esso consiste nel collocare nella medesima categoria dell'anti-lavoro alcuni comportamenti, come la pigrizia del lavoratore salariato che cerca normalmente di fare il meno possibile, o come la scelta secondo cui è preferibile la disoccupazione (e la sua indennità), oppure la vita ai margini. Queste pratiche di rifiuto del lavoro, di resistenza, sono vecchie come il proletariato, e non servono a definire l'anti-lavoro moderno. D'altra parte, la confusione consiste nel collocare nella categoria dell'anti-lavoro quelle pratiche di resistenza allo sfruttamento che in realtà sono pro-lavoro, come ad esempio il luddismo. Ora, io ritengo che per quanto riguarda le lotte della nostra epoca (a partire dal '68) - le quali dimostrano che il proletariato non è più la classe che si affermerà nella rivoluzione come la classe del lavoro egemonico, come quella che renderà il lavoro obbligatorio per tutti e che sostituirà la borghesia alla direzione dell'economia - sia meglio mantenere il termine di anti-lavoro.
Per meglio comprendere la specificità che dev'essere associata al termine di anti-lavoro, è necessario assumere una prospettiva storica. Precisiamo che qui siamo interessati alle lotte che si svolgono sul luogo di lavoro, le lotte contro le modalità attuali del rapporto fra i lavoratori ed i loro mezzi di produzione (assenteismo, sabotaggio, indisciplina in generale).

1 - Il luddismo
Il luddismo viene spesso identificato con una reazione spontanea e rabbiosa da parte degli operai inglesi dell'inizio del XIX secolo contro l'introduzione di nuove macchinari. Il fatto che abbiano fatto a pezzi delle macchine fa pensare ad alcune forme moderne di sabotaggio, in special modo nel contesto del lavoro alla catena di montaggio. Questa valutazione, che non è per niente esatta, spiega che il luddismo verrebbe così equiparato all'anti-lavoro.
Ricordiamo le caratteristiche principali del luddismo, che si riassumono in tre episodi, tutti avvenuti nel corso degli anni 1810:
- Gli Stockfinger (filatori di calzini) di Nottingham: oltre ai normali problemi relativi ai salari e alle tariffe, i filatori si oppongono al cut-up (cucitura fatta a partire da tessuto già filato "a maglia") ed al colting (impiego di troppi apprendisti). Le loro lotte per difendere la qualifica del proprio lavoro li porta a distruggere delle macchine (che non sono nuove). Lottano contro delle pratiche di lavoro e di sfruttamento.
- I Croppers (i tagliatori di stoffe) del West Riding: si oppongono al "gig mill" (una macchina non nuova) e allo "shearing frame" (più recente). Queste due macchine permettono di poter fare a meno del loro lavoro (molto qualificato).
- I tessitori di cotone del Lancashire: i loro caso è più complesso, in quanto mescola rivolte dovute alla fame, rivendicazioni salariali ed opposizione alla prima macchina a vapore.
La violenza contro le macchine non deve portarci fuori strada: il luddismo è pro-lavoro. Difende la qualifica contro la meccanizzazione, ma anche, e forse soprattutto, contro il lavoro di cattiva qualità (cut-up), che favorisce l'utilizzo di lavoratori non qualificati (colting), perfino delle donne! Il suo contenuto è solo apparentemente anti-lavoro. Il luddismo difende il lavoro vecchio stile. Afferma la dignità del lavoratore contro la dequalificazione e, eventualmente, contro la meccanizzazione. Tutto ciò passa attraverso un'attività politico-sindacale che si associa alla violenza contro padroni e macchine. Il luddismo è stato attivo all'interno delle correnti sindacali clandestine, e non si è opposto alle lunghe, costose ed inutili campagne di lobbyng parlamentare. Le distruzioni di macchine non erano dei movimenti di rabbia spontanei, ma delle operazioni meticolosamente organizzate. È questo che alla fine spiega il fatto che i luddisti non abbiano distrutto le macchine su cui lavoravano, ma solo quelle dei padroni o dei lavoratori colpevoli di utilizzare delle macchine proibite, sia per il fatto che fabbricavano merci di qualità inferiore, sia di lavorare al di sotto della tariffa. La rivendicazione di un lavoro di buona qualità, svolto secondo i metodi del lavoro qualificato e remunerato in maniera adeguata, ecco cosa caratterizzava il luddismo.

2 - Il sabotaggio secondo Pouget e Smith
Pouget ha fatto entrare il sabotaggio nel discorso sindacale al congresso della CGT del 1897. Il suo opuscolo, "Il Sabotaggio", da allora ha visto un numero incalcolabile di riedizioni. Pouget viene regolarmente ricordato come il precursore degli OS (operai specializzati, in realtà non qualificati) di oggi. Spesso, il suo sabotaggio viene indicato come fondatore dell'anti-lavoro. Bisogna guardarlo più da vicino: il sabotaggio invocato da Pouget (1911) non è anti-lavoro, è anti-padrone.
Pagate al lavoratore un un buon salario, ed egli ti fornirà quel che ha di meglio, e come lavoro e come condotta.
Pagate al lavoratore un salario insufficiente, e voi non avrete più il diritto di esigere la migliore qualità e la più grande quantità di lavoro che vi ha permesso di ottenere un cappello da 5 franchi per 2 franchi e mezzo.
Peuget vuole innanzitutto dimostrare che il sabotaggio è un modo efficace per piegare i padroni riguardo le questioni di salario, ecc. Inoltre, il sabotaggio dimostra che sono i lavoratori produttivi, attraverso i loro sindacati, a gestire la produzione. Il sabotaggio di Pouget non è arrabbiato e distruttivo. È calcolato, preparato. Partecipa del controllo che i lavoratori hanno rispetto al proprio lavoro, sia in quanto tecnica, sia in quanto organizzazione collettiva.
Nel suo opuscolo, Pouget cita numerosi esempi, che praticamente riguardano tutti dei lavoratori qualificati. E spesso non sono dei veri e propri casi di sabotaggio, ma si tratta di idee, di proposte che riguardano ciò che i lavoratori potrebbero fare. Il suo sabotaggio arriva a sostegno delle rivendicazioni, in preparazione di uno sciopero (come prevenzione rispetto ai sindacati "gialli").
Per Pouget, il sabotaggio è soprattutto rallentamento della produzione. Egli menziona anche la bassa qualità del lavoro (per coloro che lavorano al montaggio), quindi il danno alle merci prodotte. La distruzione parziale o totale, reversibile o meno, dei mezzi di produzione viene citata meno spesso. Ma anche in questi casi, nei confronti del lavoro non c'è una particolare ostilità. E Pouget cita, approvandolo, un sindacalista ferroviario:
«Bisognerebbe che dei compagni, fra i professionisti, i quali, conoscendo meglio il funzionamento del servizio, sapessero trovare i luoghi sensibili, i punti deboli, colpendoli a colpo sicuro senza mettere in atto delle distruzioni imbecilli e, per mezzo delle loro efficace azione, svelta ed intelligente oltre che energica, renderebbero, con un solo colpo, inutilizzabile per alcuni giorni l'attrezzatura indispensabile...»
Negli Stati Uniti, il testo di Pouget è stato in gran parte ripreso da Walker C. Smith, membro degli Industrial Workers of the World. Ma Smith è più esplicito di Pouget per quel che riguarda la disposizione pro-lavoro del sabotaggio. Egli si basa sulla padronanza che hanno i lavoratori sui processi di produzione, per arrivare ad invocare un "sabotaggio costruttivo": il sabotaggio organizzato rafforza la solidarietà  fra i lavoratori, e conferisce loro un controllo supplementare sulla produzione. Per cui chiama sabotaggio costruttivo il fatto di migliorare discretamente la qualità dei prodotti che vengono venduti ai lavoratori, e che i padroni adulterano per aumentare i loro profitti. E conclude:
«Se la situazione evolverà secondo il corso attuale, ivi compresa la possibilità di un controllo sempre maggiore da parte dei lavoratori sull'industria, allora la tattica di lotta si svilupperà in base a ciò, ed il sabotaggio costruttivo farà parte di tutto questo.»
Alla svolta del XX secolo, il sabotaggio ha partecipato all'affermazione della centralità del lavoro nella società capitalistica dell'epoca. I lavoratori (almeno quelli che vengono menzionati in entrambi i testi) hanno una relativa autonomia per quel che riguarda la loro attività. Certo, esercitano un ferreo controllo sui loro ritmi e sulla loro qualità. I lavoratori sanno come vengono tecnicamente prodotte le merci. Il sabotaggio consiste nel fare abbassare la quantità e/o la qualità, cosa che ovviamente infastidisce il padrone. Ma questo sabotaggio dà anche prova della possibilità di un controllo da parte dei lavoratori sulla produzione e, per estensione, sulla società nel suo insieme. Il sabotaggio di Pouget e di Smith fa parte del progetto programmatico della rivoluzione operaia.
«Per quanto attiene ai processi di produzione, noi siamo in possesso dell'industria, E tuttavia noi non abbiamo né la sua proprietà né il suo controllo, a causa di un'assurda fede nel diritto di proprietà.» [ WC Smith, Sabotage, its history, philosophy and fonction, 1913.]
La lotta dei luddisti si inscrive in un movimento più generale di formazione dei sindacati e dei partiti della classe operaia inglese. Allo stesso modo, il "sabotaggio costruttivo" fa parte dello sviluppo del movimento operaio in quello che dovrebbe diventare un grande esercito disciplinato capace di prendere il potere, L'evoluzione verso il sindacalismo industriale va in tal senso. Le lotte degli operai qualificati sindacalizzati sono state un momento di formazione del sindacalismo industriale. In realtà, con la resistenza degli operai specializzati, essendo frazionata in piccoli gruppi di lavoratori relativamente specializzati, alcuni conflitti si sono potuti sviluppare solo federando più sindacati di mestiere sotto un medesimo ombrello.
Nello stesso stabilimento, o nella stessa città, gli operai sono divisi in più sindacati professionali, e la condizione del successo delle loro rivendicazioni è che il loro astenersi dal lavoro non si limiti alla loro specialità, né al loro stabilimento. La pratica degli scioperi spontanei di solidarietà, contro il parere dei sindacati, farà sì che essi evolvano verso il sindacalismo industriale, al fine di prevenire ed inquadrare questi movimenti.
«Le azioni di solidarietà fra macchinisti, fonditori, lucidatori, pulimentatori, fabbri, modellatori e stagnini sono sempre stati frequenti. Una lega che riuniva i loro leader sindacali nazionali, esisteva fin dal 1894. Ma il movimento per il raggruppamento formale di una federazione dotata di consigli localo, che ha avuto inizio nel 1901 ed è sfociato in una convenzione nel 1906, mirava a promuovere l'arbitraggio dei conflitti e la negoziazione congiunta, sopprimendo sia gli scioperi di solidarietà che la spinta a raggruppare i sindacati.» [David Montgomery : Workers control in America, Cambridge 1979] Il movimento operaio evolve poco a poco verso un'affermazione sempre più centrale ed organizzata della classe. Il sabotaggio costruttivo s'inscrive in questa logica. Lo scopo delle pratiche di rallentamento e di sabotaggio non è quello di rifiutare il lavoro. «La principale preoccupazione dei rivoluzionari è quella che il sabotaggio distrugga il potere dei padroni in maniera tale che i lavoratori acquisiscano un maggior controllo industriale.» (WC Smith). Lungi dall'essere anti-lavoro, il sabotaggio è parte della preparazione del proletariato all'egemonia del lavoro nella società futura.
Prima di cambiare periodo storico, notiamo di passaggio che "Il Diritto all'Ozio" di Paul Lafargue non è un testo anti-lavoro, ma un testo che rivendica il lavoro con moderazione.

anti-lavoro fabbrica

3 - La resistenza al lavoro di fronte alla OST (Organizzazione Scientifica del Lavoro) e al fordismo
Segnaliamo qui anche "Il lavoro è un crimine" di Herman Schuurman, pubblicato negli anni '20 dal gruppo olandese Mokers Groep. Questo testo è notevole per la sua epoca. Esprime il disgusto per il lavoro senza rivendicare il tempo libero. È contro la scuola, contro lo sport, contro i lunghi scioperi, contro il periodo di transizione, per il furto, per il sabotaggio. Ma i Mokers Groep sviluppano queste idee in assenza di qualsiasi movimento reale che si muova in tale direzione, nella società olandese di quell'epoca. Il suo anti-lavoro non riesce perciò a svincolarsi dai principi consiliaristi, e si riduce pressoché ad un'attività individuale.

