sabato 18 novembre 2017

Prefazione

prefazione

Certo, il modo di esporre un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l'indagine. L'indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l'interno concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente. Se questo riesce, e se la vita del materiale si presenta ora idealmente riflessa, può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori.

Per il suo fondamento, il mio metodo dialettico, non solo è differente da quello hegeliano, ma ne è anche direttamente l'opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli trasforma addirittura in soggetto indipendente col nome di Idea, è il demiurgo del reale, che costituisce a sua volta solo il fenomeno esterno dell'idea o processo del pensiero. Per me, viceversa, l'elemento ideale non è altro che l'elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini.

Ho criticato il lato mistificatore della dialettica hegeliana quasi trent'anni fa, quando era ancora la moda del giorno. Ma proprio mentre elaboravo il primo volume del Capitale i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che ora dominano nella Germania colta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava lo Spinoza: come un «cane morto». Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore, e ho perfino civettato qua e là, nel capitolo sulla teoria del valore, col modo di esprimersi che gli era peculiare. La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico.

Nella sua forma mistificata, la dialettica divenne una moda tedesca, perché sembrava trasfigurare lo stato di cose esistente. Nella sua forma razionale, la dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e per i suoi corifei dottrinari, perché nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso, la comprensione del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del movimento, quindi anche dal suo lato transeunte, perché nulla la può intimidire ed essa è critica e rivoluzionaria per essenza.

La cosa che più incisivamente fa sentire al borghese, uomo pratico, il movimento contraddittorio della società capitalistica sono le alterne vicende del cielo periodico percorso dall'industria moderna, e il punto culminante di quelle vicende: la crisi generale. Essa è di nuovo in marcia, benché ancora sia agli stadi preliminari; e per l'universalità del suo manifestarsi, come per l'intensità dei suoi effetti inculcherà la dialettica perfino ai fortunati profittatori del nuovo sacro impero borusso-germanico.

Londra, 24 gennaio 1873.
Karl Marx

venerdì 17 novembre 2017

Apolidi

apolidi cornell

Fra l'ansia e l'incoscienza

Quel che attrae l'attenzione, in "Scritti Apolidi" di Julio Ramón Ribeyro, è la sua insistenza sul voler raffrontare e stabilire dei paralleli fra l'infanzia e l'età adulta. Il tema fa parte di una riflessione costante sulla morte, sulla posterità e sull'oblio. Fin dalle prime pagine, scrive: «Il senso di età è relativo: siamo sempre giovani o vecchi rispetto a qualcuno.»
Altrove, egli commenta i «sistemi di riferimento» che avvicinano padre e figlio: «Così come è per me, mio figlio ha le sue autorità, le sue fonti, i suoi riferimenti cui ricorre quando vuole sostenere un'affermazione o un'idea. Ma se le mie autorità sono i filosofi, gli scrittori o i poeti, quelle di mio figlio sono venti album di avventure di Tintin». Questa prima versione di "autorità" gli è utile «in quanto placenta», «per proteggersi dalle contaminazioni del mondo circostante».
«È falso dire che i bambini imitano i giochi degli adulti: sono i grandi che plagiano, ripetono ed amplificano, su scala planetaria, i giochi dei bambini.»

Le riflessioni fatte da Julio Ramón Ribeyro hanno delle chiare affinità con quelle fatte da Walter Benjamin circa l'infanzia e la storia dei giocattoli - o con le riflessioni di Claude Lévi-Strauss sulla relazione fra il tempo e i manufatti (il bricolage, come veniva definito ne "Il Pensiero Selvaggio") - che poi porteranno Giorgio Agamben alla connessione fra "Infanzia e Storia" (libro in cui dirà che «la miniaturizzazione è la cifra della storia», qualcosa che riecheggia anche nella poetica di un altro contemporaneo di Ribeyro, Joseph Cornell, il quale, nel montaggio delle sue "scatole", lavorava non solo con la miniaturizzazione, ma anche con la convivenza soggetta a tensione fra il mondo adulto ed il mondo dell'infanzia, fra l'ansia e l'incoscienza). Un'intuizione che emerge in diversi momenti di "Scritti Apolidi":
«È vero che sono stati inventati i giocattoli, i quali sono un mondo miniaturizzato, che può essere usato dai bambini, e che è a loro misura. Ma i bambini si stancano dei giocattoli e, per imitazione, vogliono muoversi costantemente nelle cose degli adulti. Con quale decisione e spontaneità si lanciano in direzione della vita adulta, che mania che hanno di imitare i più vecchi!»

E, per finire, la relazione fra infanzia, tempo e storia investe anche l'attività della scrittura:
«Ora che mio figlio sta giocando nella sua stanza e che io sto scrivendo nella mia, mi domando se l'atto di scrivere non sia il prolungamento dei giochi dell'infanzia. Mi accorgo che sia io che lui siamo concentrati in quel che facciamo e che prendiamo molto sul serio le nostre azioni, come frequentemente avviene con il gioco. La differenza sta nel fatto che il mondo dei giochi infantili sparisce quando terminiamo di giocare, mentre il mondo dei giochi letterari dell'adulto, nel bene e nel male, rimane. Perché? Perché i materiali dei nostri giochi sono differenti. Il bambino fa uso di oggetti, mentre noi utilizziamo simboli. E, in questo caso, il simbolo dura più di quanto dura l'oggetto che lo rappresenta. Abbandonare l'infanzia vuol dire precisamente sostituire gli oggetti con i simboli.»

apolidi libri

mercoledì 15 novembre 2017

Neolingue

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Scrittura «inclusiva» o posizione elitaria al servizio dell'ideologia dominante?
- di Yves Coleman -

Preceduta, negli ambienti universitari di sinistra e di estrema sinistra (dove si continuano a trovare spesso sempre le stesse persone, anche se non fanno carriera nei media o all'università), da diversi anni di «femminizzazione» e di «generizzazione» dell'ortografia e della grammatica, attualmente ha guadagnato popolarità nei media francesi, innescando ogni sorta di polemica che sia in grado di distogliere dalle questioni essenziali, quelle legate allo sfruttamento e al dominio reale. In tutta questa discussione faziosa, c'è una sola questione che ci interessa: La femminizzazione dell'ortografia e della grammatica ha un legame determinante, decisivo, con il dominio degli uomini sulle donne, o con il sistema stabilito del «patriarcato»? Se si tratta di apporre il segno del genere femminile a delle parole che sono di solito maschili come autore, scrittore, pompiere o soldato, questo non mi pone alcun problema, ma questa riforma non cambierà niente per quel che riguarda il dominio maschile in tutte le società esistenti. Al contrario, i promotori e le promotrici di queste riforme portano avanti delle ragioni ideologiche «radicali» che non stanno in piedi sul piano storico e politico, la sola dimensione che qui ci interessa.

Farò solo due esempi:
1. Ci sono molte lingue asiatiche che non comportano alcuna marcatura di genere (femminile o maschile) negli articoli (inesistenti), negli aggettivi e nei verbi. Ciò non è il segno di un dominio maschile meno importante. Direi, piuttosto, il contrario. Le società asiatiche, segnate soprattutto dal confucianesimo e dal buddismo, sono delle società particolarmente «patriarcali», anche perché sono entrate dopo nella modernità e nella globalizzazione capitalista. L'assenza, nella grammatica e nell'ortografia, del dominio del maschile sul femminile non ha avuto alcuna conseguenza su queste società asiatiche che costituiscono una parte assai importante della popolazione mondiale, e non dispiace ai postmoderni europei e americani.
2. Alcuni a accademici e giornalisti invocano il fatto che nella grammatica francese, fino al XVIII secolo, il maschile non prevaleva sul femminile. Ma la cosa si ritorce contro di loro, dal momento che questo implica che si supponga che fino al XVIII secolo la società francese sarebbe stata meno «patriarcale» rispetto a quella successiva... Aspetto con impazienza che i nostri riformatori dell'ortografia ce lo dimostrino, ma temo che non saranno in grado di farlo. Per loro la cosa non ha alcuna importanza, dal momento che portano avanti un'ideologia idealista.

Infatti, l'idealismo in politica (che qui si manifesta attraverso la convinzione anti-materialista secondo cui sarebbero la lingua e la grammatica a formattere radicalmente i rapporti di dominio e di sfruttamento) convince solo quelli che non sono troppo schizzinosi riguardo la qualità scientifica e razionale delle idee, che lui o lei sostiene.
Fondamentalmente, tutto questo rumore mediatico non fa altro che coprire una sola cosa: secondo l'ideologia borghese oggi dominante, ivi compresa la sinistra e l'estrema sinistra, basterebbe cambiare il linguaggio e la grammatica per cambiare in maniera significativa la società, e bisognerebbe moltiplicare le leggi che regolano l'espressione scritta ed orale per consentire una vera uguaglianza fra gli uomini e le donne.
Il vecchio movimento operaio (diversamente dai postmoderni, dagli estremisti di sinistra e dalle femministe [*1]) aveva una prospettiva più concreta e realistica: i rapporti di dominio e di sfruttamento si cambiano unicamente per mezzo della lotta comune e costante degli sfruttati, qualunque sia il loro sesso o la loro origine etnica o nazionale. Le riforme democratiche e le conquiste giuridiche, sempre parziali e temporanee, hanno senso solo se sono assoggettate alla pressione organizzata sia dei lavoratori che delle lavoratrici che devono rimanere costantemente in guardia, e passare se possibile all'offensiva, e non lasciarsi mai illudere dai bei discorsi, dalle manovre, dei capitalisti, dei manager e dei burocrati sindacali o di partito.

Tutto il resto sono solo chiacchiere élitarie
Tutti sanno che in questa società i posti di potere finiscono nelle mani di quelli che padroneggiano bene l'ortografia e la grammatica (o in ogni caso vengono supportati da esperti ed esperte in comunicazione scritta e orale incaricati di fabbricare la loro immagine e giustificare il loro dominio nel nome di una «competenza», anche linguistica, spesso immaginaria).
I militanti e le militanti di sinistra, di estrema sinistra o gli anarchici che sono passati per i banchi dell'università nel corso, diciamo, di una ventina d'anni condividono le illusioni dei loro insegnanti élitari, postmoderni, che hanno fatto loro credere che cambiare la lingua e la grammatica permetterebbe di cambiare la società.
Se vogliono rafforzare il divario sociale e culturale che separa gli sfruttati dagli sfruttatori, questi militanti e queste militanti non hanno da fare altro che continuare lungo la strada che hanno scelto. D'altronde, i loro volantini, i loro articoli ed i loro libri scritti in un linguaggio elitario ed illegibile  ne sono la triste testimonianza.
Ma che non ci vendano il loro elitarismo piccolo-borghese ed il loro idealismo anti-materialista spacciandolo per un tentativo di cambiamento egualitario!
Inventare una nuova lingua elitaria e per iniziati (o meglio una neolingua, come testimonia il termine «inclusivo» che accompagna questo marketing ideologico) non ha niente a che vedere con la lotta per la soppressione delle diverse forme di sfruttamento e di dominio! E tutto ciò ha a che fare con una postura radical-chic, sintomo della loro impotenza politica camuffata da un'arroganza linguistica!

- Yves Coleman - Ni patrie ni frontières -

NOTA:
[*1]
- Una recente trasmissione su France Culture spiegava come, secondo un'inchiesta internazionale, quando le aziende vengono dirette e controllate da delle donne, la produttività (quindi lo sfruttamento) sia maggiore di quelle che vengono dirette da uomini. Una simile informazione non pone alcun problema alle giornaliste femministe di questa catena... Si possono trovare degli echi di questa osservazione (inquietante almeno per le menti critiche e non ancora indottrinate per mezzo di concetti politici e sociali idealisti) in molti articoli vecchi o recenti:
[ https://www.lexpress.fr/emploi/les-femmes-moteur-de-la-performance-economique_969643.html
https://www.lesechos.fr/26/06/2017/lesechos.fr/030410012551_entreprises-dirigees-par-des-femmes---meilleure-rentabilite-mais-sous-representation.htm
https://www.capital.fr/votre-carriere/les-femmes-meilleures-que-les-hommes-au-travail-628821 ]

Fonte: Mondialisme.org

martedì 14 novembre 2017

Almeno un fatto...