3.1 - Dalle origini al '68
Notiamo innanzitutto che la resistenza all'introduzione dell'OST, da parte degli operai di mestiere (che l'OST voleva eliminare), non ha dato origine a delle lotte di massa. Ma ha spinto, ancora una volta, il sindacalismo americano alla transizione verso i sindacati d'industria, attraverso delle "system federations", una sorta di inter-sindacati di mestiere, i quali si formano soprattutto nelle lotte contro l'introduzione del cronometraggio.
A sua volta, la resistenza degli operai non qualificati (quelli che l'OST mirava a sfruttare) è stata rapida.
Ricordiamo come il famoso "Five Dollars Day" proposto da Ford nel 1914 non sia affatto un regalo. Ford stava cercando di risolvere un enorme problema di turnover, legato al lavoro alla catena di montaggio: fra ottobre 1912 e ottobre 1913, aveva dovuto assumere 54.000 operai per coprire 13.000 posti di lavoro. E quel giorno di gennaio del 1914, in cui Ford annuncia la giornata di lavoro di 8 ore a 5 dollari, ci sono delle risse fra gli operai per poter entrare in fabbrica. Ford approfitta di questo entusiasmo per scegliere i candidati in funzione della loro moralità, mandando nelle case più di 100 sociologhi per identificare gli alcolizzati, quelli le cui case sono più o meno decorose ed i bambini più o meno ben tenuti. Quindi istituisce dei corsi di inglese obbligatori per gli immigrati più recenti, e fa una grande festa per la consegna dei primi diplomi ottenuti, con una parata di seimila operai che celebrano questo "americanisation day".
Malgrado l'entusiasmo degli operai, ivi compresi i lavoratori qualificati, per i salari del fordismo, i vicoli che derivano dall'OST e dalla catena di montaggio non ci mettono molto a far sì che compaiano delle forme di lotta specifiche. Il turnover massiccio c'è già, anche prima della prima guerra mondiale. Negli anni '20, uno studio sull'OST (ed in parte sul fordismo) denuncia le pratiche di imbroglio e frenata. L'autore spiega come queste pratiche si siano sviluppate a partire dalla debolezza e dall'incapacità dei capi ad opporvisi per il fatto che sono già soddisfatti per gli importanti guadagni di produttività ottenuti grazie al solo cronometraggio. Ed anche lui si stupisce del fatto che «a volte, il frenaggio è semplicemente il risultato di una perversità: una disaffezione nei confronti del lavorare con entusiasmo.» [Stanley Matthewson : Restriction of output among unorganized workers, New York 1931].
L'autore stesso pensa che il modo giusto di lottare contro il frenaggio che si può osservare nelle fabbriche taylorizzate, è passare al fordismo. Quindi, è il nastro trasportatore che determina il ritmo del lavoro, che non può essere frenato. Cita, tuttavia, il caso di una fabbrica fordizzata nella quale gli operai hanno una serie di gesti da fare che risulta essere troppo lunga, cosicché si verificano dei ritardi. Periodicamente, gettano un pezzo negli ingranaggi della catena, in modo che essa si arresti. È qui che, a partire da questo momento, appare una forma di sabotaggio che di fatto è anti-lavoro.
Il capitalismo del dominio formale ha spossessato l'artigiano dei suo mezzi di produzione, ma gli ha lasciato la sua qualifica. Il dominio reale del capitale sul lavoro mette in atto un secondo spossessamento con cui priva il lavoratore salariato delle sue qualifiche.
Nel lavoro alla catena di montaggio, il lavoratore non ha alcun controllo né sui tempi né sui metodi di lavoro (si vedrà più avanti come questo "secondo spossessamento" non avviene di colpo, ed il capitale continua a cercare di eliminare quel che rimane dell'autonomia del lavoratore fordizzato o post-fordizzato). Il lavoro diviene un gesto elementare, la cui natura ed il cui ritmo sono controllati dal macchinario. Le qualifiche del lavoro sono state integrate nella macchina, nel capitale fisso. Se il lavoro vivente vuole aggiustare la quantità del suo gesto, ha solo un'opzione: fermarsi. Se vuole aggiustarne la qualità, l'unica sua opzione è quella di sabotare. Al contrario, se l'operaio vuole lavorare - perché ha bisogno di soldi - la sua unica qualifica è quella di "non fermarsi". In queste condizioni, essere contro il capitale, significa essere necessariamente contro il lavoro, le cui caratteristiche si trovano nel macchinario. Non si tratta di voler lavorare per sé stessi. I lavoratori qualificati del XIX secolo potevano opporre al capitale un progetto di società fondata su quello che erano. Per gli Operai Specializzati del XX e del XXI secolo non è così. Non hanno un progetto cooperativista o auto-gestionale.
Quel che rimane attribuito al lavoro vivente, i gesti ripetitivi che vengono imposti ai lavoratori e che li esauriscono fisicamente e psichicamente, questi gesti non sono motivo di alcun orgoglio, bensì di disgusto, di rifiuto.
Il sabotaggio, che è stato uno dei mezzi di cui il proletariato si è servito per lottare contro il capitale, continua a servire, ma diventa anti-lavoro. Il sabotaggio alla Pouget/Smith dimostrava che i lavoratori avevano il controllo tecnico della produzione, e che a loro per realizzare il socialismo mancava perciò solo il controllo dei mezzi di produzione.
Oggi, il sabotaggio dimostra solamente una cosa, ed è che tutte le vecchie qualifiche dei lavoro vivente gli si oppongono in maniera antagonistica nel capitale fisso. La lotta contro il capo, per mezzo del sabotaggio o dell'assenteismo, è diventata in maniera indissociabile lotta contro il lavoro. Questo è ciò che spiega la mancanza di rispetto nei confronti dello strumento del lavoro e l'indisciplina cui si assiste nel contesto della crisi del modello fordista degli anni '60 e '70. A differenza dei luddisti, gli OS attaccano le macchine sulle quali lavorano.

3.2 - Nel '68
La crisi del '68 è stata determinata dal fatto che il capitale ha principalmente cercato l'aumento della produttività per mezzo dell'aumento dei ritmi ed attraverso il degrado generale delle condizioni di lavoro, anziché con l'attuare il superamento significativo della soglia dell'automazione oppure abbassando i salari, come poi farà più tardi.
Negli Stati Uniti, è stato coniato il termine di "negrizzazione" per designare le modalità di aumento della produttività: sostituire dei lavoratori bianchi con un numero più esiguo di lavoratori neri che svolgeranno la stessa quantità di lavoro.

3.2.1 - Sabotaggio
Il sabotaggio e l'assenteismo sono le forme salienti dell'indisciplina generale che regna nelle fabbriche fordiste degli anni del '68. E non solo in Italia, anche se è lì che i lavoratori si spingono più lontano. Ad esempio, alla FIAT, gli operai abbandonano il loro posto di lavoro e si raggruppano per formare dei cortei interni che poi marciano nella fabbrica, senza preavviso e senza sindacati. Per obbligare le persone a partecipare, quelli che sfilano in corteo utilizzano una corda con la quale "accerchiano" coloro che sono rimasti alla catena di montaggio, trascinandoli così nel corteo. Avviene anche che forzino le porte che separano i reparti e che si espandano nelle officine vicine. I capisquadra sono del tutto impotenti a far prevalere la disciplina.
Nelle officine, avvengono anche delle gare di corsa con i carrelli elevatori. Dopo il 1973, nelle officine si vedrà l'apparizione di mense selvagge che offrono bevande e giornali agli operai. Non appena avviene un qualche scontro, i pezzi di ricambio lavorati con precisione servono da armi e da munizioni. Dal punto di vista dei capi e dei padroni, le officine sono diventate ingovernabili.
L'esempio americano dello stabilimento della GM (General Motors) di Lordstown, del 1972, è famoso.
Costruito nel 1966 in una regione alla periferia di Detroit, viene progettata con lo scopo di eliminare i compiti faticosi. L'azienda paga dei buoni salari, ma impone un ciclo di lavoro di soli 40 secondi, contro quello che di solito è circa di un minuto. Alla fine del 1971, dopo uno sciopero, nel tentativo di recuperare il ritardo, la direzione licenzia 800 operai (su 8.000), senza cambiare la velocità della catena di montaggio.
È a partire da questo momento che la qualità si deteriora. L'aumento dei ritmi, tuttavia, rimane relativo. Martin Glaberman [in False Promises, a review, in Liberation, février 1974] sottolinea il fatto che a Lordstown viene praticato il "doubling-up": due operai, consecutivamente, alla catena di montaggio, svolgono successivamente l'uno il lavoro dell'altro, oltre al proprio lavoro, di modo che ciascuno possa fare delle pause supplementari. Come viene spiegato assai chiaramente da Ben Hamper [in: Rivet Head, Tales from the Assembly Line, Fourth Estate, Londres, 1992], che lo ha praticato abbondantemente nella fabbrica di Flint in cui ha lavorato otto anni a partire dal 1978, il "doubling-up" è concepibile solo a partire da un tacito accordo con il caposquadra. E si suppone anche che i tempi individuali siano sufficientemente larghi.
Questo non vuol dire che i ritmi di Lordstown non si fossero fortemente degradati, rispetto alla media dell'epoca. Ma vuole semplicemente dire che c'era ancora una riserva di produttività. Il sabotaggio della qualità, si vede nelle vetture da revisionare che si accumulano in un parcheggio alla fine della catena di montaggio. A volte arrivano fino a duemila, al punto che bisogna fermare la produzione per poter disingorgare il parcheggio. Di fronte alla crescente indisciplina, al sabotaggio e all'assenteismo, i sindacati sono impotenti. Corrono dietro al movimento senza riuscire ad inquadrarlo. Questo suscita l'interesse della sinistra, in Francia, negli Stati Uniti, in Italia. Non otterrà un successo duraturo, né riuscirà a formare dei "sindacati di sabotaggio", o altre organizzazioni stabili.
C'è un elemento essenziale che condanna la sinistra al fallimento: da un lato, i lavoratori sono (relativamente) ben pagati, e dall'altro non hanno alcun desiderio di riformare la loro fabbrica. A fronte del degrado delle condizioni di lavoro ed all'aumento dei ritmi, la loro esasperazione è reale. Ma essa si esprime più attraverso il sabotaggio e l'assenteismo che per la partecipazione ai comitati per la salute e per la sicurezza. In questo modo, la macchina sindacale finirà per respingere, o fagociterà, senza difficoltà i candidati "radicali" alla riforma del sindacato.