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Il romanzo d'azzardo e l'errore di Dostoevskji
- di Piergiorgio Odifreddi -

Fëdor Dostoevskij soffriva di epilessia. Si racconta che abbia avuto il primo attacco l’8 giugno 1839, a diciott’anni, quando ricevette la notizia che il padre era stato ucciso dai propri contadini, esasperati dai suoi maltrattamenti. Non ci sono testimonianze serie al proposito, ma questo non impedì a Sigmund Freud di ricamarci sopra comunque, alla sua solita maniera, nel saggio Dostoevskij e il parricidio (1927). Le prime crisi accertate di epilessia lo scrittore le ebbe in seguito al trauma di una finta fucilazione, alla quale fu sottoposto il 23 dicembre 1849. La pena capitale per sedizione era infatti stata commutata dallo Zar nei lavori forzati, poi descritti nelle Memorie dalla casa dei morti (1862), ma la notizia venne comunicata ai condannati solo dopo una macabra messinscena, che lasciò un segno indelebile su molti di loro. Nonostante la rimozione di Freud, che declassava l’epilessia di Dostoevskij a un sintomo isterico, la malattia era non solo fisiologica, ma ereditaria: l’aveva anche il figlio Aleksej, che ne morì a soli tre anni. Ma lo scrittore non viveva le crisi in maniera puramente negativa: al contrario, le paragonava a esperienze mistiche, e dichiarò che non le avrebbe scambiate per nessun’altra gioia al mondo. Oltre che in questa prima  malattia, fisiologica, Dostoevskij sperimentò il doppio vincolo dell’esaltazione mista al dolore anche in una seconda malattia, psicologica: il vizio del gioco, al quale egli dedicò il romanzo Il giocatore, e Freud la seconda parte del proprio saggio. In Dostoevskij mio marito (1916) la moglie Anna descrive con molta comprensione lo stress materiale che il gioco causava al marito e alla famiglia, ma anche lo stimolo intellettuale che egli sapeva trarre dall’indigenza e dalla sofferenza per scrivere le sue “opere malate”, come le definì Tolstoj.
D’altronde, la signora Dostoevskaja sapeva fin dagli inizi che razza di uomo il destino le aveva assegnato come compagno di vita. Era stata infatti assunta il 3 ottobre 1866 come stenografa per lo scrittore, che doveva immediatamente consegnare un nuovo romanzo a un editore che gli aveva anticipato dei soldi per pagare i debiti, ipotecando i diritti delle sue opere passate e future. Il 4 ottobre la ventenne ragazza entrò in servizio, alla fine del mese il libro era finito, nei primi giorni del 1867 era in libreria e il 15 febbraio i due erano già sposati.
Manco a dirlo, l’instant book era l’autobiografico Il giocatore. La storia si svolgeva in una fittizia Roulettenburg, ispirata alle reali Wiesbaden e Baden-Baden: due città di terme e casinò, per il risanamento del corpo e la perdizione dell’anima del jet-set ottocentesco.  Il  Dostoevskij scapolo c’era andato nell’autunno del 1863, dilapidando quasi tutto il suo patrimonio: ad accompagnarlo c’era allora la studentessa  Apollinaria Suslova, che divenne la Polina del Giocatore (oltre che Katerina di Delitto e castigo, Nastasja dell’Idiota, Lizaveta dei Demoni e Grushenka dei Fratelli Karamazov). Il Dostoevskij sposato tornò a Wiesbaden e Baden-Baden con la moglie  nell’estate del 1867, perdendo di nuovo alla grande, come racconta Leonid Cypkin in Estate a Baden-Baden (1982). Il viaggio di nozze dello scrittore e della stenografa durò quattro anni, durante i quali lui scrisse due libri, L’idiota (1869) e I demoni (1871), e lei partorì due figlie, la prima morta a soli tre mesi. Ma, almeno stando ai ricordi della moglie, dopo la folle estate del 1867 Dostoevskij giocò solo sporadicamente, e smise del tutto quando essi tornarono in Russia nel 1871. Certo era destinato a indebitarsi, giocando, visto che credeva in un metodo infallibile per vincere: lo scrive lui nel Giocatore, e lo conferma la moglie nei ricordi, precisando entrambi che il metodo richiedeva però il possesso di un grosso capitale. Ma un ingegnere come Dostoesvkij, laureato nel 1843 alla Scuola Militare del Genio di San Pietroburgo, avrebbe dovuto sapere che “grosso” significa in realtà “illimitato”, e che nemmeno l’uomo più ricco del mondo ha un tale capitale a disposizione.
 
Il metodo è semplicemente la cosiddetta martingala: un termine introdotto in Francia nel Settecento, per indicare il tentativo di battere la fortuna in un gioco d’azzardo sfruttando le regole a proprio vantaggio. Ad esempio, poiché giocando “rouge et noir” alla roulette si vince il doppio della posta quando esce ciò su cui si è puntato, e si perde la posta altrimenti, il trucco consiste nel raddoppiare a ogni tiro la posta fino a quando si vince. Lo stesso succede giocando “manque et passe”, cioè la prima o la seconda metà dei numeri da 1 a 36. Naturalmente, in entrambi i casi si può essere sicuri di vincere solo avendo a disposizione un capitale e un tempo infiniti. I giocatori del Giocatore  puntano affannosamente in entrambe, ma non possono evitare di notare che a volte esce anche lo zero. Le regole del casinò sono dunque truccate a favore del banco, perché le probabilità nel “rouge et noir”, così come nel “manque et passe”, non sono 18/36 ma 18/37 (e 18/38 con il doppio zero). In un gioco onesto la vincita dovrebbe essere un po’ più del doppio, perché la probabilità di vincere è un po’ meno di metà, e una strategia ideale di vincita dovrebbe prevedere un po’ più del raddoppio della posta a ogni tiro.
In ogni caso Aleksej, l’autobiografico protagonista del romanzo, ammette apertamente di non calcolare quando gioca, ma spesso si abbandona alla tipica superstizione dei giocatori d’azzardo: di credere, cioè, che la storia delle puntate precedenti abbia un effetto sul seguito, come accade appunto nei romanzi o nelle telenovele. Nella realtà, invece, ogni puntata è una storia a sé stante, che segue le leggi della probabilità senza preoccuparsi di ciò che è già successo. Ad esempio, anche se uscisse il rosso cento volte di seguito, non per questo la probabilità che esca il nero la centounesima sarebbe maggiore di quanto è stata in ciascuna puntata precedente. Si sa comunque che i giochi d’azzardo costituiscono una tassazione sulla stupidità, e i protagonisti del Giocatore sono effettivamente uno più stupido dell’altro: primo fra tutti Aleksej, che sperpera la sua grossa vincita finale facendosi spennare a Parigi in poche settimane dalla escort Blanche. Ma almeno lui non ha rimorsi, a differenza dei protagonisti dei romanzi poliziesco-esistenzialisti di Dostoevskij, così poco considerati dai grandi scrittori russi, da Tolstoj a Bunin a Nabokov. Quest’ultimo, in particolare, insegnava a non prendere sul serio le opinioni espresse nei romanzi, meno che mai dai predicatori come Dostoevskij, e a concentrarsi sui fatti descritti. Avrebbe dunque apprezzato di sapere che vari indizi del Giocatore permettono di ricostruire i cambi delle varie monete europee citate nel romanzo. Il generale, la nonna e Aleksej cambiano   infatti 120 rubli con 100  talleri, 4 federici e 3 fiorini, 13.000 fiorini con 8.000 rubli, 420 federici con 4.000 fiorini  e 20 federici, e 25.000 fiorini con 50.000 franchi. Il sistema di quattro equazioni e cinque incognite permette di ricavare i cambi di quattro delle monete in funzione della quinta, scoprendo ad esempio che il fiorino valeva 2 franchi, il tallero 3,04 franchi, il rublo  3,25 franchi e il federico d’oro 20 franchi. Il che dimostra che persino in un romanzo di Dostoevskij a volte si può trovare almeno un fatto.

- Piergiorgio Odifreddi - Pubblicato su Repubblica del 12 giugno 2017 -

lunedì 13 novembre 2017

Scenari

Arrow, 1958

La fine del capitalismo, dieci scenari.
Un libro di Giordano Sivini
- dal sito Streifzüge -

Giordano Sivini, già professore di sociologia politica nella facoltà di economia dell’università della Calabria, pubblica con l’Editore Asterios La fine del capitalismo, dieci scenari. Vengono presentate le posizioni di studiosi che negli anni recenti hanno affrontato il problema, non di rado sostenendone l’inevitabilità. Si tratta di Arrighi, Wallerstein, Streeck, Harvey,Postone, Kurz, Gorz, Mason e Rifkin. Questa che segue è la Presentazione del libro.

C’è stata una parentesi nella storia del capitalismo in cui il sociale è riuscito ad emergere dall’economico. Aveva rilevanza, in quanto sociale, per il riconoscimento giuridico che lo stato gli attribuiva in forza della sua esistenza come popolazione disciplinata dal lavoro salariato. In funzione della mediazione con l’economico, lo stato aveva ricevuto legittimazione dal sociale. La democrazia, che come parvenza funzionava fin dall’800, era stata giuridicamente ridefinita in senso sostanziale con una articolazione istituzionale orientata a garantire il benessere del sociale. Le politiche economiche e fiscali, pur racchiuse in uno spazio definito dall’economico, realizzavano questo obiettivo attraverso la crescita e lo sviluppo. Agenti dello sviluppo erano le imprese regolate dallo stato, che interveniva sui processi economici stabilendo vincoli per il mercato, e sosteneva la domanda creando quel reddito aggiuntivo che il capitale non poteva o non voleva assicurare, permettendo la riproduzione delle condizioni di crescita e di sviluppo.
Questa parentesi è ormai chiusa, e se ne è aperta un’altra. Il sostegno dello stato alla domanda, come condizione di crescita e sviluppo, è venuto meno, e il sistema cerca di garantire l’offerta spingendo all’indebitamento e abbassando i prezzi mediante una infaticabile ristrutturazione del sistema produttivo. Flessibilizza il lavoro per abbatterne i costi; riduce l’immobilizzo dei capitali fissi e dei mezzi di produzione; limita il valore unitario delle merci mediante una spinta frammentazione e diversificazione. Ma crescita e sviluppo restano costruzioni illusorie, e le innovazioni concettuali sono finalizzate a sanzionare le interferenze del sociale, che ostacolerebbero lo stato in quanto garante dell’economico. Le sue debolezze a livello nazionale vengono curate dallo stato sovranazionale che, autolegittimandosi in quanto alfiere della libertà economica e della competizione, interviene sul sociale facendolo investire dai dispositivi del mercato, disciplinandolo alla sua razionalità e sottoponendolo ai suoi criteri di valutazione.

L’economia sociale di mercato, che ha forgiato l’architettura istituzionale sovranazionale europea, definisce principi formali di rilievo costituzionale per direzionare i governi degli stati nella loro azione sull’economico e sul sociale. Solidità monetaria e politica fiscale orientata a spezzare il circolo vizioso dell’indebitamento, comprimendo i costi del sociale ed eliminando i particolarismi dei mercati nazionali per affermare il principio generale della libera competizione. Fine ultimo è la costruzione di un ordine ritenuto corrispondente alla natura delle cose e degli uomini, con un mercato che, protetto dalle ingerenze del sociale, e rassicurato dalla vitalità delle forze che lo abitano, va messo in grado di riprodurre gli esseri umani in funzione delle loro diverse capacità imprenditive. Solo lo stato sovranazionale governato da tecnocrati è in grado di educare gli stati nazionali ad uscire dal pantano, sostenendoli nella ridefinizione del sociale con tecnologie di governo delle potenziali conflittualità.
La governance costruisce soggetti governabili entro l’ordine competitivo, creando «una camera di compensazione per quei problemi di ordine sociale che il capitalismo ha creato e che lo mettono in crisi»[1]. La sua ideologia enuncia esattamente ciò che la realtà racconta, e definisce i principi statutari a cui la realtà diversa che insiste sulla priorità del sociale deve conformarsi. Risorse materiali alimentano sistemi di pensiero che eludono il problema di fondo e giustificano i principi statutari. Agli accademici offrono un apparato di conoscenze che condiziona i percorsi scientifici. Ai politici garantiscono la riconquista dei poteri persi nell’era dello stato supermercato. Alle forze sociali prospettano la possibilità di sviluppare senza mediazioni rapporti costruttivi con gli attori economici e politici.

«Quanto più, in quest’ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate dettate dall’ignoranza asinina della coscienza ufficiale»[2]. L’economia sociale di mercato è l’ossimoro prodotto da questa coscienza asinina. “Per i socialdemocratici è un segnale del sostegno del sociale sull’economico. Per i popolari è l’affermazione della dottrina sociale cristiana e del principio di sussidiarietà, e quindi una via salvifica per affrontate i problemi dell’economia globalizzata e dei suoi meccanismi. Per i liberali è il primato della competitività e dell’efficienza del mercato come precondizione per qualsiasi ‘socialità’. Per i conservatori è la necessaria subordinazione dell’individuo ai legami e ai valori comunitari per plasmare una condotta economica guidata da criteri di responsabilità. Anche all’interno della sinistra si sta rivalutando l’economia sociale di mercato come alternativa al capitalismo predatorio delle multinazionali e della grande finanza”[3]. Si può aggiungere che nella costruzione del sociale la governance imbriglia finanche la sinistra della sinistra.
Perché tanta convergenza? «Si tratta esplicitamente di autoregolazione meccanica di un nesso sistemico autonomo, le cui assurde leggi si sono sedimentate come fatti naturali (l’economia di mercato, vale a dire il capitalismo). Nella realtà la vita sociale non è guidata dalla discussione e dalla consapevole decisione comune dei membri della società. (…). Dietro i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario vi è un quarto potere – il potere strutturale del sistema totale del mercato» [4].
Può essere irrazionale il sociale rispetto all’economico? Questo è, alla fin fine, il problema che richiede una soluzione per chiudere la seconda parentesi della storia recente del capitalismo. Ma sembra irrisolvibile, nonostante i funambolismi degli economisti che denunciano la gravità della situazione cercando invano di porvi rimedio. Si apre così lo spazio per la negazione del capitalismo, non in prospettive utopiche, ma come conclusione di ragionamenti paradigmatici coerenti, relativi alla sua evoluzione storica, e alla dinamica del capitale quando viene considerato come motore del capitalismo.

Un tempo, per molti, la classe operaia era il soggetto storico che avrebbe dovuto traghettare la società oltre il capitalismo. Il verso della lotta di classe però è cambiato; ora trova impulso dall’alto, e sposta ricchezza verso i vertici della piramide sociale. Tuttavia Marx è più vivo che mai per chi, con le sue lenti, non rinuncia alla lotta e guarda alla fine del capitalismo per riscattare il sociale, mentre i reduci del vecchio marxismo perseguono la vecchia strada delle compatibilità, rinchiudendola nella catena del valore in nome della priorità del lavoro, nonostante l’insopportabilità delle condizioni in cui viene erogato.
Alla compressione del sociale reagisce anche chi è metodologicamente abituato ad usare le categorie di un Weber che considera l’uomo storicamente partecipe della realizzazione della ‘gabbia di acciaio’ imposta dall’economia. Il baratro verso cui corre il capitalismo sta ormai ben oltre quell’orizzonte.
E’ stato Wolfgang Streeck, eminente scienziato sociale tedesco, a sollecitare la mia attenzione sulla fine del capitalismo, tanto da indurmi a guardare agli altri scienziati sociali che nell’ultimo decennio hanno affrontato l’argomento. Giovanni Arrighi aveva annunciato la fine della storia del capitalismo già a metà degli anni ’90 del ‘900, e nel 2009, alla vigilia della morte, aveva confermato la previsione. Nel 2007, André Gorz, prima di decidere di morire, era giunto per altra via ad una conclusione per alcuni aspetti analoga. Robert Kurz, deceduto nel 2012, aveva intuito fin dal 1985 che il capitale sarebbe finito, ed ha continuato a sostenere questa tesi con analisi puntuali. Gli altri – Immanuel Wallerstein, David Harvey, Moishe Postone, Paul Mason e Jeremy Rifkin – sono, come si usa dire, vivi e (più o meno) vegeti, e si sono espressi in tempi diversi su questo argomento senza poi modificare le loro posizioni.

Mi sono imposto di individuare le diverse strade che li hanno indotti a prevedere la fine del capitalismo esaminando e sintetizzando i loro paradigmi. Li ho esposti senza intromettermi; spesso li ho fatti parlare, e, quando possibile, attingendo ad interviste già pubblicate, utili per fornire interpretazioni dirette. Ho raggruppato i testi in capitoli, che da un lato si richiamano a scuole di pensiero, come l’Economia mondo e la Critica del valore; dall’altro realizzano una progressione tematica che va dalla fine della storia del capitalismo, alla assenza/presenza di un soggetto contrapposto al capitale, all’autoliquidazione del capitale per ragioni inerenti alla sua dinamica, e, infine, all’emergenza, sulle sue ceneri, di una nuova società. Aggiungo, nelle conclusioni, un altro punto di vista sulla fine del capitalismo, frutto di una mia riflessione.

Quali indicazioni si possono anticipare come risultato della comparazione dei testi, che, per inciso, prevedono la fine del capitalismo al più tardi entro i prossimi 50 anni?

In primo luogo, dopo un secolo e mezzo in cui le sorti del capitalismo erano state affidate ad un qualche soggetto rivoluzionario, adesso tutti ne riconducono la fine fondamentalmente a fattori oggettivi, da un lato per l’ineluttabilità dei cicli storici, dall’altro per i processi che minano il capitalismo dal suo interno. Questo non implica l’inattività del sociale, le cui forze devono orientare il processo terminale. Solo David Harvey fa eccezione, perché, seguendo una metodica teorica che non si distacca dal marxismo tradizionale, cerca di unificarle in un soggetto capace di incidere sul capitale.

In secondo luogo, coloro che convergono sulla tesi che il capitalismo è minato al suo interno attribuiscono una funzione decisiva alla terza rivoluzione industriale, quella delle tecnologie informatiche. L’enfasi è posta da alcuni sulla riduzione del lavoro, che, ritenuto fonte insostituibile del valore, fa venir meno la sostanza del capitale; da altri sulla riconfigurazione del sociale sulla base della rete e delle produzioni di rete, che apre la strada al postcapitalismo. Anche qui un eccezione, quella di Wolfgang Streeck, per il quale a minare il capitalismo, senza aprire nuove prospettive, è il neoliberalismo, che ha distrutto ogni freno all’avidità, facendolo precipitare verso un baratro.

Queste sintesi approssimative di ciò che emerge dalla lettura dei testi, non danno ovviamente conto della complessità delle dinamiche teoriche e analitiche, che, come preciso nelle conclusioni, distinguono tra capitalismo e capitale e tra diverse concezioni del capitale.

[1] Commisso G., La governance nell’economia sociale di mercato, Materiali per una storia della cultura giuridica, XLV, 1, 2015 p. 283.

[2] Kurz, R., In attesa degli schiavi globali, blackblog.francosenia, 25 aprile 2016.

[3] Commisso G., La genesi della governance dal liberalismo all’economia sociale di mercato, Trieste, Asterios, 2016.

[4] Kurz R., La sostanza del capitale, blackblog francosenia, 20 gennaio 2016.

fonte: cambia il mondo

 

- Pubblicato sul sito: Streifzüge. Magazinierte Transformationslust -

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Dieci Scenari
- di Giordano Sivini -

Può essere irrazionale il sociale rispetto all’economico? Questo è, alla fin fine, il problema da affrontare per chiudere la parentesi neoliberale della storia recente del capitalismo. Ma la soluzione non c’è: solo funambolismi che denunciano la gravità della situazione senza riuscire a porvi rimedio. Si apre così lo spazio per la negazione del capitalismo, non in prospettive utopiche, ma come conclusione di ragionamenti paradigmatici coerenti, relativi alla sua evoluzione storica, e alla dinamica del capitale quando viene considerato come suo motore.
Un tempo, per molti, la classe operaia era il soggetto storico che avrebbe dovuto traghettare la società oltre il capitalismo. Il verso della lotta di classe però è cambiato; ora trova impulso dall’alto, e sposta ricchezza verso i vertici della piramide sociale. Tuttavia Marx è più vivo che mai per chi, con le sue lenti, non rinuncia alla lotta e guarda alla fine del capitalismo abbandonando la vecchia strada delle compatibilità, che ora porta a rinchiudere il lavoro entro la catena del valore, nonostante l’insopportabilità delle condizioni in cui viene erogato. Alla compressione del sociale reagisce anche chi è metodologicamente abituato ad usare le categorie di un Weber che considera l’uomo storicamente partecipe della realizzazione della ‘gabbia di acciaio’ imposta dall’economia, perchè il baratro verso cui corre il capitalismo sta ben oltre quell’orizzonte.
E’ stato Wolfgang Streeck, eminente scienziato sociale tedesco, a richiamare di recente l’attenzione sulla fine del capitalismo, ma altri autorevoli scienziati sociali nell’ultimo decennio hanno affrontato l’argomento. Giovanni Arrighi aveva annunciato la fine della storia del capitalismo già a metà degli anni ’90 del ‘900, e nel 2007, alla vigilia della morte, aveva confermato la previsione. In quello stesso anno André Gorz, prima di decidere di morire, era giunto per altra via ad una conclusione per alcuni aspetti analoga. Robert Kurz aveva sostenuto fin dal 1986 che il capitale era prossimo alla fine, ed ha continuato a sostenere questa tesi con analisi puntuali fino al 2012, anno del suo prematuro decesso. Gli altri - Immanuel Wallerstein, David Harvey, Moishe Postone, Paul Mason e Jeremy Rifkin - sono, come si usa dire, vivi e (più o meno) vegeti, e si sono espressi in tempi diversi su questo argomento senza poi modificare le loro posizioni.
Il libro individua le diverse strade che li hanno indotti a prevedere, in vario modo, la fine del capitalismo, sintetizzando i loro paradigmi. Le loro analisi sono esposte senza intromissioni, con riferimento ai loro scritti e alle loro interviste. Sono raggruppate in capitoli, che da un lato si richiamano a scuole di pensiero, come l’Economia mondo e la Critica del valore; dall’altro realizzano una progressione tematica che va dalla fine della storia del capitalismo, alla assenza/presenza di un soggetto contrapposto al capitale, all’autoliquidazione del capitale per ragioni inerenti alla sua dinamica, e, infine, all’emergenza, sulle sue ceneri, di una nuova società. Si aggiunge, nelle conclusioni, un altro punto di vista sulla fine del capitalismo, frutto di una riflessione dell’autore.

- Giordano Sivini * -

(dal risvolto di copertina di: Giordano Sivini, La fine del capitalismo. Dieci scenari, Asterios,  €13,00)

Indice

Introduzione
Due parentesi e la fine del capitalismo, 11

CAPITOLO PRIMO
LA FINE DELLA STORIA DEL CAPITALISMO
1. Giovanni Arrighi: la conclusione dei cicli sistemici, 17
2. Immanuel Wallerstein: la fase terminale del capitalismo, 27
3. Gli Adam Smith e l’economia-mondo, 31

CAPITOLO SECONDO
L’AGONIA DEL CAPITALISMO
1. Wolfgang Streeck: la perdita del soggetto e la fine del capitalismo, 37
2. David Harvey: la ricerca di un nuovo soggetto, 50

CAPITOLO TERZO
IL SUICIDIO DEL CAPITALE
1. Critica del valore: la fine del soggetto automatico, 63
2. Moishe Postone: l’evoluzione del capitalismo, 71
3. Robert Kurz: l’esaurimento del lavoro, 79

CAPITOLO QUARTO
VERSO LA NUOVA SOCIETÀ
1. André Gorz: la fine della condizione alienata, 91
2. Paul Mason: il postcapitalismo, 104
3. Jeremy Rifkin: la grande trasformazione, 112

CONCLUSIONI
1. Se finirà, come e chi, 119
2. Spoliazione senza accumulazione, 122

- LEGGI LE PRIME 40 PAGINE -

*Giordano Sivini (Trieste 1936) è stato professore di sociologia politica presso la Facoltà di Economia dell’Università della Calabria. Negli anni ’70 si è occupato dei partiti politici, pubblicando per Il Mulino Sociologia dei partiti politici e un lavoro monografico su Roberto Michels. Negli anni ’80 è stato impegnato nella cooperazione in Africa, e ha realizzato analisi socioeconomiche raccolte in volumi pubblicati dall’Istituto Italo Africano sul Senegal, sul Mali e sui Maasai della Tanzania. Negli anni ’90 ha continuato ad occuparsi di problemi di sviluppo con riferimento ad alcuni temi dell’agricoltura calabrese in una prospettiva comparata europea (agrumicoltura e olivicoltura), che hanno dato luogo a pubblicazioni edite da Rubbettino. Nella prima parte degli anni 2000 ha studiato le migrazioni dall’Africa, pubblicando, ancora con Rubbettino, due libri. Pubblicazioni più recenti sono La resistenza dei vinti (Feltrinelli 2006), Resistance to Modernization in Africa (Transaction 2007), Il banchiere del Papa e la sua miniera (Il Mulino 2009), Compagni di rendite (Stampa alternativa 2013), e diversi articoli in Foedus sulla finanziarizzazione fin dalla crisi dei subprime, e in Inchiesta sulla Chrysler e sulle trasformazioni della Fiat in FCA. Continua ad occuparsi delle tematiche affrontate di recente e delle condizioni in cui si trova l’Unione Europea.