anti-lavoro mirafiori

3.2.2 - Assenteismo
L'assenteismo é sempre stato un problema per i capitalisti. Non appena il proletariato può essere dispensato dal lavorare, si assenta. Lo può fare più o meno facilmente a seconda della situazione (piena occupazione o disoccupazione).
Si stima attualmente che l'assenteismo ha un costo che va dall'1% all'1,87% della massa salariale, nel settore privato (in quello pubblico, l'1%). In Italia, l'assenteismo è diventato un grosso problema nelle fabbriche italiane a partire dall'inizio degli anni '70. A tal punto che il presidente della Repubblica dovette allora parlarne nel discorso televisivo di fine anno 1972:
«GLI ITALIANI AMANO LAVORARE E TROVANO NELLA QUOTIDIANA FATICA L'EBBREZZA DI CONCORRERE AL PROGRESSO DEL PROPRIO PAESE.ED È PROPRIO PER RENDERE OMAGGIO A QUESTA GENERALE VOLONTÀ DI LAVORO DEL POPOLO ITALIANO CHE NOI DOBBIAMO RESPINGERE LE TENTAZIONI LASSISTICHE CHE SI SONO MANIFESTATE, AD ESEMPIO, IN QUESTO ANNO CON TALUNE INAMMISSIBILI PUNTE DI ASSENTEISMO DAL LAVORO.»
Alla Fiat, il tasso di assenteismo arrivò al 25%: ogni giorno, mancava un quarto del personale! Cosa facevano gli assenti? Lavoravano al nero? In tal caso, si può definire anti-lavoro il loro assenteismo? Oppure si riposavano? Indubbiamente, facevano un po' di entrambe le cose.
Ad ogni modo, la Fiat fece un accordo con i sindacati affinché lottassero contro l'assenteismo, in cambio del diritto ad essere informati sui progetti di investimento del gruppo. Ma i sindacati non sono riusciti a disciplinare i lavoratori. Negli anni del 1968, l'assenteismo si differenziava soprattutto dall'assenteismo in generale per il suo tasso assai elevato, così come per quello che ho definito assenteismo di sciopero.
Questo tipo di assenteismo appare con gli scioperi americani del 1936-1937 nel settore dell'automobile.
Per quel che riguarda le fabbriche della General Motors a Flint, le occupazioni avvengono secondo il modello militare. Disciplina, manutenzione delle attrezzature e dei locali, autodifesa, niente alcol, niente donne, niente distrazioni. La mensa di Flint è arrivata a servire un massimo di duemila pasti. Questo ci dà solo un'idea del numero di occupanti solo se teniamo conto dei numerosi scioperanti non occupanti che sono andati a mangiare lì. In realtà, gli occupanti alla Flint Fisher Body n°2 il 5 gennaio erano 450, ed il 26 gennaio erano 17. «Il problema che dovevano affrontare gli organizzatori non era quello di convincere gli occupanti ad andarsene perché era difficile nutrirli o perché erano necessari altrove, quanto piuttosto quello di avere abbastanza uomini all'interno, in modo da essere in grado di tenere le fabbriche.» [Sidney Fine : Sit Down, Ann Arbor 1969. p. 168]. I permessi erano limitati ed un certo numero di occupanti venivano trattenuti  contro la loro volontà. Alcuni membri dell'United Auto Workers che lavoravano in altre imprese erano venuti a partecipare all'occupazione. Sul quotidiano locale, venivano pubblicati degli articoli che spiegano alle donne che la presenza dei loro uomini nella fabbrica era assolutamente indispensabile.
Il messaggio è chiaro: gli operai sono d'accordo a scioperare, ma preferiscono non stare dentro la fabbrica. A loro non importa di occupare e controllare le macchine. Non si identificano con il loro lavoro. È una reazione che è stata osservata anche in Francia, nel maggio-giugno 1968. Le fabbriche occupate erano quasi deserte. E quando alla fine si dovette tornare a lavorare, ci furono delle battaglie durate più giorni come a Renault Flins (1 morto) o alla Peugeot Sochaux (2 morti).
Ma l'occupazione della Fiat Mirafiori del marzo 1973 contraddice questo punto di vista? Ricordiamo velocemente cosa è successo.
Siamo in un periodo di negoziati per il rinnovamento dei contratti collettivi. Da mesi, i sindacati organizzano a turno degli scioperi ed altri movimenti minori, sia per esercitare pressione sulla gestione che per contenere la pressione che proviene dai lavoratori.
Ma, riguardo a quest'ultima, perdono colpi, allorché nel corso di un'assemblea di operai senza sindacalisti, il 23 marzo 1973, viene presa la decisione di bloccare l'uscita delle merci dalla porta 11 di Mirafiori Nord. Il lunedì 26, il piano viene applicato nel giro di un'ora. Il 27, avviene il secondo tentativo. Si è diffusa la voce dell'iniziativa alla porta 11, ed altri operai entrano nel movimento. Man mano, il movimento si allarga. Il 29, il blocco delle porte di Mirafiori Nord e Sud è completo. Anche le strade vicine vengono bloccate, e gli operai istituiscono il pagamento di un pedaggio per finanziare la loro lotta. Dopo il week end, il blocco riprende il lunedì 2 aprile, ma i sindacati e la direzione negoziano un accordo urgente che possa disinnescare il conflitto. Gli operai ottengono un aumento salariale (+ 16 mila lire), ma nell'accordo non vengono nemmeno menzionati gli altri punti che li riguardano (durate del lavoro, categorie, reintegrazione degli operai licenziati). I sindacati hanno avuto un contentino, dal momento che gli operai hanno ottenuto il diritto ad un congedo di formazione di 150 ore che viene affidato ai sindacati.
Per tre giorni, quindi, Mirafiori sarebbe stata "occupata". È questa la parola che viene usata da molte parti. Ma non c'è alcuna rivendicazione auto-gestionale da parte degli operai.
La loro attività per lo più era quella di bloccare il flusso di merci e di lavoratori (poiché era necessario impedire di passare a coloro che volevano entrare a lavorare) piuttosto che considerare una ripresa della produzione, che non veniva messa in discussione, non più della manutenzione delle macchine. Questo episodio di lotta alla Fiat è stato considerevole, soprattutto per il fatto che gli operai circolavano nelle officine gridando degli slogan che non avevano alcun senso. Se è vero, si può gridare il proprio rifiuto di identificarsi con il lavoratore? Ecco perché non bisogna lasciarsi fuorviare parlando di occupazione. È più corretto parlare di blocco della fabbrica. Ed in questo caso, gli operai sono stati senza dubbio in anticipo sui tempi.
Detto ciò, occupata o bloccata, la fabbrica era in sciopero. C'è stato un assenteismo dello sciopero? Non ho trovato molti dati in proposito su questo episodio di Mirafiori. Tutte le fonti che ho utilizzato sottolineano che i gruppi della sinistra sono stati assai poco sull'iniziatica del movimento, ed i sindacati ancora meno. Sembra che si sia formato un corteo interno di diecimila lavoratori, quindi si è diviso per poter andare a bloccare (o a tentare di bloccare) dei portali di Mirafiori Nord. Quanti sono stati quelli che alla fine sono rimasti isolati in questo primo blocco che - ricordiamocelo - è durato un'ora? Impossibile saperlo. In ogni caso, allora la fabbrica aveva 60 mila dipendenti. Dov'erano durante il blocco?

- Conclusione provvisoria
L'indisciplina che regna nelle fabbriche fordizzate del '68, oggi è difficilmente immaginabile. Né i sindacati né la direzione potevano controllarle. Il capitale è stato in grado di farlo solamente procedendo ad attuare quegli investimenti e quelle delocalizzazioni davanti alle quali è dovuto arretrare fin dove si trova a causa del loro costo. Ma le fabbriche erano diventate ingovernabili, le concessioni troppo onerose che erano state accordate agli operai non erano bastate a farli rientrare nei ranghi.

Così, alla Fiat, a metà degli anni '70, i padroni avevano concesso:
- forti aumenti salariali
- ogni cambiamento del posto di lavoro doveva essere discusso dalla direzione e dal lavoratore
- diminuzione dell'orario di lavoro
- le ore per le riunioni sindacali e per la formazione venivano pagate
- 4 delegati ogni mille lavoratori
- ogni investimento destinato all'aumento della capacità doveva essere localizzato nel sud del paese
- il salario al Sud = al salario al Nord

Per quel che riguardava la Renault, nella medesima epoca, le concessioni erano le seguenti:
- forti aumenti salariali
- soppressione del salario secondo il turno
- creazione di una nuova categoria "professionale di fabbrica"
- pagamento mensile generale
- alcuni tentativi di riorganizzazione del lavoro in gruppi semi-autonomi, che non ha avuto seguito

Tutto questo finirà con la delocalizzazione. Combinata dovunque con la disoccupazione che si sviluppa rapidamente a partire dalla fine degli anni '70, imporrà la sottomissione agli operai.
 
I metodi tradizionali usati dai proletari per resistere alla pressione padronale in fabbrica, sono passati dall'essere pro-lavoro (Pouget), com'erano nel caso dei lavoratori qualificati, all'anti-lavoro, nel caso degli operai specializzati.
Il luddismo è stato uno delle basi della formazione del sindacalismo di mestiere. Le lotte degli operai qualificati contro l'introduzione dell'OST (organizzazione scientifica del lavoro) hanno contribuito alla trasformazione del sindacalismo di mestiere nel sindacalismo d'industria. Le lotte degli operai specializzati degli anni '60 non hanno prodotto alcuna nuova forma di organizzazione. Ma hanno modificato il contenuto del sabotaggio, eliminando qualsiasi forma di orgoglio operaio, attraverso la pratica di un sistematico menefreghismo, non rispettando né lo strumento di lavoro né la delega sindacale né la gerarchia.
Il sabotaggio, in particolare, ne è uscito trasformato, nella misura in cui il lavoro viene dequalificato e perde il controllo dei suoi ritmi e dei suoi gesti. Da pratica ragionata da parte di lavoratori assai spesso qualificati, sindacalmente inquadrati, che appoggiavano rivendicazioni principalmente salariali, è diventata protesta rabbiosa, distruttrice, da parte di operai non qualificati che protestano soprattutto contro le loro condizioni di lavoro. Questo sabotaggio degli operai specializzati si inscrive in un'indisciplina più generale che dimostra l'assenza di identificazione degli operai nel proprio lavoro. I sindacati non riescono ad inquadrare questo movimento indisciplinato, ed è l'assenteismo di sciopero a mostrarlo chiaramente.
Abbiamo definito queste pratiche come anti-lavoro tanto per esprimere il disgusto nei confronti di un lavoro noioso e che non richiede alcuna competenza, quanto per sottolineare il fatto che sulle basi di questo movimento di rabbia e di indisciplina non si è avuta nessuna organizzazione operaia. L'impossibilità. da parte delle vecchie organizzazioni del movimento operaio, di farsi carico delle pratiche dell'anti-lavoro non ha portato alla costruzione di nuove organizzazioni di massa, malgrado gli sforzi dell'estrema sinistra in tal senso. Il termine di anti-lavoro esprime quindi anche il fatto che il comunismo non può essere visto come una società di lavoratori associati in una "economia libera".

anti-lavoro bangladesh

4 - Anti-lavoro nel post-fordismo?
Quello su cui ci si può interrogare attiene a se l'indisciplina degli anni '60 e '70 sia sopravvissuta alla grande ondata di ristrutturazione che è seguita. In un testo del 2010, avevo risposto in proposito, senza mezzi termini, sostenendo che, dopo un periodo di riflusso, l'anti-lavoro era tornato in forze. Forse è necessario tornarci sopra.
Dopo un periodo di arretramento, i padroni hanno risposto all'indisciplina del proletariato in vari modi: ristrutturazione del processo fordista del lavoro, automazione parziale, delocalizzazione del fordismo tradizionale verso dei paesi con manodopera a basso costo. La svolta avviene a metà degli anni '70.

4.1 - Anti-lavoro contro il fordismo esternalizzato
La delocalizzazione è stato uno dei modi attraverso cui il capitale ha rimesso in riga la forza lavoro indisciplinata degli anni '60 e '70. Le delocalizzazioni sono avvenute principalmente verso l'Asia.
Il capitale ha trovato lì una forza lavoro alla quale ha potuto imporre quei metodi di lavoro che gli operai rifiutavano in Occidente. Ma, nel giro di qualche anno, questi nuovi operai specializzati hanno reagito allo stesso modo in cui avevano reagito i loro predecessori. Salvo diversa indicazione, gli esempi che seguono si riferiscono alla Cina.

4.1.1 - Violenza, rabbia distruttiva: alcuni esempi

Foxconn Chengdu - Gennaio 2011: Una rivolta nel complesso fabbrica/dormitorio che conta 22 mila lavoratori. Le cause sono i salari insufficienti - soprattutto dopo che c'è stata una delocalizzazione a Shenzen, dove il salario minimo è di 1200 yuan, contro i 950 di Chengdu - e le cattive condizioni di vita nei dormitori. Il dormitorio dove avviene la rivolta è di 18 piani, 24 camere per piano, 8 lavoratori per camera. Non ci sono ascensori, né acqua calda, e l'elettricità è insufficiente, ecc.


Foxconn Taiyuan - Settembre 2012: I dormitori vengono saccheggiati, gli spacci interni saccheggiati, vengono incendiate delle autovetture come protesta contro la brutalità del personale di sicurezza. I salari di base erano appena stati aumentati da 1550 a 1800 yuan al mese.


Fugang Electronics (Dongguan) - Gennaio 2013: Le cucine e la mensa vengono saccheggiate dai mille operai  che fanno il turno di notte. Perché i prodotti alimentari sono marci.