(dal sito di Asterios)

domenica 12 novembre 2017

Voci

sfumature

Nel corso del XX secolo l'Italia è stato uno dei paesi dell'Occidente in cui il confronto politico e la dialettica fra le classi sociali ha assunto la più marcata connotazione ideologica. Questo alto livello di ideologizzazione ha fatto sì che nelle culture politiche italiane si stratificassero molteplici concezioni e rappresentazioni della rivoluzione, all'interno delle quali occupano un ruolo centrale quelle della Rivoluzione russa e, in particolare, di quella bolscevica dell'ottobre 1917. Questo volume raccoglie una serie di ricerche sulle rappresentazioni della Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento. Le rappresentazioni del 1917, e quelle della forma di Stato e di governo nata dalla Rivoluzione rappresentano un punto di osservazione sull'evoluzione delle culture politiche, delle loro relazioni e contrapposizioni, della circolazione di idee e delle influenze reciproche. Dalla metà degli anni Venti fino al crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, gli eventi russi del 1917 e il "modello sovietico" diventano un termine di confronto, un esempio a cui ispirarsi o, comunque, un elemento imprescindibile per tutte quelle correnti politiche e culturali che cercano di elaborare una lettura (positiva o negativa, ideologica o più orientata all'analisi reale) della società di massa, del capitalismo fordista, del rapporto fra Stato e classi sociali e di quello fra interessi economici individuali e collettivi.

(Dal risvolto di copertina di: Marco Di Maggio (a cura di), Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento, Biblioteca di Historia Magistra)

Il grande rimosso del Novecento
- di Alessandro Santagata -

Nell’introduzione a "I Rivoluzionari", Eric Hobsbawm sosteneva che la differenza principale tra la sua generazione e quella dei militanti degli anni Sessanta consisteva nel fatto che la prima aveva creduto nel socialismo e si era formata nel mito della Rivoluzione russa, mentre la seconda andava ancora cercando il suo orizzonte rivoluzionario.
In "Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento", uscito a cura di Marco Di Maggio per la Biblioteca di Historia Magistra, il gruppo degli storici collegato all’omonima rivista, ha provato a calare questo tipo di riflessione nella storia italiana del Novecento.
Come scrive Angelo d’Orsi nella postfazione, la Rivoluzione del ’17 costituì nello stesso tempo «un oggetto spesso oscuro del desiderio, che in quanto impossibile da raggiungere veniva denigrato, ovvero, all’opposto, esaltato».
Uno dei punti di forza di questa raccolta di saggi consiste nel mettere in luce in che modo le vicende sovietiche costrinsero tutte le culture politiche a prendere posizione confermando così la portata epocale di quegli eventi. Un altro è nella scelta della cronologia, che prende le mosse dagli effetti immediati della Rivoluzione – si vedano i saggi sul ’17 nel socialismo italiano, sulle reazioni dei nazionalisti e sugli articoli della «Civiltà Cattolica» – alle riflessioni di media e lunga durata.
Il panorama dei soggetti investigati spazia dalla Chiesa cattolica alla Nuova sinistra, passando per Giustizia e Libertà, quotidiani come la «Stampa» e il «Corriere della sera», il Movimento Sociale. Il focus principale però è sulle reti intellettuali legate al Pci e al Psi.
Nel secondo dopoguerra non è un caso che l’unità tra comunisti e socialisti, costruita durante la lotta al fascismo, coincida con una lettura comune dell’eredità del ’17 superando in qualche modo la radicalizzazione originaria che aveva portato alla scissione di Livorno.
Gli orientamenti si iniziano a divaricare invece dopo i fatti di Budapest del 1956 che spingono Nenni a marcare il legame tra le origini dell’Unione sovietica e la fase staliniana. Il conflitto sulla memoria segue poi il processo di erosione culturale e simbolica del socialismo reale scandito dalla repressione di Praga. Il passaggio del ’68, che avrebbe meritato una maggiore focalizzazione, segna un momento spartiacque. Da un lato, il Pci di Berlinguer, impegnato a salvare il legame con la matrice leninista valorizzando però la ricerca di una terza via per la «rivoluzione in Occidente». Dall’altro, una nuova generazione di rivoluzionari che contesta l’intrinseca debolezza di tale proposta ideologica e vive un rapporto ambiguo con la memoria dell’Ottobre: c’è chi ne custodisce l’ortodossia e, soprattutto, chi contesta il fallimento dei padri.
L’ultimo saggio, a firma di Di Maggio, chiude il cerchio e tira alcune conclusioni. Dallo spoglio della stampa degli anni Ottanta emerge piuttosto chiaramente l’affermazione, anche a sinistra, di un mainstream centrato sulla natura totalitaria di ogni processo rivoluzionario. Da questo punto di vista, il bicentenario della Rivoluzione francese è l’apice di un processo che coincide sul piano politico con la definitiva marginalizzazione del Pci. Manca forse però nel libro una prospettiva culturale in senso largo che domandi perché l’idea stessa di rivoluzione sembra essere scomparsa nella cosiddetta stagione del riflusso. Sull’archeologia del discorso comunista c’è dunque ancora molto da scavare a partire proprio dal mito delle origini.

- Alessandro Santagata - Pubblicato sul Manifesto del  7.7.2017 -

sabato 11 novembre 2017

suggestioni

cantarella

Ci sono giorni nella storia che chiudono ogni progetto e ribaltano ogni prospettiva. Glauco Maria Cantarella ne racconta alcuni, cruciali, in un affascinante affresco che smonta molti luoghi comuni.
Alarico muore all'improvviso, i Visigoti finiscono per andare in Spagna e la storia della Spagna sarà quella che conosciamo. Ottone III muore d'un tratto, il suo progetto di ridisegnare e circoscrivere il Patrimonium Beati Petri finisce con lui e la storia sarà, sul lungo periodo, quella dello Stato della Chiesa. Guglielmo II d'Altavilla muore di colpo e il Regno di Sicilia finisce a Enrico VI di Svevia; ma anche Enrico VI muore all'improvviso e il Regno passa sotto la tutela del papa prima di arrivare nelle mani di Federico II; che a sua volta morirà bruscamente proprio alla vigilia della sua vittoria sul papa. Quante aspettative sono finite nell'abisso perché qualche evento inaspettato ha impedito che prendessero la piega desiderata? Imprevisti e altre catastrofi tratta principalmente di storia medievale, ma con qualche scorribanda nella storia precedente e successiva, raccontando alcune circostanze che hanno impedito alla storia di essere diversa da come è stata. Che ci piaccia o non ci piaccia, la storia è andata e sta andando cosí come è andata e sta andando. Piaccia o non piaccia alla cosiddetta storia controfattuale.
La storia non si può scrivere per schemi: gli schemi possono essere utili per inquadrare, cogliere analogie, proporre paradigmi di interpretazione. Ma la storia è costituita di eventi, che sono concreti anche se non possono essere colti nella loro fattualità. Un paradosso solo apparente: questi fatti spesso sono «irrazionali », ma al tempo stesso sono razionali benché abbiano avuto un'origine irrazionale: cosa c'è di piú razionale e prevedibile infatti della morte? E che cosa di piú «irrazionale» che le morti improvvise, impreviste, che troncano qualunque possibilità di sviluppi − concreti − già programmati?
È negli eventi e nel loro corso che occorre cercare per trovare la cifra della loro comprensione. Negli eventi come sono andati, non come sarebbero potuti andare. Morti eccellenti, battaglie, situazioni che si sono capovolte in pochissimo tempo, a volte in poche ore, e che hanno determinato il futuro; protagonisti che ricompaiono perché morti, battaglie ed eventi sono anelli della medesima catena, quella della vita prima ancora che della storia. Per questo si ritroveranno a piú riprese, in questo libro, ad esempio, gli imperatori Enrico IV, Enrico VI, Federico II, il famoso Riccardo Cuor di Leone, il normanno Roberto il Guiscardo, Bonifacio di Canossa, il lorenese Goffredo il Barbuto, i papi Leone IX e Gregorio VII. Sia chiaro: non sempre gli imprevisti debbono essere catastrofici, a volte possono essere persino apocalittici nel senso piú stretto del termine, cioè rivelatori.

(dal risvolto di copertina di: Glauco Maria Cantarella:  Imprevisti e altre catastrofi. Perché la storia è andata come è andata, Einaudi, pp. 198, euro 26)

A Waterloo un imprevisto cambiò il corso della storia
- di Francesco Perfetti -

Molti decenni or sono ebbe larga (e meritata) fama un geniale pensatore, Adriano Tilgher, oggi purtroppo ingiustamente dimenticato, il quale, intingendo il pennino nell'inchiostro all'acido prussico della polemica, scrisse pagine efficaci e divertenti contro la pretesa di taluni storici di cercare un «senso» compiuto negli avvenimenti, eliminando o ridimensionando il ruolo del «caso» o della «imprevedibilità».
Tilgher non era uno storico, ma piuttosto un filosofo e un moralista, che, partendo da una posizione speculativa relativistica, aveva ingaggiato una battaglia contro le certezze dello storicismo, contro l'idea che lo svolgersi della storia abbia un «senso» preciso per quanto nascosto e, naturalmente, contro quella che oggi viene definita la «storia controfattuale», cioè la storia non realizzata ma che avrebbe potuto realizzarsi.
Gli scritti polemici di Tilgher sulla storia e sull'«antistoria» mi sono tornati alla mente leggendo un delizioso volume di Glauco Maria Cantarella dal titolo "Imprevisti e altre catastrofi. Perché la storia è andata come è andata" (Einaudi, pp. 198, euro 26) che può essere sfogliato, con diletto e con profitto, anche in maniera non sistematica. Cantarella, a differenza di Tilgher, è uno storico di professione, un medievista per l'esattezza, noto fra l'altro per un bellissimo saggio su "I monaci di Cluny" (2006). E non a caso, la maggior parte degli episodi e dei personaggi trattati nel suo nuovo volume riguardano il Medio Evo, pur se non mancano incursioni nella storia moderna e contemporanea. La tesi del volume è che la storia non può essere scritta con il ricorso a degli «schemi», quali che siano, perché gli schemi al più «possono essere utili per inquadrare, cogliere analogie, proporre paradigmi di interpretazione». La storia, secondo l'autore, è sempre «costituita di eventi o fatti»: e poco importa se questi possano apparire anche irrazionali o frutto dell'imprevisto.
La battaglia di Waterloo, per esempio, venne decisa dalla combinazione di un «imprevisto meteorologico», il violentissimo acquazzone che aveva reso impraticabili i campi, e di un «imprevisto più imprevedibile», ovvero «l'istinto di sopravvivenza»: all'improvviso, infatti, le truppe francesi incalzate dai prussiani «decisero di sopravvivere» e si dettero, cosa mai successa, a una fuga precipitosa che trasformò in sconfitta clamorosa una battaglia che a Napoleone, persino nell'esilio di Sant'Elena, continuò a sembrare, dal punto di vista militare, destinata a esito ben diverso. E, a proposito di imprevisti, che dire, poi, di quel caffè offerto dalla diciottenne Anita al trentaduenne marinaio Giuseppe Garibaldi? Fu un caffè che innescò una passione travolgente e mutò la vita di una giovinetta sudamericana, maritata con un uomo parecchio più anziano di lei, e la trasformò nell'avventurosa e ardita compagna dell'eroe dei due mondi.
Ci sono talvolta, forse più di quanto non si pensi, l'amore e la passione all'origine di taluni comportamenti e di taluni fatti. Ma anche la morte che, per quanto sia il più prevedibile degli eventi, può giungere in maniera imprevista e determinare grandi conseguenze. Dopo il sacco di Roma, per esempio, Alarico, diretto probabilmente verso l'Africa, morì all'improvviso nei pressi di Cosenza e fu sepolto nel Busento tra le lacrime dei suoi come ricorda la celebre ode di Giosue Carducci, in realtà traduzione di quella di von Platen: «Alarico i Goti piangono,/ il gran morto di lor gente./ Dove l'onde prima muggivano,/ Cavan, cavano la terra;/ e profondo il corpo calano,/ A cavallo, armato in guerra». Dopo quella morte improvvisa e quella sepoltura, i Visigoti finirono per andare in Spagna, anziché nei territori africani. Gli esempi potrebbero continuare e il libro di Cantarella ne fa tanti, tantissimi, chiamando in causa Ottone III e Riccardo Cuor di Leone, Enrico IV e Federico II di Svevia e via dicendo in un affascinante caleidoscopio storico di uomini e vicende.
Si potrebbe pensare che questo bel volume sia il raffinato e gustoso divertissement di uno storico colto che ama la bella scrittura e il racconto aneddotico. In realtà non è così. Dietro i racconti e i ritratti di Cantarella c'è una lezione metodologica: l'idea che non si debba cedere alla suggestione di «ragionare sul nulla» immaginando quali sarebbero stati gli eventi se le cose fossero andate altrimenti. È una lezione che mette da parte i falsi moralismi: «La storia è stata vita. Non è né brutta né bella, né buona né cattiva, non le si adattano i giudizi estetici ed etici. È solo normale e banale, cioè spesso sconsolante, crudele e indifferente. Perché è fatta dagli uomini e dalla fragilità degli uomini, che noi amiamo chiamare caso».
Una conclusione, per molti versi, simile a quella cui il filosofo Adriano Tilgher era pervenuto nei suoi sapidi scritti destinati a enigmi e personaggi della storia.

- Francesco Perfetti - Pubblicato sul giornale del 19/6/2017 -

venerdì 10 novembre 2017

Ottobre!!!

bolscevichi ebrei

I bolscevichi e l'antisemitismo
- di Brendan McGeever -

È il mattino presto del 15 ottobre 1917. Gli operai si stanno impadronendo dei punti strategici sulle strade spazzate dal vento di Pietrogrado. Nel Palazzo d'Inverno, il capo del governo provvisorio Alexander Kerensky aspetta con ansia che arrivi la sua macchina, per fuggire. Fuori, le guardie rosse hanno preso il controllo della centrale telefonica. La presa del potere da parte dei bolscevichi è immanente.
Nel palazzo non ci sono né luci accese né telefoni. Dalla sua finestra, Kerensky può vedere il Ponte del Palazzo: occupato dai marinai bolscevichi. Finalmente, gli viene assicurata un'auto dell'ambasciata americana, e così può cominciare la fuga di Kerensky dalla rossa Pietrogrado. Quando il veicolo gira l'angolo, Kerensky si accorge di alcune scritte, tracciate di fresco sui muri del palazzo: «A morte l'ebreo Kerensky, lunga vita al compagno Trotsky!»
Un secolo dopo, lo slogan mantiene tutta la sua assurdità: Kerensky, fra l'altro, ovviamente non era ebreo, mentre invece Trotsky lo era. Ad ogni modo, quel che lo slogan indica è la confusione ed il ruolo contraddittorio svolto dall'antisemitismo nel processo rivoluzionario. In gran parte della letteratura esistente sulla rivoluzione russa, l'antisemitismo viene inteso come una forma di "controrivoluzione", come conservazione del diritto antibolscevico.
Naturalmente, c'è molta verità in tale affermazione: il regime zarista era definito dal suo antisemitismo, e nella devastante ondata di violenza anti-ebraica che era seguita alla rivoluzione di ottobre negli anni della guerra civile (1918-1921), la maggior parte delle atrocità erano state perpetrate dall'Armata Bianca e dalle altre forze che si opponevano al nascente governo sovietico. Ma questa non è tutta la storia completa.
Nella Russia rivoluzionaria, l'antisemitismo attraversava tutte le frazioni politiche, trovando riscontro in tutti i gruppi sociali e tutti gli schieramenti politici. Nell'ambito del marxismo, il razzismo e il radicalismo politico si accompagnavano spesso nella contestazione; nel 1917, tuttavia, l'antisemitismo ed il risentimento di classe potevano sovrapporsi, in quanto visioni del mondo in competizione.

Febbraio: Una rivoluzione nella vita degli ebrei
La Rivoluzione di Febbraio aveva trasformato la vita degli ebrei. Solo pochi giorni dopo l'abdicazione dello Zar Nicola II, tutte le restrizioni legali che riguardavano gli ebrei erano state abrogate. Più di 140 leggi, per un totale di qualche migliaio di pagine, erano state rimosse durante la notte. Per celebrare questo storico momento di abolizione, era stato convocato dal Soviet di Pietrogrado un meeting speciale. Era la vigilia di Pasqua, il 14 marzo del 1917. Fu il delegato ebreo a fare il collegamento, rivolgendosi al meeting: la rivoluzione di Febbraio, disse, era paragonabile alla liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto.
L'emancipazione formale, tuttavia, non si accompagnava con la sparizione della violenza antiebraica. In Russia, l'antisemitismo aveva radici profonde, ed il suo persistere nel 1917 era strettamente connesso con il flusso ed il riflusso della rivoluzione. Nel corso del 1917, c'erano stati almeno 235 attacchi agli ebrei. Sebbene fossero soltanto il 4,5% della popolazione, gli ebrei rappresentavano circa un terzo delle vittime di tutti gli atti di violenza fisica, avvenuti in quell'anno, contro le minoranze nazionali.
A far tempo dalla rivoluzione di febbraio, per le strade delle città russe, giravano voci circa imminenti pogrom antiebraici, in maniera così insistente che quando i soviet di Pietrogrado e di Mosca si riunirono per il loro primo meeting, la questione dell'antisemitismo era ai primi punti dell'ordine del giorno. In quelle prime settimane, gli episodi effettivi di violenza erano stati rari. Tuttavia, a giugno la stampa ebraica cominciò a riportare che «folle di lavoratori» si stavano riunendo agli angoli delle strade per ascoltare discorsi "pogromisti" che asseriscono che il Soviet di Pietrogrado è nelle mani degli "ebrei". A volte i leader bolscevichi si sono confrontati con tale antisemitismo. Vladimir Bonch-Bruevich - futuro segretario di Lenin -, camminando per strada, ha incontrato una folla che chiedeva apertamente un pogrom contro gli ebrei. Ha chinato la testa, ed ha affrettato il passo. Ci sono sempre più resoconti che riportano simili manifestazioni.
A volte, il risentimento di classe e le rappresentazioni antisemitiche dell'ebraismo si sovrappongono: più tardi, in luglio, oratori all'angolo di una strada di Pietrogrado chiamavano la folla a «distruggere gli ebrei e la borghesia!» Mentre, nell'immediato contesto successivo alla Rivoluzione di febbraio, tali discorsi non esercitavano nessun movimento reale, ora richiamavano un largo pubblico. Era in un simile contesto che a Pietrogrado si riuniva il primo Congresso Pan-Russo dei Soviet dei Rappresentanti dei Lavoratori e dei Soldati.

La Questione dell'Antisemitismo
Questo primo Congresso dei Soviet fu un incontro storico. Parteciparono più di mille delegati di tutti i partiti socialisti, che rappresentavano centinaia di soviet locali e circa venti milioni di cittadini russi. Il 22 giugno, dal momento che c'erano segnalazioni di ancora più incidenti antisemiti, il Congresso produsse la più autorevole dichiarazione del movimento socialista russa sulla questione dell'antisemitismo.
Stilata dal bolscevico Evgenii Preobrazhenskii, la risoluzione era intitolata «Sulla Lotta contro l'Antisemitismo». Quando Preobrazhenskii ebbe finito di leggerlo ad alta voce, il delegato ebreo si alzò in piedi per esprimere la sua completa approvazione, prima di aggiungere che sebbene non avrebbe riportato indietro gli ebrei uccisi nei pogrom del 2005, la risoluzione avrebbe aiutato a guarire alcune delle ferite che continuavano a causare così tanta sofferenza nella comunità ebraica. Venne approvato all'unanimità dal Congresso.
Sostanzialmente, la risoluzione riaffermava il punto di vista socialdemocratico sostenuto da lungo tempo secondo cui l'antisemitismo equivaleva alla controrivoluzione. Essa conteneva tuttavia un'importante ammissione: il «grande pericolo», spiegava  Preobrazhenskii, era «la tendenza da parte dell'antisemitismo a travestirsi usando slogan radicali.» Questa convergenza fra politica rivoluzionaria ed antisemitismo, continuava ad affermare la risoluzione, rappresentava «un'enorme minaccia per il popolo ebraico e per tutto il movimento rivoluzionario, dal momento che minacciava di annegare la liberazione del popolo nel sangue dei nostri fratelli, e ricoprire di vergogna l'intero movimento rivoluzionario.» Quest'ammissione per cui l'antisemitismo e la politica radicale potrebbero sovrapporsi infrangeva un dato per il movimento socialista russo, quello che fino ad allora aveva inquadrato l'antisemitismo come riserva dell'estrema destra. Mentre a metà del 1917 il processo rivoluzionario si approfondiva, la presenza dell'antisemitismo nei settori della classe operaia e del movimento rivoluzionario diventava un problema crescente che richiedeva una risposta socialista.

La Risposta dei Soviet
Alla fine dell'estate, i soviet avevano dato inizio ad una vasta campagna a largo raggio contro l'antisemitismo. Il soviet di Mosca, ad esempio, organizzava nelle fabbriche letture e meeting sull'antisemitismo durante i mesi di agosto e settembre. Nelle ex Zone di Residenza [degli ebrei], i soviet locali erano attivi al fine di prevenire l'esplosione di pogrom. A Chernigov (Ucraina), a metà agosto, l'accusa da parte dei "Black Hundred" [ https://en.wikipedia.org/wiki/Black_Hundreds ] secondo cui gli ebrei stavano immagazzinando pane, aveva portato ad una serie di violenti disordini antiebraici. Fu determinante che una delegazione del soviet di Kiev organizzasse un gruppo di truppe locali per mettere fine ai disordini.
Il governo provvisorio aveva tentato di dare inizio alla sua propria risposta all'antisemitismo. A metà settembre, il governo aveva approvato una risoluzione che prometteva di prendere «le misure più drastiche contro tutti i progromisti.» Una dichiarazione simile rilasciata due settimane più tardi aveva ordinato che i ministri del governo di usare «tutti i poteri a loro disposizione» per fermare i progrom. Tuttavia, con il trasferimento già in corso del potere ai soviet, l'autorità del governo provvisorio era già in corso di disintegrazione. Un editoriale del giornale pro-governativo "Russkie Vedomosti". del 1°ottobre, descriveva bene la situazione: «L'ondata di pogrom cresce e si espande... arrivano giornalmente montagne di telegrammi... il governo provvisorio ne è soffocato... l'amministrazione locale è impotente a fare qualsiasi cosa... I mezzi di coercizione sono del tutto esauriti.»
Non così con i soviet. Mentre la crisi politica si approfondiva ed il processo di bolscevizzazione continuava a svilupparsi, gruppi di soviet delle provincie mettevano in piedi la loro propria campagna contro l'antisemitismo. A Vitebsk, una città 350 miglia ad ovest di Mosca, ai primi di ottobre, il soviet locale aveva formato un'unità militare per proteggere la città dai progromisti. La settimana successiva, il sovier di Oryol approvava la risoluzione di prendere le armi contro tutte le forme di violenza antisemita.
Nell'estremo oriente russo, un meeting dei soviet di tutta la Siberia ha emesso una risoluzione contro l'antisemitismo, dichiaranche che il locale esercito rivoluzionario prenderà «tutte le misure necessarie» per prevenire qualsiasi progrom. Questo ha rivelato quanto fosse profondamente radicata la lotta contro l'antisemitismo dentro le sezioni del movimento socialista organizzato: anche nel lontano oriente, dove c'erano relativamente pochi ebrei, ed ancor meno progrom. i soviet locali si identificavano con gli ebrei del fronte occidentale che soffriva a causa degli antisemiti.
A metà del 1917, i soviet erano diventati senza dubbio la principale opposizione politica all'antisemitismo in Russia. Un editoriale del quotidiano "Evreiskaia Nedelia" ("la Settimana Ebraica") catturava bene tutto questo: «Va detto, e non dobbiamo dare il nostro contributo, i soviet hanno condotto un'energica battaglia contro [i progrom]. In molti luoghi, è stato solo grazie alla loro forza che la pace ha potuto essere ripristinata.»
Vale la pena notare, tuttavia, che queste campagne contro l'antisemitismo erano rivolte ai lavoratori nelle fabbriche e talvolta ad attivisti che erano parte dell'ampio movimento socialista. In altre parole, l'antisemitismo era stato identificato come un problema interno alla base sociale della sinistra radicale, ed anche all'interno di sezioni dello stesso movimento rivoluzionario. Ciò che questo rivelava, naturalmente, è che l'antisemitismo non emanava semplicemente da "sopra", da quello che era l'impianto zarista; ma aveva una base organica all'interno di sezioni della classe operaia, e doveva essere affrontato in quanto tale.