Va notato che tutti questi movimenti hanno luogo all'esterno delle fabbriche. Quello che segue è un esempio contrario, ma che avviene senza rabbia e senza distruzioni. Si tratta di sabotaggio? Nel senso di un rallentamento concertato?:

Denso (Guangdong) - Luglio 2010: Questa fabbrica in cui lavorano mille operai salariati (soprattutto donne) fabbrica parti per l'industria automobilistica. Per 3 giorni, i lavoratori sono entrati in fabbrica dopo aver timbrato, ma non sono andati al loro posto di lavoro.
Invece, hanno vagato per le officine, con calma, senza fare alcun danno, poi, alla fine del loro turno di lavoro, hanno timbrato e se ne sono andati. Il terzo giorno, la direzione ha concesso loro un importante aumento.

4.1.2 - Turnover in aumento (dal 10 al 25%)
4.1.3. - Assassinio dei capi (Thongua Steel, 2009)

Nel corso delle manifestazioni contro l'ingresso di un gruppo privato nel capitale di questa acciaieria, un gruppo di operai se la prende con il capo e lo bastona a morte. La privatizzazione di Thongua viene annullata.

4.1.4 - Sleep-in: Jalon Electronics - Giugno 2010

Ad un aumento dei salari, il 1° giugno, segue un innalzamento dei ritmi, il 3 giugno, quando già anche il vecchio ritmo era diventato impossibile da mantenere. La reazione dei lavoratori, che sono esausti, è quella mettersi collettivamente a dormire sul loro posto di lavoro.

4.1.5 - Indisciplina

Ondata di scioperi nella ZES (Zona Economica Speciale) di Dalian, nel 2005. Commento di un quotidiano economico:
«Sebbene i lavoratori non abbiano esplicitamente dei leader, hanno sviluppato una strategia di organizzazione senza capi. Dal momento che i lavoratori hanno degli interessi largamente condivisi e condividono il senso di sofferenza, essi reagiscono a dei segnali sottili. Alcuni lavoratori ci hanno spiegato che, quando sono scontenti, basta che qualcuno si alzi in piedi e gridi "Sciopero!" perché tutti gli operai della catena di montaggio di alzino in piedi, come per fare un'ovazione, e fermino il lavoro».

Siemens 2012: 4 operai licenziati per assenteismo. La fabbrica entra in sciopero. La direzione minaccia di conteggiare le ore di sciopero come assenza. Gli operai bloccano la fabbrica.

Tutto ciò fa un po' pensare all'Italia degli anni '70. L'aver trasferito in Cina le condizioni di lavoro prevalenti in Occidente negli anni '70, fa apparire delle reazioni simili a quelle che avevano avuto gli operai specializzati occidentali.
Ma siamo un po' lontani da un'atmosfera all'italiana. Le lotte che abbiamo citato, per lo più rimangono isolate, e non attaccano direttamente il sistema produttivo, e in generale non si svolgono nella fabbrica. In anni più recenti, le lotte si sono moltiplicate parecchio, ma per lo più rimangono a livello di rivendicazione e di negoziazione.
Questo va ricollegato alla recessione, che sta chiudendo molte fabbriche e che fa apparire lo spettro della disoccupazione. Senza dubbio, bisogna riferirsi anche alla domanda di rappresentanza sindacale, con l'ACFTU (centrale sindacale controllata dallo Stato) o senza di esso.
Tutto questo non va nella direzione dell'anti-lavoro. Un indice che misura fra i proletari cinesi il grado di accettazione o di disperazione, è quello del moltiplicarsi dei suicidi o della minaccia di suicidio al fine di ottenere soddisfazione (in particolare per il pagamento dei salari arretrati). Nel caso delle fabbriche cinesi, si può dire che l'anti-lavoro specifico degli operai specializzati del sistema fordista esiste, ma rimane limitato e frammentato.

4.1.6 - Nessuna autogestione nelle fabbriche abbandonate dai padroni,
che pure sono a debole composizione organica (tessile, giocattoli...)

4.1.7 - Il caso del Bangladesh
Nel 2010, ho citato il caso delle rivolte operaie in Bangladesh come di un caso di anti-lavoro. In realtà, in questo paese in cui la disoccupazione è elevata, si vedono degli operai che manifestano contro i loro padroni (il più delle volte per delle questioni di salario) e che bruciano o distruggono delle fabbriche. Concludevo, sottolineando «il carattere fortemente paradossale di questi movimenti che difendono la condizione salariale distruggendo i mezzi di produzione».
Questo punto di vista è stato criticato da Red Marriott in un commento su Libcom. Per lui, il termine anti-lavoro dev'essere riservato alle rivolte degli anni '60 e '70. Per di più, il contenuto rivendicativo delle lotte degli operai di Dacca vieterebbe di parlare di anti-lavoro.

Va innanzitutto notato che i metodi di lotta nel settore tessile del Bangladesh non sono cambiati. Alcuni esempi:
- Maggio 2010, avvengono numerosi blocchi stradali e manifestazioni per sostenere una rivendicazione salariale, Vengono vandalizzate almeno 8 fabbriche.
- Luglio 2010, viene vandalizzata una fabbrica dagli operai per ottenere il licenziamento di 7 dirigenti, fra cui il padrone, a causa del loro cattivo comportamento nei confronti degli operai, ed in particolare nei confronti delle operaie.
- Ottobre 2010, il governo crea una polizia industriale specializzata nel mantenere l'ordine nei quartieri operai e nelle Zone Economiche Speciali di Dacca, Chittatong, Gazipur, ecc. Sembra che questo spieghi il periodo di calma durato fino a maggio del 2012.
- Maggio 2012, in una fabbrica del gruppo Hameem, si espande la voce che un lavoratore è stato sanzionato per aver utilizzato il suo telefono durante il lavoro e che per questo è stato messo in prigione, torturato e ucciso. I lavoratori si riuniscono in assemblea in fabbrica. Interviene la polizia speciale e ne consegue una battaglia campale, barricate, blocchi stradali, viene dato fuoco alla fabbrica, indetti scioperi nelle fabbriche vicine, ecc.
- Giugno 2012, scioperi e proteste alla Narayanganj e all'Ashulia, per ottenere aumenti salariali. Vengono attaccate dieci fabbriche. C'è un blocco massiccio (che interessa 300 fabbriche). Ma il 17 giugno migliaia di lavoratori dell'Ashulia chiedono la riapertura delle fabbriche.
Novembre 2013, dopo diverse settimane di scioperi e manifestazioni per ottenere un aumento salariale, i lavoratori trovano una serrata. Deve intervenire la polizia per impedire che gli operai saccheggino le fabbriche.
Giugno 2014, Gli operai delle Dynamic Sweater Industries, a Savar, vengono malmenati per aver richiesto un aumento di salario. Saccheggiano due piani dello stabilimento, rubando mobili e telecamere di sorveglianza.

In tutte queste lotte, quello che sorprende è vedere la reattività dei lavoratori delle fabbriche non coinvolte nel conflitto iniziale. Questa solidarietà pressoché istantanea è anche il segno di una grande indisciplina della totalità della classe operaia.
D'altra parte, si vede l'importanza della questione salariale. Gli operai domandano costantemente degli aumenti salariali (e persino la riapertura delle fabbriche). Ma ciò non impedisce che i loro metodi di lotta arrivino a distruggere dei mezzi di produzione, cosa che la dice lunga circa l'idea che si son fatti del loro lavoro. Non hanno "rispetto per lo strumento di lavoro", né del discorso politico-rivoluzionario. Le lotte continuano ad essere la loro preoccupazione immediata. Ciò malgrado, i loro metodi, il loro contenuto concreto, mantengono il discorso dell'anti-lavoro.
Red Marriott si ferma al fatto che i lavoratori chiedono degli aumenti salariali per poi, probabilmente, considerare le loro lotte come non rivoluzionarie. Su questo punto non ha torto, ma il punto non è questo. L'anti-lavoro non è la rivoluzione, né il suo inizio, né il suo modello. È una forma di lotta che indica che la rivoluzione non avrà come contenuto quello di far accedere la classe lavoratrice ad una posizione egemonica nella quale sostituirà la classe borghese. E tutto questo lo indica nel quadro delle attuali forme della lotta dei lavoratori non qualificati.
Le pratiche anti-lavoro si inscrivono nel corso quotidiano della lotta di classe. E in quanto tali non hanno alcun potenziale rivoluzionario. Non sono altro che un'indicazione del contenuto della contraddizione proletariato/capitale. In un momento insurrezionale intenso e relativamente generalizzato, il sabotaggio della produzione, l'assenteismo di fabbrica o di sciopero, l'indisciplina nei confronti dei padroni e dei sindacati continueranno ancora ad essere all'ordine del giorno? Ne dubito.
Uno dei motivi per cui, secondo il mio interlocutore, non si può mettere nella stessa categoria la rivolta degli operai specializzati degli anni '60-'70 e le lotte del Bangladesh, è che gli operai specializzati avevano i salari più elevati dell'epoca, soprattutto nel settore dell'automobile, mentre i salari del Bangladesh sarebbero i più bassi del mondo (cosa indubbiamente vera).
Il confronto è traballante, Poiché, in Bangladesh, c'è un'offerta di posti di lavoro nel settore tessile, il che vuol dire, relativamente parlando, che i salari non sono poi così malvagi se paragonati ad altre possibili fonti di reddito. D'altra parte, Red Marriott mi rimprovera per non aver tenuto conto delle differenze fra le società (industriale sviluppata, o sottosviluppata), e del contesto (sottoccupazione di massa, povertà, ecc.)
Ma non è questo quello che qui ci interessa. Quando il capitale trasferisce in Asia il taylorismo ed il fordismo, lo fa per sfruttare questa differenza esistente fra le condizioni sociali di partenza e quelle di arrivo. Va dove può trovare una manodopera a buon mercato e in abbondanza.
Quello che qui ci interessa, sono solamente le modalità di sfruttamento del lavoro che viene proposto, e che viene imposto a questa nuova classe operaia. Questa classe operaia ha bisogno di lavorare, e accetta le condizioni del capitale. Viene perciò catturata in una forma della contraddizione proletariato/capitale che la porta necessariamente a riscoprire i metodi di lotta di coloro che li hanno preceduti in Occidente. Io non tengo conto delle differenze sociali fra l'Italia del 1970 ed il Bangladesh del 2010 perché voglio seguire gli effetti del taylorismo/fordismo nella sua traslazione geografica.
Ma se si volesse considerare nel loro insieme quelle che sono le società in cui si è installato il fordismo tradizionale, dopo il 1980, e lo si volesse soprattutto fare nella prospettiva di un processo rivoluzionario, allora ci sarebbe molto da dire. Ho provato a farlo, in maniera semplificata, nel mio studio sulla Cina.

anti-lavoro mezzi pubblici

4.1.8 - Trasporto pubblico
A partire da qualche anno, si assiste a delle rivolte di massa contro le cattive condizioni imposte ai proletari per quel che riguarda il trasporto pubblico che serve a collegare il loro luogo di residenza con il luogo di lavoro. Ecco alcuni esempi:

- Pretoria, Maggio 2005: Uno sciopero degli autisti impedisce ai lavoratori di tornare a casa alla fine della giornata di lavoro. Vengono bruciati 6 autobus. Nell'arco di 21 ore, viene firmato un accordo per la ripresa parziale del servizio.

- Buenos Aire, Maggio 2007: I continui ritardi dei treni suburbani causano una rivolta nella stazione di Constitución, che viene saccheggiata e parzialmente incendiata. I negozi all'interno della stazione vengono depredati.

- Bogotà, Marzo 2012: La città è stata dotata di una rete modello di autobus, strutturata in azienda. Una modesta protesta contro le tariffe troppo alte, da parte di studenti, ai quali ben presto si uniscono dei teppisti, insieme all'affollamento di passeggeri a causa di ritardi, si trasforma in una rivolta. Cinque stazioni vengono saccheggiate, le casse rapinate, i vetri infranti, le video camere di sorveglianza rubate.

- Mumbai, Gennaio 2015: I continui ritardi scatenano una protesta da parte dei passeggeri. Vengono saccheggiate le casse, i bancomat e le macchine per i biglietti (vengono rubati denaro e ticket). I veicoli vengono bruciati, dieci treni danneggiati. Sono almeno 12.000 le persone coinvolte negli incidenti che riguardano almeno due stazioni.

- Johannesburg, Luglio 2015: I ritardi dei treni provocano una rivolta. Due treni ed un stazione, vengono incendiati.

In un mio testo del 2010, ho considerato il fatto queste rivolte facevano parte dell'anti-lavoro. Infatti, in realtà il tempo di trasporto è tempo di lavoro non pagato. D'altra parte, i trasporti pubblici sono il collegamento fra i sobborghi e le fabbriche, o gli uffici, e non si vede il motivo per cui dovrebbero essere risparmiati dalla rabbia dei proletari quando i sobborghi ed i luoghi di lavoro non lo sono. E infine, anche perché stipare i proletari nei mezzi pubblici è un momento di umiliazione quotidiano che si ripete due volte al giorno.
Tali erano i miei argomenti a favore delle rivolte contro i trasporti pubblici viste come una forma di anti-lavoro. Sarebbe stato più logico collegarle a quelle pratiche anti-proletariato di cui ho parlato prima nel testo. Dal momento che queste rivolte avvengono fuori dalla fabbrica.
Ma come avviene nell'anti-lavoro vero e proprio, distruggono un elemento necessario alla riproduzione del proletariato. Nelle loro stazioni periferiche, i proletari chiedono dei trasporti che funzionino in maniera appropriata, però distruggono strutture e treni. Si tratta del medesimo paradosso che abbiamo rilevato, ad esempio, rispetto al Bangladesh, ma che qui riguardano un momento extra-lavorativo della riproduzione del proletariato. Attaccando la navetta che copre il tragitto fra lavoro e casa, il proletariato attacca quello di cui ha bisogno per vivere come proletario. Al di là dell'esasperazione del tutto comprensibile, bisogna vedere in queste pratiche, che finiscono solo per aggravare la situazione dei proletari, la medesima cosa che viene indicata dall'anti-lavoro propriamente detto, vale a dire la prova della possibilità e della necessità dell'auto-negazione del proletariato per superare la contraddizione sociale del capitalismo.
Allo stesso modo in cui l'anti-lavoro annuncia che il proletariato non farà la rivoluzione operaia che era stata prevista dal programma proletario, a loro volta, le pratiche anti-proletarie annunciano che questa rivoluzione non verrà fatta come affermazione della cultura proletaria, ma come la sua distruzione. Per cultura proletaria, intendo tutte le forme di vita e di pensiero che costituiscono la riproduzione del proletariato nella società capitalista. Le rivolte del 2005 nelle banlieue francesi sono una pratica anti-proletaria, così come lo sono le distruzioni da parte dei proletari dei loro propri quartieri, così come avviene nelle rivolte nel ghetto.

4.2 - Anti-lavoro nei paesi industrializzati

Nei paesi industrializzati, la messa in riga del proletariato è avvenuta per mezzo della disoccupazione e della trasformazione post-fordista del processo lavorativo immediato. Riguardo quest'ultimo, il modello produttivo della Toyota è stato considerato come un modello perfetto che riunisce una spietata ricerca del guadagno di produttività con il coinvolgimento dei lavoratori nel continuo miglioramento dei metodi di produzione (gruppi di qualità). In realtà si tratta del modo in cui il padrone riesce a catturare e a recuperare l'ultima astuzia personale che avevano gli operai specializzati per riuscire a recuperare qualche secondo su un ciclo di lavoro già molto breve. Siamo in presenza di un nuovo livello di spossessamento dei lavoratori. Pur essendo assai poco qualificati, essi avevano, nel fordismo classico, delle astuzie per poter guadagnare tempo e potersi riposare. L'immissione degli operai nei team incaricati di un compito collettivo più grande di quello del vecchio operaio specializzato, la polivalenza che ciò presuppone ci sia fra gli operai della squadra (cosa diversa dalla cosiddetta ricomposizione del lavoro), la costrizione al continuo miglioramento del processo lavorativo, la rigida sorveglianza degli operai, dell'uno nei confronti dell'altro e da parte del capo team, ecc., fa sì che, non appena individuate, quelle astuzie vengano subito integrate nella definizione della postazione di lavoro, e che nel giro di qualche secondo vengano recuperate dal padrone.
Tommaso Pardi descrive il modo in cui il management attraverso lo stress consista nel dare degli ordini contraddittori e lasciare che se la sbrighi il lavoratore. Ad esempio, se c'è un problema nella sua postazione di lavoro, il lavoratore può ignorarlo e può permettere che passi un pezzo di cattiva qualità. Questo è contrario all'esigenza della qualità costante ed il difetto verrà ricondotto alla sua postazione. Ragion per cui verrà quindi sanzionato. Certo, il lavoratore può anche tirare una leva e fermare la catena per chiedere che il suo problema venga risolto. Ma verrà malvisto. Il livello di funzionamento della catena viene visualizzato continuamente, e tutti possono vederlo. Non appena scende al di sotto del 95 o del 90%, tutti sanno che ci saranno delle ore supplementari obbligatorie. Perciò, fermare la catena non è un buon modo per farsi degli amici. Conclusione: sbrigatevela da soli per non avere problemi...
In sostanza, il post-fordismo è un fordismo che corregge le sue imperfezioni al fine di lottare contro le ultime tracce di questo bighellonare che all'inizio aveva provocato quel che era stato l'approccio di Taylor. Non sono a conoscenza di esempi di lotta di fabbrica che si opponga specificamente a queste forme di subordinazione. Probabilmente ce ne sarà qualcuna, e senza dubbio rimangono ad un livello assai limitato, dal momento che i progressi dell'informatica rendono continuamente sempre più stretta la sorveglianza dei lavoratori.
Uno studio fatto su Angry Workers of the World su Amazon in Polonia ed in Germania, racconta di alcune lotte per il rinnovo dei contratti temporanei. I lavoratori erano riuscisti a rallentare per due volte il lavoro, nonostante lo stretto controllo digitale dell'attività. Questo rimane assai limitato. Il problema di aziende come Amazon è sempre più quello di aumentare la velocità. Secondo Angry Workers of the World , i robot sono ancora troppo cari. Cosa che ci pone in una situazione come quella verificatasi all'epoca del fordismo della fine degli anni '60: gli investimenti in capitale fisso sono troppo onerosi, perciò i guadagni di produttività vanno fatti attraverso l'aumento dei ritmi - Con l'importante differenza che la disoccupazione viene mantenuta a livelli di massa, e fa così in modo da rimandare il momento in cui la situazione esploderà. Visto che per il momento, il modello tiene grazie al vasto esercito lavorativo di riserva disponibile. Al momento di picco della sua attività, Amazon Polonia e Germania cercherà lavoratori fino in Spagna ed in Portogallo.

anti-lavoro neri

Conclusione
Ho detto precedentemente che dovevo chiarire la mia posizione espressa nel 2010, e mi sembra che ci siano almeno tre elementi da sottolineare:
  Da un lato, l'anti-lavoro dev'essere distinto dall'ordinario rifiuto del lavoro. Quest'ultimo si inscrive nella resistenza quotidiana del proletariato in tutte le epoche. Fa parte di quelli che sono i mezzi della sua sopravvivenza rispetto alla spossatezza e allo sfinimento a causa di un padrone. Il proletariato preferisce lavorare meno, se non punto, ogni volta che sia possibile. Questo è l'effetto dell'esteriorità del lavoro salariato rispetto al lavoratore. Oggi, il rifiuto del lavoro esiste a livelli di massa e, nei paesi centrali, il welfare arriva in suo aiuto. Dato il carattere di massa della disoccupazione e delle condizioni assai dure del lavoro post-fordista, il turnover dei proletari fra disoccupazione (indennità, anche cattiva) e lavoro (insostenibile a lungo termine) è una cosa buona per il capitale. Inoltre, anche i capitalisti più conservatori hanno cominciato a riflettere sull'istituzione di un salario universale. Senza dubbio gli economisti si domandano a che livello di miseria bisognerà collocare questo salario universale per fare in modo che la pressione della disoccupazione continui a costringere i proletari a lavorare da Amazon e da altri sfruttatori post-fordisti. Nel frattempo, non voler lavorare e preferire vivere ai margini quando si può è un comportamento normale del proletario, ma che non è particolarmente critico della società attuale.

- D'altra parte, mettere in una prospettiva storica alcune pratiche di lotta nella fabbrica, come il sabotaggio, l'assenteismo e l'indisciplina in generale, rivela una trasformazione del contenuto di queste pratiche dal pro all'anti-lavoro.
Bisogna periodizzare la storia del sabotaggio, che non sempre è stato anti-lavoro. Quando ha raggiunto un certo grado di dequalificazione, il lavoro ha finito per trovarsi in opposizione a sé stesso nella misura in cui si oppone al capitale, ivi compreso anche nelle sue lotte quotidiane.
Il sabotaggio diventa irrispettoso dei mezzi di produzione, e distrugge ciò che consentiva ai sabotatori di lavorare. Pugeot non è arrivato fino a quel punto. Era immerso in una cultura operaia che l'anti-lavoro, allargandosi fino all'anti-proletariato, rifiuta tanto quanto rifiuta il lavoro. Vanno riconsiderate le vecchie pratiche, in apparenza molto radicali, dal punto di vista del superamento del movimento operaio tradizionale. Pouget e Lafargue sono degli esempi di autori ancora frequentemente citati da dei commentatori che, d'altro canto, rivendicano l'auto-negazione del proletariato ed il superamento del lavoro. Questo non è coerente.

- Infine, l'anti-lavoro è tornato in forze negli anni recenti?
Le osservazioni fin qui mostrano che, con alcune eccezioni, le lotte che possono essere definite come anti-lavoro, nel periodo recente avvengono al di fuori della fabbrica propriamente detta. Nel caso del fordismo tradizionale che si è trasferito nei paesi in via di sviluppo, o nei paesi emergenti, quando le lotte attaccano i mezzi di lavoro, lo fanno all'esterno, come avviene in Bangladesh. In Cina, le distruzioni colpiscono più frequentemente le mense ed i dormitori, piuttosto che le officine. 
Occorre quindi constatare che le lotte anti-lavoro non si sono sviluppate nelle fabbriche, con un'ondata comparabile a quella che c'è stata in Occidente negli anni '60-'70. Nei paesi industrializzati, le fabbriche sono tranquille. Il rigido controllo sui lavoratori per mezzo della digitalizzazione e della disoccupazione ha finora impedito che qualsiasi vertenza lavorativa. In queste condizioni, si può azzardare che un movimento proletario che rimettesse seriamente in discussione le condizioni attuali della riproduzione del rapporto proletariato/capitale sarebbe allo stesso tempo anti-lavoro e anti-disoccupazione.
Per attaccare il lavoro cui è costretto, il proletariato dovrà contemporaneaente negare che il fatto che la disoccupazione sia un ostacolo insormontabile.  E Soprattutto, questo movimento ingloberà nel suo Maelstrom anche il cuore dello sfruttamento capitalistico, vale a dire le fabbriche e gli uffici dei paesi centrali. L'ingresso dei lavoratori produttivi in una fase di lotte generalizzate, se non (addirittura) insurrezionali, mostrerà con ogni probabilità che l'anti-lavoro degli operai specializzati degli anni del '68 è stata solamente una prima bozza.

- Bruno Astarian - Dicembre 2016 - Pubblicato su Paris-luttes.info -

Testo originale qui<

mercoledì 21 febbraio 2018

Una pentola che bolle

traverso

Fascismo: cosa vuol dire questa parola all'inizio del XXI secolo? La nostra memoria storica corre al passato, agli anni fra le due guerre mondiali, e vede un paesaggio fosco fatto di violenza, dittature, razzismo, genocidi. Questo ricordo riaffiora spontaneamente di fronte all'ascesa delle destre radicali, al proliferare del populismo, della xenofobia, e anche all'insorgere spaventoso del terrorismo, spesso definito "fascismo islamico". Al di là di alcune analogie superficiali, tuttavia, questo insieme di fenomeni presenta altrettante se non maggiori differenze con il fascismo storico. Ad alimentare la confusione contribuisce inoltre il fatto che la paura del terrore jihadista è una delle cause del successo delle destre populiste, antislamiche e razziste, da Marine Le Pen a Donald Trump. In una lunga conversazione con Régis Meyran, Enzo Traverso passa in rassegna questi fenomeni, dimostrando che lo sguardo dello storico può aiutarci a decifrare gli enigmi del presente. Suggerisce la nozione di "postfascismo", non più fascismo ma neppure qualcosa di completamente nuovo e diverso, per definire un insieme di esperienze transitorie, eterogenee, ancora mobili, in bilico tra un passato concluso ma ancora vivo nella nostra memoria e un futuro assolutamente incerto.