Il Nemico Interno
Per la leadership bolscevica, la politica rivoluzionaria non era semplicemente incompatibile con l'antisemitismo; erano antitetiche. Come titolo sulla prima pagina del principale giornale del partito, la Pravda aveva messo nel 1918: «Essere contro gli ebrei vuol dire essere per lo zar!» Sarebbe stato però un errore prendere le dichiarazioni di Lenin e di Trotsky sull'antisemitismo e "leggerle" come se fossero i pensieri e i sentimenti della base del partito. Come hanno dimostrato gli avvenimento del 1917, non sempre la rivoluzione e l'antisemitismo si trovavano in conflitto.
I resoconti dei giornali dell'estate e dell'autunno del 1917 rivela che i bolscevichi locali venivano frequentemente accusati dagli altri socialisti di tenere vivo l'antisemitismo e qualche volta anche di proteggere gli antisemiti all'interno della base sociale del partito. Per esempio, secondo il giornale di Georgii Plekhanov, "Edinstvo", quando i menscevichi cercarono di parlare nelle caserme di Mosca, o nella regione d
Vyborg, o a Pietrogrado, a metà giugno, i soldati, a quanto pare istigati dai bolscevichi, gridarono «Basta! Sono tutti ebrei"» Andrebbe osservato che a metà del 1917 Plekhanov era ossessivamente antibolscevico, perciò la fonte andrebbe presa con precauzione.
Tuttavia, questo genere di notizie erano molto diffuse. In quello stesso periodo, il giornale menscevico, Vpered, riferiva che i bolscevichi a Mosca avevano gridato contro i menscevichi, accusandoli di essere "ebrei" che "sfruttavano il proletariato". Quando centinaia di migliaia di lavoratori, il 18 giugno, scendevano nelle strade di Pietrogrado, alcuni bolscevichi riferivano che avevano strappato le bandiere bundiste ed avevano gridato slogan antisemiti. In risposta, il "Bundist Mark Liber" aveva accusato i bolscevichi di essere addirittura a favore dei progrom.
Arrivato ottobre, simili accuse divennero più frequenti. Nell'edizione del 21 ottobre del "Evreiskaia Nedelia", un editoriale arrivò a sostenere che gli antisemiti dei "Black Hundreds" stavano riempendo i ranghi dei bolscevichi" in tutto il paese.
Simili affermazioni erano evidentemente fuorvianti. La leadership bolscevica si opponeva all'antisemitismo e molti degli appartenenti al partito ebbero parte nello sviluppare la risposta della sinistra all'antisemitismo nelle fabbriche a livello dei soviet. Tuttavia, la nozione per cui il bolscevismo poteva fare appello agli antisemiti di estrema destra non era del tutto priva di sostanza. Il 29 ottobre, un sorprendente editoriale del giornale antisemita di estrema destra, "Groza" ["Tempesta"] dichiarava:

«I bolscevichi hanno preso il potere. L'ebreo Kerensky, lacchè dei banchieri inglesi e del mondo, avendo assunto senza vergogna il titolo di comandante in capo delle forze armate ed essendosi nominato Primo Ministro dello Regno Zarista Russo Ortodosso, verrà spazzato via dal Palazzo d'Inverno, dove ha dissacrato con la sua presenza i resti del Conciliatore Alessandro II. Il 25 Ottobre, i bolscevichi hanno unificato tutti i reggimenti che hanno rifiutato di sottomettersi ad un governo composto di banchieri ebrei, generali traditori, proprietari terrieri proditori, e mercanti ladri.»
Il giornale venne immediatamente chiuso dai bolscevichi, ma lo sgradito supporto aveva allarmato la leadership del partito.

Quello che era stato sottolineato dalla moderata preoccupazione socialista circa la capacità dell'antisemitismo e della rivoluzione di sovrapporsi, era il modo in cui i bolscevichi mobilitavano le masse, e incanalavano il risentimento di classe. Il 28 ottobre, quando la rivoluzione era in piena flessione, il Comitato Elettorale dei Menscevichi di Pietrogrado aveva emanato un disperato appello ai lavoratori della capitale, in cui li mettevano in guardia rispetto al fatto che i bolscevichi avevano sedotto «i lavoratori e i soldati ignoranti» e che il grido «Tutto il potere ai soviet!» si sarebbe facilmente trasformato in «Colpisci gli ebrei, colpisci i bottegai.» Per il menscevico L’vov-Rogachevskii, la "tragedia" della rivoluzione russa consiste nel fatto apparente che «le masse oscure sono incapaci di distinguere il provocatore dal rivoluzionario, o il progrom contro gli ebrei da una rivoluzione sociale.»
La stampa ebraica riporta queste preoccupazioni. Secondo un articolo di fondo pubblicato sulla "Evreiskaia Nedelia", «il compagno Lenin ed i suoi bolscevichi esortano il proletariato a "trasformare le loro parole in azione"(pereiti ot slovo k delu), ma dovunque si radunano le fosse slave, la trasformazione delle "parole in azione", in realtà, "colpisce gli ebrei".»
Tuttavia, contrariamente a queste predizioni allarmiste, nelle ore e nei giorni immediatamente seguenti alla conquista del potere da parte dei bolscevichi, non ci furono progrom di massa nella Russia interna. L'insurrezione non si tradusse nella violenza antisemita che era stata predetta. Quello che rivelavano gli avvertimenti citati diceva solo quanto radicata profondamente fosse la paura delle "masse oscure" nelle sezioni della sinistra socialista che sosteneva di parlare in loro nome. Ciò era vero soprattutto per gli intellettuali, che in generale si avvicinavano al concetto di rivolta proletaria con l'orrore dovuto alla violenza e alla barbarie, che ritenevano inevitabili come conseguenza.
Ciò che definiva i bolscevichi durante questo periodo era proprio questa loro vicinanza alle masse di Pietrogrado che così tanto spaventava gli intellettuali.
Tuttavia, il sovrapporsi dell'antisemitismo e della politica rivoluzionaria era reale. Solo pochi giorni dopo la Rivoluzione di Ottobre, lo scrittore Ilia Ehrenburg - che sarebbe diventato ben presto uno dei più prolifici e noti autori ebrei in Unione Sovietica - si fermò a riflettere sugli avvenimenti importanti che erano appena avvenuti. La narrazione che ne fa, è forse la descrizione più vivida di come era stato coniugato il rapporto fra l'antisemitismo ed il processo rivoluzionario del 1917:

«Ieri ero in fila, aspettando di votare per l'Assemblea Costituente. Le persone dicevano "Chiunque è contro gli ebrei, voti per il numero 5! [i bolscevichi]", "Chiunque è a favore della rivoluzione mondiale, voti per il numero 5!". Passò un patriarca, spruzzando acqua santa; tutti si tolsero il cappello. Un gruppo di soldati cominciò a cantare l'Internazionale, rivolta a lui. Dove mi trovo? O forse questo è davvero l'inferno?»
In questo sorprendente racconto, la distinzione fra bolscevismo rivoluzionario e antisemitismo controrivoluzionario è sfocata. Infatti, il racconto di Ehrenburg prefigura l'ossessiva domanda che perseguita Isaac Babel e che sarebbe stata posta dalle storie dell'Armata a Cavallo: «qual è la rivoluzione e qual è la controrivoluzione?»
Nonostante l'insistenza dei bolscevichi nel definirlo come un fenomeno puramente "controrivoluzionario", l'antisemitismo sfugge ad una tale netta categorizzazione, e può essere trovato nello spettro della suddivisione politica, in forme altamente complesse ed inaspettate. Questo sarebbe emerso sei mesi dopo in maniera più evidente, nella primavera del 1918, quando nelle ex "Zone di Residenza" ebbero luogo i primi pogrom successivi alla Rivoluzione d'Ottobre. Nei villaggi e nelle città del nord-est dell'Ucraina - come Glukhov - il potere bolscevico si era consolidato attraverso la violenza anti-ebraica esercitata da parte dei quadri locali del partito e dalla guardie rosse. Nel 1918, il conflitto bolscevico con l'antisemitismo, era quindi assai spesso uno scontro con l'antisemitismo della sua stessa base sociale.
Mentre cade il centenario della Rivoluzione d'Ottobre, che celebriamo giustamente come un momento di trasformazione sociale radicale, quando un mondo nuova sembrava possibile. Ad ogni modo, la rivoluzione dovrebbe essere ricordata anche secondo tutte le sue complicazioni.
L'antirazzismo dev'essere coltivato e tenuto vivo, continuamente. Un secolo dopo, mentre siamo alle prese con i danni che il razzismo ha fatto nei confronti della politica di classe, il 1917 ci può dire molto su come le idee reazionarie producono degli effetti, ma anche su come esse possono essere affrontate e combattute.

- Brendan McGeever - Pubblicato il 22 giugno 2017 su Jacobin -

giovedì 9 novembre 2017

Tutti gli accusati sono belli!

handke

C'è stato un tempo in cui sono tornato a leggere tutti i diari di Kafka, le sue lettere, ed anche quello che avevano scritto i suoi amici su di lui, solo perché volevo verificare se per caso non avesse lasciato dei semi. Ma le descrizioni dei suoi amici ed i gesti che emergevano dalla scrittura delle sue lettere mostravano il volto di una persona trasparente, del tutto sincera nei confronti delle persone cui si rivolgeva.
«Kafka era bello», scriveva Max Brod, «una figura alta, un volto bruno». Allo stesso modo, ho sempre immaginato che da adolescente Kafka avesse avuto l'acne, dolorosi edemi che suppurano sul viso e sul collo, per cui non poteva radersi bene. Foruncoli, paura del contatto. Una volta arrivò a tornare a casa dall'estero perché aveva un foruncolo: questo è un fatto. L'estero e il foruncolo. Cerchiamo di non esaltare i fatti! Poiché nella realta per niente esaltante, Kafka era bello.
Una volta volevo scrivere una storia in cui qualcuno, per il fatto di avere l'acne, cominciava ad osservare tutto con altri occhi. Questo racconto si sarebbe dovuto chiamare ACNÉ. Questo è successo molto tempo fa, quando il mio mondo era il mondo di Kafka ed il mio eroe, il dottor Franz Kafka. «Tutti gli accusati sono belli».
Come mi sentissi riflesso nella vergogna di Kafka; no, non riflesso, piuttosto scoperto per la prima volta... e poi da allora sempre riflesso. E quanto vile, quanto paurosa mi appare oggi quella vergogna: in maniera arrogante.
Forse per questo spesso rovistavo fra i documenti come se fossi un detective privato, per vedere se in realtà Kafka fosse andato a letto con delle donne. L'eccitazione che si trova nelle sue storie è un po' l'eccitazione del sogno, animalesca da una parte, fra pozze di birra sotto il tavolo di una taverna, ma dall'altro lato imbavagliata per la paura di sporcare il lenzuolo pulito che poi la madre vedrà... Era anche un po' il mondo di un adoloscente, quello che descrive Kafka, per quel che attiene alla sessualità, un mondo adoloscente.
E la sua allegria non è mai un'allegria in sé, ma sempre il risultato fisico di un lungo dolore: come se la forza mortale della gravità diventasse così forte da tramutarsi un'assenza di peso celestiale. Questa allegria (altri dicono: lo "humor" di Kafka), unicamente come risultato del dolore mi è diventata estranea, perfino ripugnante: e senza dubbio, quando penso all'ultima frase de "Il Processo" -  «e fu come se la vergogna dovesse sopravvivergli» - mi sembra come se non fosse solo una frase, ma un'AZIONE, più potente di qualsiasi azione abbia mai udito finora.
Quando penso a Kafka e me lo vedo davanti, mi rimane la sensazione che mi basterebbe guardarlo con sufficiente pazienza, abbassando la testa nel frattempo, per non ferirlo troppo; e lui smetterebbe di essere, poco a poco, la mera immagine di una vittima, per essere qualcosa di completamente diverso, e lo racconterebbe, ma con la stessa meticolosità di prima.