(Enzo Traverso / I NUOVI VOLTI DEL FASCISMO / Ombre Corte)

Il Ventennio che ha scosso la Francia
- di David Bidussa -

Con questo libro, inquieto, Enzo Traverso propone un laboratorio di analisi, ricco di contenuti, generoso negli spunti, non dogmatico, aperto alla curiosità. Traverso, infatti, si impegna prima di tutto a descrivere i contorni di una crisi complessiva (politica, culturale, sociale, ma anche intellettuale) in cui la parola fascismo risulta più deviante che non capace di dare risposte. È la Francia degli ultimi venti anni il luogo attraverso cui l’autore sviluppa le sue riflessioni: dai primi anni 90 all’inizio della seconda presidenza Mitterrand, fino al 2013 quando si avvia la presidenza triste di François Hollande. In quel ventennio molti degli elementi che segnano il linguaggio e lo scenario che hanno fatto tornare in auge la parola fascismo in Europa si presentano in forma più precisa che in altri Paesi europei. Sono gli anni dell’ascesa del Front National, prima di Jean-Marie e poi di Marine le Pen; gli anni della crisi del gollismo e dei socialisti francesi; gli anni della malinconia, e quelli della rabbia, prima delle banlieue tra il 2005 e il 2007 (ai tempi di Nicolas Sarkozy ministro degli Interni); poi della Francia profonda, contro la globalizzazione: ma anche gli anni della paura, del Paese scosso dalla trafila di terrorismo e di attentati a partire da quello del 7 gennaio 2015 (attacco alla redazione di «Charlie Hebdo») fino al Bataclan e alla promenade di Nizza. La Francia, per Traverso, è quello scenario (soprattutto nelle emozioni) in cui misurare il senso della crisi di questo nostro tempo. Uno scenario in cui la parola fascismo è molto abusata perché diventa uno strumento che le destre rovesciano sulle sinistre; un concetto che le destre e molti a sinistra assumono e propongono per leggere le pulsioni e i movimenti dei diversi mondi della propria immigrazione, soprattutto quella proveniente dai Paesi arabi; lo sfondo su cui si valutano tutti i fallimenti del processo di integrazione seguito alla decolonizzazione e all’arrivo di centinaia di migliaia di arabi delle ex colonie, mai davvero inclusi. Ne emerge un Paese che ha ripercorso la storia delle discriminazioni, del suo antisemitismo, con un profondo percorso di riflessione pubblica sul proprio passato, mentre non ha mai fatto davvero i conti con le discriminazioni nei confronti degli arabi e degli islamici. Un Paese che chiede l’integrazione, ma che non è capace di sopportare le differenze e che fa fatica a misurarsi con una società multiculturale. Allo stesso tempo è un Paese che ha visto negli ultimi quindici mesi saltare o modificare radicalmente il quadro politico strutturale della Quinta Repubblica, attraverso tre passaggi: 1) crisi del partito gollista; 2) lo smembramento del mondo variegato della sinistra, anche di quella tradizionale; 3) la nascita di «En Marche», contemporaneamente il segno di una stabilità e il suo contrario. «En Marche», infatti, da una parte conferma percorsi di formazione della classe dirigente (ovvero l’Ena; da lì viene Emmanuel Macron); dall’altro testimonia della crisi della forma partito (paradossalmente l’unico partito a mantenere questo aspetto è proprio il Fn di Marine Le Pen). In breve un’idea di politica diretta che ha i tratti della piazza, mentre conserva quella tradizionale della competenza dell’alta politica. Doppia dimensione in cui la disintermediazione s’incontra con la delega fiduciaria. Allo stesso tempo un movimento la cui piattaforma è centrata sui temi tradizionali della storia politica francese, come dimostra il testo fondativo del movimento «Mon contract avec la Nation». Ciascuno di questi diversi attori, osserva Traverso, oggi vien spesso ricondotto o assimilato al fascismo. La realtà, è più complicata, sostiene. «La mia sensazione – conclude – è quella di una grande incertezza. Non sappiamo ancora immaginare un mondo nuovo e diverso. Tuttavia sappiamo che la pentola bolle e rovescerà il coperchio. Ci saranno grandi cambiamenti; bisogna prepararsi. Poi le parole verranno da sole». Non è detto che la parola fascismo sia quella più adatta a descriverlo e a classificarlo.

- David Bidussa - Pubblicato sul Sole del 18/2/2018 -

martedì 20 febbraio 2018

Uscire dal lavoro? Intervista con Anselm Jappe *

Jappe

Domanda: Innanzitutto sgomberiamo il campo da un’ambiguità: i pensatori legati alla Critica del valore (Wertkritik) vengono spesso tacciati di “teoricismo”, forse per il testo seminale del gruppo Krisis, il Manifesto contro il lavoro (1999). Una facile obiezione consiste nel dire che, in teoria, si può certo congedare il lavoro, ma la realtà sociale ben presto ci rimette al lavoro. Che cosa rispondi a questo genere di critiche?

Jappe: Non si può dire che il Manifesto contro il lavoro sia stato “seminale”. In Germania è stato pubblicato nel 1999, una dozzina di anni dopo il primo numero della rivista Krisis. Piuttosto, è stato il primo testo del gruppo a raggiungere un vasto pubblico – e il primo a circolare in Francia. Secondo me, tuttavia, presenta qualche lacuna che riflette certe indecisioni di allora, soprattutto la propensione di una parte del gruppo a considerare la sostituzione del lavoro umano con le tecnologie come la base possibile dell’emancipazione sociale. Fin dall’inizio, quello che mi ha interessato nella Critica del valore è la volontà di assumere una posizione teorica che cerca di rifondare la critica sociale dalle sue stesse basi, mentre la tendenza più diffusa a sinistra consisteva nel sostenere che la teoria dovesse mantenersi in una posizione ancillare rispetto ai movimenti sociali (che si trattasse del movimento anti-nucleare, del femminismo, del terzo-mondismo, ecc.). I teorici come Kurz scommettevano invece sulla ricostruzione di una teoria dalle sue fondamenta. Certo, non partivano dal nulla: si basavano su un Marx “esoterico”, contrapposto al Marx “essoterico” del marxismo ortodosso. La Critica del valore non si definiva a priori per la sua iscrizione a una tradizione teorica già esistente: essa non era né “althusseriana”, né “gramsciana”, né “pro-situazionista” e neppure “francofortese”. Inoltre si partiva dall’assunto di doversi liberare da un certo accecamento pragmatico. Seguendo troppo il movimento reale, la “praxis”, ci si limita a un punto di vista parziale. Se si vuole pensare la totalità, una certa distanza è necessaria.
Tuttavia, non si tratta di ritirarsi in una torre d’avorio. La teoria deve essere in presa diretta sul dramma del nostro mondo contemporaneo: il divenire superfluo dell’umanità. Ciò significa che oltre lo sfruttamento classico, esiste un problema più grave ancora: quando gli uomini non sono più necessari per valorizzare il capitale tramite il loro lavoro, essi diventano superflui agli occhi del capitale stesso. Robert Kurz lo mostra molto bene nel suo Schwarzbuch Kapitalismus. Ein Abgesang auf die Markwirtschaft (Il Libro nero del capitalismo. Un addio alla società della merce). Lì Kurz evoca le sofferenze vissute dall’umanità sotto il capitalismo, senza cadere nel discorso della necessità storica di queste sofferenze, per giungere ad uno stadio superiore dello sviluppo delle forze produttive. Ciononostante, non si deve confondere questo approccio con quello del Manifeste des chômeurs heureux (pubblicato nel 1996 da un trio di disoccupati berlinesi) o con un documentario come Attention, danger, travail! di Pierre Carles. Sono degli esempi di ciò che definirei una critica superficiale del lavoro. Una critica che presuppone l’estensione infinita del capitalismo e che si limita a ipotizzare la redistribuzione di qualche briciola di ricchezza alle persone che non avrebbero “voglia” di lavorare (talvolta anche i sostenitori del reddito universale vanno in questa direzione). La critica “categoriale” del lavoro, invece, prende atto che il lavoro sta realmente andando verso la sua fine: il capitale ha sempre meno bisogno di lavoro vivo! Questo genere di critica è quindi molto realista, e si oppone alle proposte utopiche che mirano a “dare lavoro a tutti”. Questa situazione non si verificherà mai più nel capitalismo. Quando i politici di destra e di sinistra ipotizzano che si potrà ancora salvare la riproduzione capitalista attraverso il ciclo lavoro-denaro-capitale accumulato, sono irrealisti malgrado le loro pretese.

Domanda: Le tesi che sostieni si fondano su una lettura dell’opera di Marx, in particolare del Capitale e dei Grundrisse, influenzata dai lavori di Moishe Postone e di Robert Kurz. In generale, e per restare ai punti comuni delle vostre posizioni, si tratta di proporre una critica del capitalismo a partire dalle sue categorie fondamentali (lavoro astratto, denaro, merce, capitale). Secondo te questa critica “categoriale” rompe con una critica incentrata sulla lotta di classe. Puoi spiegare che cosa vuoi dire quando opponi una critica del lavoro sotto il capitalismo a una critica dal punto di vista del lavoro? Inoltre, se proletari e capitalisti partecipano entrambi a un processo feticista che, al tempo stesso, li oltrepassa e non cessa di essere costituito da loro, che ne è della categoria di sfruttamento?

Jappe: Lo sfruttamento resta un fatto evidente, anche se in grande misura è stato trasferito in regioni “periferiche”. Ma, appunto, che cosa si intende per sfruttamento? In termini marxisti, significa che esiste un plus-valore che risulta dalla differenza tra il capitale investito e il valore ottenuto (il profitto) e che è il frutto di un plus-lavoro non retribuito. Lo sfruttamento è dunque indispensabile al capitalismo. Ma questa estrazione di plus-valore non riveste necessariamente il volto classico dell’operaio dalle mani callose o quello dell’operaio tessile del Bangladesh (il cui plus-valore prodotto è in definitiva assai scarso sulla scala della concorrenza mondiale, in virtù dell’unificazione del tasso di profitto). Anche gli operai del settore high-tech, piuttosto ben pagati, producono comunque un plus-valore per i loro datori di lavoro.
Pur considerando con attenzione il fenomeno dello sfruttamento, bisogna anche prendere in considerazione la questione del limite interno del capitalismo: la produzione di plus-valore resta troppo ridotta. Non bisogna confondere il profitto individuale di certe imprese e il tasso di profitto medio del sistema nel suo insieme. Grazie allo sfruttamento, certe industrie generano enormi profitti soprattutto nelle regioni del Sud, ma questo non basta a fornire nuova linfa al capitalismo. Bisogna opporsi alle letture che considerano il capitalismo in piena salute perché ha delocalizzato le proprie fonti di plus-valore. Anche se è difficile da calcolare, le industrie europee – nelle quali gli operai sono relativamente ben pagati – contribuiscono all’accumulazione globale del capitale più che le operaie tessili delle Filippine. Ecco perché affermo che la lotta di classe esiste effettivamente, ma sotto la forma di una lotta tra interessi divergenti all’interno del quadro capitalista. D’altronde, questa non è una specificità della società capitalista. Se ne ritrovano esempi in tutte le cosiddette società “sviluppate”. Ma in una società capitalista pienamente sviluppata la lotta di classe non si dà tra una categoria di individui proprietari del capitale e un’altra collocata al di fuori del capitale. Questo potrebbe valere solamente per un periodo ridotto, in una fase di transizione. In una società capitalista realmente sviluppata, il capitale diventa un rapporto sociale nel quale tutti, o quasi, partecipano alla trasformazione globale del lavoro in denaro, poi in capitale accumulato. Evidentemente questa partecipazione si dà secondo retribuzioni e ruoli molto diversi. Ma non c’è una differenza “ontologica”, per esempio, tra quei capitalisti che Marx chiama i “luogotenenti” del capitale e quegli operai che ugualmente traggono interesse dalla riproduzione di questo sistema.
La sinistra ha sempre affermato che è “nell’interesse” degli operai fare sciopero, chiedere migliori condizioni di lavoro, ecc. e si è sempre meravigliata della loro scarsa sollecitudine nella difesa di questi interessi. La sinistra è allora passata a una critica della manipolazione attraverso, per esempio, la pubblicità o i media. Ma una volta che la popolazione, nella sua grande maggioranza, ha accettato l’idea che la vita si svolge dentro le categorie del denaro, del lavoro e della merce, diventa del tutto logico che gli operai possano preferire una riduzione del proprio salario alla perdita dell’impiego.

Domanda: Se il lavoro è la sostanza stessa dei rapporti sociali nel capitalismo, e se ricomprende il lavoro concreto, eterogeneo, entro un’astrazione puramente quantitativa (ogni lavoratore è produttore di valore e si vede misurato da un tempo di lavoro oggettivamente determinato), serve ancora a qualcosa evocare, come fanno certi sindacalisti rivoluzionari, la dignità del “lavoro ben fatto”, la difesa del “bel prodotto”, come fondamento di una critica anticapitalista? Non si tratta piuttosto di formule mistificatorie? Secondo te, non è a causa di questo genere di considerazioni che la maggior parte del movimento anarchico ha solo sfiorato la critica del lavoro?

Jappe: La critica del lavoro, sostenuta con argomenti teorici, si è sviluppata solo a partire dagli anni ‘80, almeno negli ambienti marxisti. Le critiche del lavoro precedenti erano avanzate soprattutto da ambienti con una certa componente “artistica”, come i situazionisti o i surrealisti. Negli anni ’60 e ’70 esisteva anche un certo rifiuto pratico del lavoro, nelle fabbriche in Italia o tra gli hippies. All’interno della critica del valore, diversi livelli analitici si intrecciavano all’inizio: un rifiuto dell’etica protestante del lavoro; una critica categoriale fondata sull’analisi del concetto marxiano di “lavoro astratto” (un concetto analizzato in modo corretto solo molto tardi dai marxisti); l’idea di una sostituzione del lavoro vivo con le tecnologie. La critica categoriale non rigetta il lavoro solo perché questo può rivelarsi sgradevole o faticoso. Lo scambio con la natura e la resistenza che essa può opporci restano di arricchimento per l’essere umano. Esiste anche una voluptas laborandi, un piacere tratto da un’attività di cui si possono vedere i risultati. Allo stesso modo, non sono necessariamente portato a un elogio dell’ozio come nel pamphlet (piuttosto sovrastimato ai miei occhi) di Paul Lafargue. Il problema su cui insiste la critica categoriale è che il lavoro astratto mette tutte le attività sul medesimo piano, interessandosi solo al fatto che esse servono all’accumulazione del capitale. Nel sistema capitalista si preferirà fabbricare una bomba piuttosto che un giocattolo nel caso che la prima permetta di realizzare un plus-valore superiore al secondo.
Bisogna rompere questo processo di omogeneizzazione totalitaria di tutte le attività, l’astrazione totale in rapporto al contenuto di tutti i lavori particolari. Questo regno del lavoro astratto ha d’altronde reso superfluo, e allo stesso tempo molto sgradevole, gran parte del lavoro concreto che si svolge al giorno d’oggi. Ma non per questo penso che ciò dovrebbe incoraggiare una sorta di pigrizia totale coadiuvata dai computer. Non condivido neanche l’entusiasmo recente per i fablabs: mi sembra preferibile fabbricare da sé una sedia in legno piuttosto che farla uscire da una stampante 3D. Su questo punto ci si può rifare all’opera di William Morris che, dopo Marx, mi sembra l’autore più penetrante della sua epoca. In News from Nowhere, immagina un futuro nel quale le persone sono molto attive, ma in settori come l’agricoltura e l’artigianato, dove quello che fanno è fatto per l’amore del bello e del piacere. Così, e parlo qui per me e non a nome della Critica del valore nel suo complesso, mi sembra che il superamento del capitalismo debba implicare una forte riduzione delle tecnologie e la riscoperta di una certa lentezza. Un esempio banale: si potrebbe certamente tornare a inviare lettere che impiegano una settimana ad arrivare a destinazione, piuttosto che consegnarsi all’istantaneità dell’e-mail. La difesa del lavoro ben fatto non mi sembra quindi sbagliata se si è attenti a non fare un feticcio del lavoro artigianale; dentro il capitalismo, anche il lavoro ben fatto prende la forma di una merce, il lavoro concreto è sempre subordinato al lavoro astratto. Uscire dal capitalismo significa potersi dedicare al lavoro ben fatto senza entrare in concorrenza con gli altri produttori, perché in questo caso il lavoratore artigiano sarebbe immediatamente schiacciato. Significa anche ripensare il senso del lavoro, ancorché ben fatto: senza dubbio un operaio che produce con grande cura una Ferrari ne trarrà probabilmente orgoglio, ma si può largamente dubitare dell’utilità sociale del suo lavoro.

Domanda: In un testo del 2003 (Au-dessous de toute critique), Robert Kurz sosteneva che l’uscita dalla “gabbia di ferro” delle categorie capitaliste sarebbe possibile solo attraverso una società dei consigli e dell’autogestione, oltre la forma-merce e la forma-denaro, oltre il mercato e lo Stato. Ma più recentemente Clément Homs (del quale il sito http://www.palim-psao.fr/ repertoria un certo numero di testi, interventi seminariali, conferenze sulla Critica del valore) ha scritto un saggio intitolato Autogestion, piège à cons?. Lo si potrebbe prendere come una provocazione relativa a una formula libertaria ormai diventata vuota. Per quale motivo l’autogestione sarebbe una trappola da coglioni? E a quali condizioni si può dare un nuovo senso alle parole d’ordine autogestionarie?

Jappe: A mio avviso l’idea dei consigli operai e quella di autogestione sono due cose ben distinte: A proposito dei consigli Kurz ricorda, giustamente, che una deliberazione collettiva è possibile, in linea di principio, su tutti gli aspetti della vita. E’ possibile interrogare le forme della produzione, l’urbanismo, la circolazione … D’altro canto, per come si è data storicamente l’autogestione rientra nell’idea che all’interno di un’unità di produzione (che resta quindi nel contesto capitalista) gli operai prendano essi stessi in carico la gestione della “cellula” interessata (come nel caso dei Lip, in Francia, negli anni ’70). In questo caso i rapporti gerarchici all’interno dell’unità produttiva sono stati modificati, ma non la dipendenza dal mercato esterno. Per resistere alla concorrenza, bisogna raggiungere lo stesso livello di produttività delle altre unità produttive. Questo significa anche che si deve produrre in base a un immutato rapporto tra capitale costante e capitale variabile. In altri termini, meglio non essere troppi! E, se non funziona, l’autogestione può arrivare a decidere democraticamente i licenziamenti o la riduzione salariale.
Secondo me l’infatuazione per l’autogestione, che ha colto quasi tutti negli anni ’70, si fondava su una lettura molto riduttiva dell’ordine esistente che riconduceva i rapporti capitalistici a rapporti gerarchici di dominio. Era ciò che proponeva, ad esempio, il gruppo Socialisme ou barbarie. Questo genere di critica costituiva una novità in rapporto a una fase precedente della critica del capitalismo che metteva l’accento solo sulla questione della proprietà giuridica. D’altronde, è vero che dopo la Seconda Guerra Mondiale la gestione delle imprese si era fortemente sviluppata attraverso il management, le strutture gerarchizzate (operai, capi-reparto), ecc. Molti anarchici hanno fatto allora l’errore di pensare che se tutti fossero stati messi gerarchicamente sullo stesso piano, la società si sarebbe immediatamente emancipata. Si può certo immaginare un’unità di produzione o una fabbrica la cui proprietà giuridica venga integralmente trasferita ai salariati, senza che questo muti nulla rispetto al fatto che una simile “cellula” debba svolgere la sua quota di lavoro astratto per valorizzare il proprio capitale. A tal proposito mi sembra che per troppo tempo si sia sottolineata la sola dimensione visibile o soggettiva del dominio, e non abbastanza il dominio del “soggetto automatico”, che è il modo in cui Marx qualifica il capitale. Se la necessità di servire gli imperativi automatizzati del sistema è già sempre presupposta o, detto altrimenti, se la necessità di investire e di valorizzare il capitale rimane tale, allora si giunge solo a una differente gestione dell’alienazione. Retrospettivamente stupisce che all’epoca tutto ciò sia stato visto così poco.
Tuttavia, quando esiste una rete di strutture produttive autogestite, come in Argentina all’inizio degli anni 2000, la situazione può essere diversa. Queste strutture produttive iniziano a scambiarsi tra di loro prodotti e servizi. Allora si può tentare di sottrarre intere aree alla produzione capitalista. Dove questo non accade, si corre sempre il rischio di ricadere in una semplice gestione alternativa dei meccanismi del mercato. Purtroppo non mi pare di ricordare che in Argentina si sia arrivati fino a questo punto. Ciò detto, simili situazioni sono pressoché inevitabili data l’estrema difficoltà di uscire dalla logica del denaro. Evidentemente bisognerebbe andare nella direzione di tentare scambi diretti dei prodotti, ma allora sarebbe necessario poter fare affidamento su numerose strutture produttive, per evitare che tutto si riduca alla semplice sopravvivenza.

Domanda: Bernard Friot, con il quale hai discusso, propone un salario a vita e un ampliamento delle conquiste della lotta di classe (in primo luogo della Sicurezza sociale). Afferma di basarsi su una “convenzione salariale del lavoro”, promuovendo la produzione di valore non-capitalista attraverso la qualificazione delle persone (fa l’esempio della funzione pubblica) e contributi sociali capaci di finanziare gli investimenti al posto del credito bancario. Così, l’eredità delle lotte renderebbe permanente, dentro il capitalismo, alcuni settori che gli sfuggono fin d’ora. Si tratterebbe di riprendere la lotta di classe per liberarsi dal mercato del lavoro e dalla condizione di persona in cerca di impiego. Ai tuoi occhi, la sua posizione è tipica di un “anticapitalismo a metà” (anticapitalisme tronqué, Verkürzter Antikapitalismus). A che cosa si riferisce esattamente quest’ultima espressione?