- Peter Handke - Su Franz Kafka, 1974 -

mercoledì 8 novembre 2017

Il colore dei soldi

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L'ascesa del denaro al cielo
- I limiti strutturali della valorizzazione del capitale, il capitalismo da casinò e la crisi finanziaria globale -
di Robert Kurz

1. Capitale reale e capitale produttivo d’interesse

Delle molte strutture schizoidi del mondo moderno fa parte anche il rapporto contradditorio tra lavoro e denaro. Il lavoro come dispendio astratto di energia umana nel processo di razionalità aziendale, e il denaro come forma fenomenica del "valore" economico così prodotto (cioè di una fantasmagoria feticistica della coscienza sociale oggettivata), sono due lati della stessa medaglia. Nel processo capitalistico autoreferenziale, che consiste in un’accumulazione incessantemente accresciuta di tale mezzo feticistico, il denaro rappresenta o "è" nient’altro che "lavoro morto", al quale l’astrazione reale conferisce l’aspetto di una cosa. L’umano "ricambio organico con la natura" (Marx) è diventato un dispendio di forza-lavoro, astratto e di per sé insensato, proprio perché nella forma feticistica potenziata, cioè nel capitale, il denaro si è autonomizzato di fronte all’attore umano: non è il bisogno umano a regolare il dispendio di energia; al contrario, è la forma "morta" dell’energia spesa, la forma autonomizzata nelle cose, ad aver sottomesso a sé la soddisfazione dei bisogni umani. Il rapporto con la natura, così come i rapporti sociali, sono diventati puri e semplici processi di passaggio per la "valorizzazione di denaro".

Questo processo di valorizzazione in cui il medio feticistico è diventato autoreferenziale non si svolge però senza frizioni. Poiché lavoro e denaro costituiscono diversi stadi di passaggio della valorizzazione autoreferenziale, questi due momenti possono anche separarsi in occasione di una crisi, cessando così di coincidere. Questa mancata coincidenza consiste in uno sganciamento del denaro dall’astratta sostanza di lavoro: la moltiplicazione del denaro avviene allora più velocemente dell’accumulazione del "lavoro morto" astrattizzato, staccandosi dunque dalla propria base. Ma poiché i due fenomeni del lavoro e del denaro si sono formati man mano in un processo storico cieco, alle spalle dei soggetti umani, il loro nesso intrinseco non è presente alla coscienza, né nel "buon senso" quotidiano, né nel pensiero scientifico. Il lavoro e il denaro possono venir opposti l’uno all’altro nelle diverse ideologie, così come nella concezione del processo economico.

E’ vero che la società moderna è considerata generalmente una "società del lavoro" o una "società del guadagno", ed è incontestato che lavoro e reddito monetario sono in fin dei conti identici. Ma questo nesso logico viene inteso solo in una banale accezione sociologica o fatto valere come una specie di postulato morale – come avviene nelle ideologie del "lavoro onesto" -, mentre la necessità economica di una coincidenza di queste due forme fenomeniche del processo di valorizzazione non viene necessariamente ritenuta plausibile. Attraverso le forme di mediazione tra lavoro e denaro, nient’affatto facili da riconoscere e diventate sempre più complesse nel corso della modernizzazione, nasce l’illusione che il denaro possa evolversi anche indipendentemente dalla sua astratta sostanza, costituita dal lavoro.

Com’è noto, la teoria economica borghese misconosce la necessaria coincidenza, secondo la logica del capitale, tra lavoro astratto e denaro; infatti, l’economia politica borghese, dopo l’emergere della teoria marginalista, ha abbandonato del tutto il concetto di valore, a differenza dei propri classici (Adam Smith e David Ricardo), oppure l’ha identificato superficialmente, soggettivizzandolo, con i prezzi realizzabili, mentre si considera confutata l’esistenza di una sostanza oggettiva del valore e la teoria del valore-lavoro è ritenuta un semplice fossile. Su questo punto, le due opposte dottrine economiche del dopoguerra, il keynesianismo e il monetarismo, concordano sul piano teorico; ma nessuna delle due può ignorare completamente il vero nesso tra lavoro e denaro. Il keynesismo deve tener conto, almeno superficialmente, della logica del lavoro astratto – pur negandola in linea di principio – allorché stabilisce il nesso tra "occupazione" e "reddito monetario". Anche nel monetarismo di Milton Friedman il problema fa capolino, intuito ma non compreso concettualmente, quando si individua il male fondamentale nello sganciamento della massa monetaria dalla massa di produzione (per il mercato). Ma né il concetto keynesiano di "occupazione" (fattore della domanda) né il concetto monetarista di produzione (fattore dell’offerta) implicano una qualche relazione intrinseca, sostanziale, tra massa di lavoro e massa monetaria, così da superare l’illusione che il denaro abbia un movimento autonomo. Il problema appare solo indirettamente.

Nella prassi del processo capitalistico, quest’illusione nasce dalla natura particolare del capitale monetario concentrato nel sistema bancario. Propriamente parlando, il denaro si trasforma in capitale quando viene speso direttamente per la valorizzazione del lavoro astratto, diventando così "da valore dato, un valore che valorizza, che aumenta se stesso": i mezzi di produzione acquistati, inclusa la forza-lavoro umana, si trasformano secondo la logica della razionalità aziendale in merci da vendere sul mercato, con un conseguente surplus nella forma astratta del "denaro". Questa logica, riassunta da Marx nella formula D-M-D’, può venir mediata solo dal lavoro astratto che si incarna in merci. L’azienda produttrice di merci, se il proprio capitale monetario non basta, può prendere in prestito (interamente o parzialmente) l’iniziale massa "D" di denaro che funge da capitale. A questo scopo servono i risparmi della società, concentrati nel sistema bancario: denaro che i suoi proprietari non utilizzano né per il consumo né per investimenti aziendali, ma che viene depositato, come l’osso che un cane seppellisce per mangiarselo più tardi.

Tuttavia, anche questo denaro è capitale, precisamente capitale in forma di credito: tramite il sistema bancario viene temporaneamente prestato al capitale aziendale "funzionante". Il denaro non serve qui né alla mediazione di merci, né costituisce direttamente capitale monetario aziendale che impiega lavoro astratto per il suo processo di valorizzazione, ma diventa paradossalmente, esso stesso, una merce quotata su mercati speciali (cioè i mercati finanziari), il cui prezzo è l’interesse. Il denaro come merce sui mercati finanziari è dunque capitale produttivo d’interesse , a differenza del capitale aziendale "reale" che organizza l’effettiva valorizzazione sostanziale. Dal punto di vista di questo capitale produttivo d’interesse, la formula della valorizzazione si riduce a D – D’; vale a dire che il denaro, apparentemente senza l’apporto della produzione reale di "M", acquista immediatamente, in quanto merce, la "qualità occulta" (Marx) di generare, apparentemente da se stesso, "più denaro": "Il movimento caratteristico del capitale in generale (…), il ritorno del capitale al suo punto di partenza, assume nel capitale produttivo d’interesse una figura del tutto esteriore, distinta dal movimento reale di cui essa è la forma (…) Cedere, prestare denaro per un certo tempo e ricevere di ritorno lo stesso con interesse (plusvalore) è la forma completa del movimento che spetta al capitale produttivo d’interesse in quanto tale. L’effettivo movimento del denaro prestato in quanto capitale è un’operazione che sta al di là delle transazioni fra chi dà a prestito e chi prende a prestito. In queste transazioni stesse questa mediazione è cancellata, non visibile, non direttamente compresa [...] Il ritorno non si esprime dunque qui come conseguenza e come risultato di una serie determinata di processi economici, ma come conseguenza di una particolare stipulazione giuridica fra compratori e venditori".

Da una parte, è evidente che non si può negare con serietà che il denaro senza merci (o il denaro da solo come merce) sarebbe un’assurdità sociale; d’altra parte, per il comune pregiudizio, che vede nel denaro il capitale, chi rappresenta la forma pura e "autentica" del capitale non è tanto il capitale aziendale produttore di merci, quanto il capitale produttivo d’interesse. L’unica effettiva fonte del "denaro che genera denaro" (Marx), ossia il consumo del lavoro astratto nella reale produzione di merci, sparisce così dietro alla "forma senza contenuto" (Marx) del proprio movimento. Nel capitale produttivo d’interesse, la produzione di "più denaro" non appare affatto come espressione sociale (feticistica) della produzione capitalistica di merci, ma piuttosto come una produzione di merci tra le altre, tanto quanto la produzione di calzini, candele o viaggi d’avventura. Il lavoro astratto speso dal sistema bancario viene equiparato senz’altro (anche nel concetto di "creazione di valore", tipico della teoria economica borghese) al lavoro svolto nelle aziende produttive e terziarie; si parla addirittura di un’"industria finanziaria". Si chiudono gli occhi davanti allo spettrale raddoppiamento dei prodotti in merci e denaro, preferendo identificare senza tante storie il denaro con una merce.

A prima vista potrebbe sembrare che si tratti qui solo di un’illusione soggettiva, cioè della semplice ideologia del capitale monetario produttivo d’interesse, i cui agenti non sono consapevoli dell’effettivo movimento complessivo. Finché il reale processo di valorizzazione funziona sulle proprie basi, le cose possono stare effettivamente così. Per il proprietario del denaro dato in prestito, può essere davvero indifferente da dove provengono in fin dei conti gli interessi che frutta il suo miracoloso "denaro che genera denaro". La faccenda diventa però problematica, quando il denaro prestato non viene veramente impiegato per un riuscito consumo aziendale di lavoro astratto. Tale impiego fallito, se avviene su grande scala, fa sì che il capitale produttivo d’interesse si stacchi in misura crescente dal reale processo di valorizzazione e diventi "capitale fittizio" (Marx).

Il caso più semplice è, naturalmente, quello in cui il reale capitale aziendale, che aveva preso in prestito il denaro, non ha fortuna con le sue merci sul mercato e fa bancarotta. Allora la non-coincidenza di lavoro e denaro (il lavoro dell’impresa produttrice di merci è stato dichiarato non valido dal mercato) ha una ripercussione immediata sul capitale produttivo d’interesse: i crediti concessi diventano "non esigibili". Lo stesso effetto si produce quando il denaro dato in prestito è stato speso fin dall’inizio non per una reale produzione aziendale di merci, ma, per esempio, per il lusso o il prestigio; questo era il caso di molti crediti che a partire dagli anni settanta sono stati elargiti dal sistema finanziario internazionale a diversi potentati e regimi assassini del Terzo mondo considerati amici.

L’apparente movimento diretto D – D’ diventa "fittizio" in senso stretto solo quando il fallimento del processo sostanziale di valorizzazione viene compensato pagando i crediti diventati inesigibili con nuovi crediti. Questo caso si dà oggi su grande scala, non solo per i crediti al Terzo mondo, ma anche per una massa globale di crediti alle imprese e al consumo. In questo modo, il sistema finanziario spinge davanti a sé una montagna, in crescita incessante, di denaro creditizio "privo di sostanza", che viene trattato "come se" passasse per un reale processo di valorizzazione, che però viene soltanto simulato attraverso meta-crediti. In questa forma, il nesso tra lavoro astratto e denaro si prolunga di modo che la non-coincidenza delle due forme fenomeniche non diventa subito operativa, ma viene per così dire "rimandata". Tuttavia, la catena fittizia di prolungamenti alla fine non può che spezzarsi, poiché il meta-pagamento degli interessi del movimento D – D’, cresciuto oltre il suo contenuto sostanziale, incontra dei limiti.

Un grado ancora più alto di scollamento del denaro dal lavoro viene raggiunto quando il denaro creditizio serve come punto di partenza di un movimento speculativo in cui non esiste più neanche la parvenza di una reale produzione di merci. Il commercio con i meri titoli di proprietà di azioni e immobili produce così dei fittizi aumenti di valore che, anche formalmente, non hanno più niente a che vedere con i guadagni reali provenienti dal consumo aziendale del lavoro astratto. Un tale movimento speculativo si mette in moto ogni volta che la reale accumulazione aziendale del capitale incontra dei limiti e i guadagni dei passati periodi di produzione non possono più venir investiti in misura sufficiente in un aumento della reale produzione di merci, ma debbono venir collocati esclusivamente nel sistema finanziario. La spinta a un immediato movimento D – D’ cresce allora così fortemente, che l’aumento speculativo del valore delle azioni riduce i profitti reali al rango di inezie; il rapporto tra quotazioni e profitti perde ogni misura. Simili bolle speculative prodotte dal fittizio aumento di valore dei titoli di proprietà ci sono state più volte nella storia capitalistica, e ogni volta sono finite inevitabilmente con un grande tracollo finanziario.