Jappe: In realtà le idee di Friot rappresentano solo una piccola parte, d’altronde assai strana, di questo “anticapitalismo a metà”. In generale, con “anticapitalismo a metà” richiamo una visione del mondo che denuncia alcuni misfatti del capitalismo ma si astiene da ogni critica del modo di produzione. La colpa è sistematicamente attribuita a ciò che nella terminologia dell’economia politica va sotto il nome di “sfera della circolazione”, più precisamente il commercio (se ne trova l’illustrazione ordinaria nell’attribuzione popolare dell’aumento dei prezzi alle manovre dei commercianti), e ancora più alla finanza. Si tratta di una tradizione dalla storia assai lunga, quella dell’odio dell’usuraio – con tutte le sue implicazioni antisemite -, che nel XIX secolo diventa una critica delle banche e della speculazione. Le disfunzioni del capitalismo sono imputate in modo pressoché sistematico alla sfera finanziaria, al “capitale fittizio”, in altri termini a quei meccanismi in virtù dei quali il denaro potrebbe direttamente “far figli” senza passare dalla sfera della produzione. Ora, Marx ha dimostrato molto bene che un’analisi di questo tipo non è ricevibile, poiché il capitale commerciale e il capitale usuraio (Wucherkapital)? non sono che deduzioni in rapporto al capitale produttivo. In realtà il capitalista deve condividere il proprio profitto con la sfera commerciale e quella usuraia-bancaria.
Per l’“anticapitalismo a metà” le cose si presentano esattamente al contrario: da una parte si troverebbero gli investitori industriosi che offrono lavoro e i lavoratori onesti, utili alla società, e dalla parte opposta quelli che rubano questo lavoro attraverso il credito, l’interesse e la speculazione. Questa griglia di analisi, che come ricordavo trova le sue radici nel XIX secolo, si sviluppa tra le due guerre mondiali con il movimento fascista e l’antisemitismo, che vi trovano un modello esplicativo molto comodo. Con l’epoca neoliberale e il decollo della finanza, questo “anticapitalismo a metà” è tornato in forza fornendo una lettura superficiale e semplificata dei profitti enormi realizzati dalle banche. Non si tratta di dubitare che i banchieri e gli speculatori siano brutta gente, ma è falso credere che siano all’origine della crisi. Piuttosto, essi hanno fornito le “stampelle” senza le quali il capitalismo sarebbe già crollato da molto tempo per deficit di redditività – e con esso tutti i posti di lavoro e gli investimenti “utili” ai quali anche le diverse posizioni di sinistra tengono tanto. È troppo semplicistico, nel migliore dei casi, e troppo pericoloso, nel peggiore – non si è lontani dall’opposizione stabilita dai nazisti tra il capitale “produttivo” e il capitale “rapace” -, ipotizzare che esista un 1% di cattivi speculatori e di politici corrotti in opposizione al 99% di lavoratori onesti. Così si confondono le conseguenze del problema con le sue cause.
Bisogna ancora richiamare il ruolo che l’“anticapitalismo a metà” assegna allo Stato e, a fortiori, alla Nazione. In molti casi – certo non sempre – l’“anticapitalismo a metà” tende verso qualche forma di sovranismo (di destra, di sinistra o trasversale). In Francia i suoi rappresentanti sotto la luce dei riflettori sono numerosi. Li si vede con Frédéric Lordon, gli “économistes atterrés”, le proposte di uscire dall’Unione europea per il recupero di una sovranità nazionale… Non difenderò certamente l’Unione europea, ma bisogna ricordare che una Francia sola sarebbe ancor più preda dei mercati finanziari internazionali. Nessuno Stato attuale si finanzia da sé, tutti vivono grazie ai prestiti che possono ottenere sui mercati internazionali, dipendendo in ciò dalle agenzie di rating.
Quanto a Friot, confesso di non comprendere ciò che immagina. Non intraprende alcuna critica del salariato né del lavoro, piuttosto auspica di estenderlo al mondo intero! Mi sembra che ciò somigli a quanto è accaduto nei paesi dell’Est, dove esisteva un obbligo di lavorare in cambio di una specie di salario minimo. Diciamo che proposte del genere, o anche quella sul reddito universale, eludono totalmente il fatto che esiste un limite interno al processo di valorizzazione del capitale. Si crede che si continuerà tranquillamente a produrre denaro che “vale” e che l’unico problema sia in fondo quello di assicurarne una diversa distribuzione. È un approccio simile a quello proposto dalla scuola della “regolazione”, l’idea keynesiana secondo cui bisogna dare più denaro ai salariati perché essi possano meglio riacquistare la paccottiglia che producono. E quasi tutto ciò a cui oggi si affibbia il nome di “sinistra” (sinistra “radicale”, sinistra “della sinistra”, sinistra “estrema”) è racchiuso all’interno di quest’ottica keynesiana, in difesa esplicita del lavoro.
Quanto al reddito universale è una proposta irrealista. Essa fa affidamento su un prolungamento indefinito della macchina capitalista. Non ha nulla di rivoluzionario. Non è un caso che il primo ad averla proposta fosse Milton Friedman. Storicamente, d’altronde, esisteva qualcosa di simile alla fine del XVIII secolo in Inghilterra, con il sussidio ai poveri assegnato, generalmente, dalla parrocchia. Ne La grande trasformazione Karl Polanyi ha mostrato bene come questo sussidio venisse in sostegno del capitalismo, favorendo la spinta al ribasso dei salari. Oggi anche la destra difende questa misura come uno strumento che permette di eliminare tutte le altre forme di aiuto. Non si tratta che di distribuire in un altro modo la stessa paccottiglia oggi suddivisa in forma di RSA (revenu de solidarité active). Se venisse instaurato, il reddito universale rinforzerebbe il funzionamento a due velocità della società: una parte vivrebbe piuttosto miseramente con il suo reddito universale, mentre l’altra lavorerebbe. Al prossimo aggravarsi della crisi economica, il primo taglio colpirebbe questo reddito. Il suo solo merito, ai miei occhi, è che permettere almeno di discutere della centralità dell’etica del lavoro.

Domanda: Una delle specificità della Critica del valore consiste nel prevedere il collasso del capitalismo, non tanto – come molti rivoluzionari hanno ripetuto – sotto i colpi dei suoi avversari, ma per autodistruzione. Il capitalismo avrebbe infatti attinto i limiti di valorizzazione del valore. L’onnipotenza della finanza, in questo senso, sarebbe il sintomo e non la causa della crisi profonda del capitalismo. Lungi dal perturbare un’economia sana, la speculazione avrebbe così permesso di continuare negli anni la finzione della società capitalista mentre si svuotavano le categorie di base del capitalismo stesso. Ma oggi se ne vedono i limiti. Allora, a quando questo crollo? E, soprattutto, cosa facciamo?

Jappe: Diciamo che il crollo era ieri! Nel senso che sta già prendendo forma, certo con grandi differenze e a diverse velocità, a seconda delle regioni del mondo e delle fasce sociali. Questo processo è iniziato verso il 1972. La crisi si manifesta sotto tre aspetti principali: con la fine del sistema aureo, nel 1971, il capitalismo inciampa su un limite interno alla valorizzazione. Questo scatena la finanza, ormai indipendente dalla produzione reale. Salta l’ultimo parapetto. Le economie occidentali entrano in una recessione da cui non sono praticamente più uscite, salvo in brevi momenti. Allo stesso tempo, nel 1972, compare il rapporto del Club di Roma, che fa entrare la crisi ecologica nella coscienza generale e illustra il secondo limite a cui il capitalismo deve far fronte. Infine c’è lo choc petrolifero che, pur inizialmente legato soprattutto a una posta in gioco geopolitica, suona la campana a morto dell’abbondanza energetica. Non è un caso se queste tre crisi compaiono nello stesso momento: sono i sintomi del crollo.
Oggi, anche nei paesi più ricchi il numero delle persone che vivono in condizioni peggiori che in precedenza aumenta. Prendiamo ad esempio il caso dei giovani: quando chiedo ai miei studenti se gli sembra di scivolare su un piano inclinato nel quale la sola cosa a cui si può aspirare è quella di scivolare un po’ meno velocemente degli altri, molti mi rispondono di sì. Senza dubbio ci sono differenze tra paesi e diverse velocità. Alcuni riescono a cavarsela arricchendosi a spese di altri. Il “miracolo economico” tedesco non è dovuto tanto al fatto che i tedeschi “lavorano sodo”, quanto al fatto che la Germania riesce a scaricare le proprie difficoltà sui partner europei. In Grecia, invece, il crollo ha già avuto largamente luogo. Continenti interi, come l’Africa, sono crollati. Non si tratta quindi assolutamente di una profezia per il futuro. D’altronde l’elezione di uno come Trump simboleggia bene una politica disperata: di fronte all’idea che tutto crolli, si porta al potere uno del quale si pensa che potrà provvisoriamente salvare qualche briciola per qualcuno.
Per quanto riguarda la parte “pratica” della questione, bisogna ricordare che l’idea che esista un interno del capitalismo era poco presente nella storia del movimento operaio e del marxismo classico. Si pensava che il capitalismo potesse svilupparsi all’infinito sulle sue stesse basi e che solo la volontà cosciente dei suoi avversari fosse in grado di porgli fine. Ora, il capitalismo ha minato alle fondamenta queste stesse basi perseguendo la propria logica cieca. Ciononostante non c’è alcuna garanzia che qualcosa di meglio prenda il suo posto. Oggi il problema non è tanto quello di sovvertire il sistema, ma di sapere come evitare che il suo crollo diventi una catastrofe definitiva. Come sviluppare delle alternative? Come sottrarre intere aree della produzione della vita ai settori capitalisti? Qui per fortuna le dimensioni “macro” e quella “micro” possono incontrarsi. Non si può fare sempre tutto su piccola scala (come nell’esempio citato dell’Argentina, in una situazione di crollo in cui inizia a generalizzarsi un’altra forma di vita), ma è possibile, per ciascuno, cominciare nell’immediato. Anche se non sono veramente d’accordo con i portavoce della decrescita, credo comunque che nell’idea ci sia del buono: si può, personalmente, iniziare a vivere con molto meno, rifiutare la logica consumista. Valori come la convivialità possono contribuire a ridurre forme di dipendenza quali la necessità di lavorare sempre di più per pagare il genere di confort vigente.

Domanda: Nel capitolo sulla “traiettoria di produzione” contenuto in Temps, travail et domination sociale, dopo aver analizzato la contraddizione interna del capitalismo tra incremento della massa di ricchezza reale e diminuzione della produzione del valore, Moishe Postone esamina una forma di vita sociale fondata sulla tecnologia avanzata, divenuta strumento a disposizione degli uomini e non più vettore di dominazione astratta. Quello che si prefigura qui sembra ambiguo: si potrebbe infatti immaginare una versione “tecnofila” della Critica del valore. Tu invece scegli un approccio più critico della tecnologia, perché?

Jappe: Storicamente l’automatismo tecnologico e l’automatismo del valore sono andati di pari passo. Il capitalismo ha spiccato veramente il volo solo nel XVIII secolo, quando si è alleato con lo sviluppo tecnologico. La dinamica del capitalismo è stata portata avanti da invenzioni tecnologiche che hanno permesso di risparmiare lavoro e ottenere un plus-valore supplementare o, ancora, di controllare le popolazioni. Inoltre queste tecnologie si sono sempre presentate come una specie di fatalità di fronte alla quale la società nel suo insieme doveva confessarsi impotente, come doveva farlo di fronte all’economia. Il detto “il progresso non si ferma” lo dice chiaramente! Questo non significa che, in assoluto, non esistano tecnologie di cui si potrebbe fare un uso differente, ma ciò sarebbe possibile solo in un contesto totalmente diverso e ricominciando da capo.
Le lotte sociali più promettenti sono spesso quelle che si battono contro gli aeroporti, contro i villaggi turistici, contro le dighe, la TAV o gli O.G.M. Non si tratta solo di preservare l’ambiente, ma anche di difendere altri modi di vivere, nuove forme di autonomia; di rompere con l’eteronomia totale nei confronti delle tecnologie e del mercato. L’autonomia è un’idea importante, che si concretizza nel fatto di dipendere nel modo minore possibile da tecnologie su cui non avremmo alcun controllo. Autonomia non significa autarchia, ma almeno possibilità di scegliere. Evidentemente è più comodo riscaldarsi spingendo un bottone che andando a tagliare la legna nella foresta per alimentare il camino, ma se spingiamo il bottone dobbiamo accettare le conseguenze. Essere autonomi è tanto più difficile quanto più ci si è asserviti a quella che Lewis Mumford chiamava la “Megamacchina”, dalla quale non è possibile astrarsi completamente, pena la ricaduta in posizioni primitiviste che non condivido in alcun modo. È comunque possibile ridurre considerevolmente la nostra dipendenza dalla “Megamacchina”, tanto nei suoi aspetti tecnologici quanto in quelli economici.
Ponendo i problemi della felicità individuale, del ritmo di vita, ecc., il discorso della decrescita va molto più lontano di quasi tutte le forme di marxismo tradizionale. Tuttavia non è esente da problemi – e anche facendo subito astrazione dai sostenitori di una decrescita che si limita, grosso modo, al fatto di raccattare gli ortaggi gettati dai commercianti alla fine del mercato. Ad esempio, raramente è il capitalismo in quanto tale ad essere criticato. Più spesso lo sono i suoi effetti più visibili: la “società dei consumi”, la pubblicità… Ora, per me l’essenziale è vedere come la logica del valore richieda che la quantità di valore sia sempre maggiore. Il capitalismo è quindi necessariamente produttivista: con l’aumento della produttività, un’ora di lavoro deve realizzare dieci camicie, poi venti camicie, ecc. Se non si attacca questo meccanismo di base, non è possibile uscire dalla logica della crescita. I “decrescenti” esitano, in generale, a farlo o lo ammettono solamente in linea teorica, ricercando molto velocemente una realizzazione politica immediata. Ecco perché finiscono spesso per flirtare con partiti come il Partito Socialista, per avanzare ricette neo-keynesiane o per proporre i loro servizi all’Unione europea. Tutto questo rischia di condurre a un’altra forma di “anticapitalismo a metà”, anche se la loro idea di convivialità è ben più simpatica di quella di Bernard Friot, che sembra voler ridurre la società a un’immensa cantina sociale dell’amministrazione comunale!


* Intervista pubblicata inizialmente sulla rivista “Réfractions. Recherches et expressions anarchistes”, 38, 2017 e rivista dall’autore per l’edizione italiana. La traduzione è di Alessandro Simoncini.

fonte:  tysm - philosophy and social criticism