2. La crescente dipendenza del capitale reale dal credito.

La "condizione di possibilità" perché avvenga il distacco del denaro dalla sua reale sostanza di lavoro è tanto più forte quanto più grande diventa, nella riproduzione complessiva, la parte spettante al capitale produttivo d’interesse. In questo campo si può effettivamente constatare uno spostamento a lungo termine a favore del credito. L’estensione graduale della razionalità aziendale all’intera produzione, la sua scientifizzazione e il conseguente aumento, su scala secolare, dell’intensità di capitale (il che significa costi preliminari sempre più alti per una produzione competitiva di merci), nonché la concomitante estensione del capitale azionario anonimo, richiedevano masse sempre maggiori di denaro creditizio per poter tenere ancora in moto la produzione capitalistica.

Per il capitale privato ottocentesco – arcaico dal punto di vista odierno – con i suoi proprietari personali patriarcali e con i relativi clan familiari valevano ancora i principi della rispettabilità e della "solvenza", alla luce dei quali il sempre maggiore ricorso al credito appariva quasi osceno, quasi "l’inizio della fine". La letteratura d’appendice dell’epoca è piena di storie in cui "grandi case" vanno in rovina a causa della loro dipendenza dal credito; in alcuni passaggi dei Buddenbrook, Thomas Mann ne ha fatto addirittura un tema da premio Nobel. Il capitale produttivo d’interesse era naturalmente, in quanto tale, fin dall’inizio indispensabile per il sistema che si stava formando, ma non aveva ancora una parte decisiva nella riproduzione capitalistica complessiva. Soprattutto gli affari del "capitale fittizio" erano considerati, per così dire, tipici di un ambiente di truffatori e di "gente disonesta" al margine del capitalismo vero e proprio (a cui però già allora, in occasione di ondate speculative, si univa la buona borghesia). Ancora Henry Ford ha rifiutato per parecchio tempo di ricorrere al credito bancario con la sua impresa, ostinandosi a voler finanziare i suoi investimenti solo con il proprio capitale.

Il concetto patriarcale di solvenza si è completamente dissolto nel corso del Novecento, semplicemente perché non era più possibile tenervi fede, neanche nella normale vita economica capitalistica. Le teorie marxiste sul nuovo potere del "capitale finanziario" (Hilferding, Lenin e altri) all’inizio del secolo erano già il riflesso di un processo che vedeva il reale capitale aziendale cominciare a distaccarsi strutturalmente dalla sua propria base, cioè dal lavoro astratto; i marxisti del vecchio movimento operaio non percepivano tanto, tuttavia, l’autentico contenuto economico (cioè l’emergere dei limiti della stessa economia basata sul valore), quanto i soli cambiamenti alla superficie del capitalismo e nei rapporti sociologici di potere.

Questo distacco del sistema creditizio può essere descritto come crescente sproporzione strutturale tra il capitale fisso scientifizzato e la massa di lavoro che è ancora possibile utilizzare redditiziamente; l’aumento, su scala secolare, dell’intensità di capitale (che in Marx figura come "incremento della composizione organica" del capitale) richiede un sempre maggiore impiego di capitale monetario che, tuttavia, può mobilitare sempre meno lavoro per ogni unità di capitale. Questo fatto si esprime anche sul piano monetario: si tratta della crescente importanza, già descritta, del capitale produttivo d’interesse. In altre parole: il reale capitale aziendale "funzionante", che utilizza lavoro astratto nell’effettiva produzione di merci, deve in misura crescente far ricorso a capitale monetario, preso in prestito dal sistema bancario, per poter continuare a valorizzare il valore. La cosiddetta quota di capitale sociale si è perciò drasticamente abbassata per lunghi periodi; oggi, con qualche eccezione, essa è sempre al di sotto del cinquanta per cento. Ciò significa semplicemente che il reale capitale aziendale, per poter continuare a produrre qui e ora, deve ipotecare anticipatamente delle masse sempre maggiori di futuro lavoro utilizzato (cioè di futuri guadagni).

Il capitale realmente produttore di merci aspira, per così dire, il proprio futuro (fittizio), prolungando dunque su un meta-livello la sua vita al di là del limite interno già visibile. Questo meccanismo funziona soltanto finché il modo di produzione continua a espandersi (come è accaduto fino all’ultimo terzo del Novecento) e finché la massa di valore futuro, anticipata fittiziamente, arriva poi effettivamente, almeno nella misura sufficiente per poter pagare gli interessi sui crediti. Il fatto che gli investimenti di capitale, in continuo aumento, non possono più venir finanziati – almeno in linea di principio e nella maggior parte dei casi – integralmente con i propri mezzi, cioè tramite la reale massa di profitto, è un indizio chiaro del carattere sempre più precario di tutto il processo. Questo spostamento strutturale a favore del capitale produttivo d’interesse non è ancora la stessa cosa che pagare direttamente gli interessi con altri crediti; ma il reale movimento di accumulazione viene comunque a dipendere indirettamente dai risparmi concentrati della società.

Per attirare questi soldi verso il finanziamento anticipato del processo di accumulazione, bisogna offrire un incentivo ai loro proprietari, vale a dire il tasso d’interesse deve salire, non solo in modo acuto e ciclico in caso di scarsità passeggera di capitale monetario (come conseguenza della dissimulazione tramite crediti di una crisi avvenuta nella reale produzione di merci), ma strutturalmente e a livello secolare, il che, almeno dopo la seconda guerra mondiale, si può effettivamente osservare come tendenza di lungo periodo al di là delle forti oscillazioni cicliche. Questo aumento secolare viene contrastato solo attraverso una sfrenata creazione di liquidità da parte delle banche centrali; essa accelera però il processo di scollamento del denaro dalla base produttiva di capitale, mentre il livello degli interessi si abbassa solo temporaneamente. Già su questo piano diventa dunque visibile che il processo ciclico viene man mano strangolato da un esaurimento strutturale. Il limite strutturale dell’intero processo di valorizzazione è stato differito, ma presto o tardi esso si deve presentare di nuovo sul piano del capitale monetario, deve cioè frenare la produzione reale attraverso il rincaro (e infine la crisi) del denaro. Allo stesso tempo, i capitali della produzione reale di merci risentono maggiormente delle fluttuazioni dei mercati monetari; grazie alla crescente importanza sociale del capitale produttivo d’interesse, migliorano poi sui mercati monetari le condizioni per movimenti speculativi che superano tutti i precedenti storici. In una parola: a causa del suo sviluppo interno, il capitalismo industriale diventa, in misura crescente, "poco serio" in base ai propri criteri.

3. La rivoluzione terziaria

L’argomentazione svolta finora si riferisce esclusivamente allo sviluppo del capitale industriale, ossia al rapporto tra reale produzione industriale di merci e capitale monetario produttivo d’interesse. Su questa base si è però depositato nel Novecento (e con velocità maggiore dopo la seconda guerra mondiale) il "settore terziario" – i cosiddetti servizi -, in continua espansione. Alcuni economisti e sociologi ne hanno dedotto la nascita graduale di un capitalismo "postindustriale" dei servizi (Jean Fourastié, Daniel Bell ecc.). Come il "settore primario" dell’agricoltura ha perso la sua importanza a favore del "settore secondario" dell’industria, così l’industria adesso passerebbe la "staffetta" dei settori riproduttivi al "settore terziario" dei servizi.

Questa considerazione superficiale trascura però completamente il fatto che il primo di questi grandi mutamenti nella struttura riproduttiva non ha costituito affatto uno sviluppo interno al capitalismo, coincidendo piuttosto con la storia della formazione e dell’ascesa del capitalismo stesso. Non solo la tecnica e il contenuto materiale della produzione sono cambiati in questo processo, ma anche le forme elementari dei rapporti sociali sono state sconvolte in una trasformazione lunga, dolorosa e turbolenta. La società agraria preindustriale conosceva sì, come forme marginali, il capitale commerciale e quello produttivo d’interesse, ma non la valorizzazione produttiva del capitale; esistevano dei mercati, ma non l’economia di mercato; esisteva il denaro, ma non l’economia monetaria. Il nesso tra merci e denaro in quanto sistema chiuso di riproduzione è nato solo con la trasformazione dei mezzi produttivi e della forza-lavoro umana in capitale industriale.

Se ora fosse imminente una transizione storica di pari portata dalla società industriale a quella dei servizi, ci sarebbe da credere che essa pure non si limiterà affatto a un semplice spostamento settoriale all’interno delle forme esistenti di relazioni sociali, legate all’economia di mercato e al denaro. In altre parole: la perdita d’importanza sociale del "settore" industriale potrebbe essere identica a una crisi, e a una perdita d’importanza, del mercato e del denaro nella forma capitalistica in quanto forma generale di riproduzione; nello stesso modo in cui a suo tempo la riduzione del "settore" agrario è stata identica a una crisi e a un rattrappimento della economia di sussistenza, non-capitalistica, e dei rapporti feudali. Da un tale punto di vista, che coglie la profondità del cambiamento strutturale, il modo di produzione capitalistico appare identico all’ascesa del sistema industriale; e la "rivoluzione terziaria" appare di conseguenza come il declino e la fine del capitalismo stesso, che è tanto poco eterno quanto lo era la vecchia società agraria.

Una simile tesi può essere illustrata solo tramite il diverso carattere storico delle attività in questione nei diversi settori. Decisivo per la riproduzione capitalistica è qui il concetto di "lavoro produttivo", il quale implica logicamente il suo contrario, cioè il "lavoro improduttivo". Se si guarda al passato, verso il mondo feudale e l’economia di sussistenza, ogni lavoro è "improduttivo" dal punto di vista capitalistico, poiché (ancora) non serve alla valorizzazione del capitale; a rigor di termini, non si tratta affatto di "lavoro", giacché questa astrazione dell’attività riproduttiva è nata solo assieme al moderno sistema produttore di merci. Ora, all’interno di questo sistema, ogni attività eseguita in cambio di denaro o che stia in un qualche contesto di valorizzazione del denaro è formalmente un lavoro astratto. Ma ciò non significa ancora che lo sia anche in un senso sostanziale. In un senso sostanziale, è lavoro astratto, cioè lavoro il cui dispendio di energia manda avanti realmente la riproduzione capitalistica, solo quel lavoro "produttivo" (cioè produttivo di capitale) che crea effettivamente plusvalore.

A prima vista, è difficile immaginarsi come questa distinzione possa venir mantenuta in modo analiticamente chiaro senza cadere in supposizioni arbitrarie. A tal proposito, la teoria marxiana non ha a disposizione strumenti che potrebbero portare ad affermazioni univoche; sicché il dibattito marxista – complessivamente scarso – su "lavoro produttivo e improduttivo" è rimasto senza una vera conclusione. Bisogna dunque indicare i criteri che rendono possibile distinguere tra il dispendio di forza-lavoro umana soltanto formale e quello sostanziale nel sistema produttore di merci. Conviene prima distinguere tra lavoro produttivo e improduttivo intesi in senso assoluto e in senso relativo.

Improduttivo in senso assoluto è un lavoro nel sistema produttore di merci quando esso, pur venendo eseguito contro rimunerazione monetaria e nel contesto della riproduzione centrata sul denaro, non produce esso stesso delle merci (cioè non entra in quanto tale nella produzione di merci), oppure quando i quasi-prodotti da esso creati assumono un carattere di merce solo formale e non sostanziale. Sarebbe una pseudo-soluzione affetta da cattivo empirismo, voler individuare il carattere sostanziale di merce nella tangibilità "materiale" del prodotto, dichiarando per esempio "produttivo" il lavoro per la produzione di lavatrici o automobili e "improduttivo" il lavoro del parucchiere, dello sportellista o del poliziotto, perché i "prodotti" "taglio dei capelli", "accettazione di lettere" o "sicurezza" non sono materiali in senso stretto. Una simile definizione teorica – il cui sfondo è ancora, fin troppo chiaramente, il materialismo volgare produttivistico del vecchio movimento operaio (industriale), con il suo falso orgoglio per il prodotto industriale -costituisce tutt’al più un primo vago approccio al problema.

Non è affatto possibile chiarire il problema con una definizione positivistica del singolo caso immediato e isolato. Il carattere del lavoro "in sé" improduttivo può invece venir dedotto soltanto dal processo di riproduzione del capitale, in cui il lavoro astratto passa per diverse forme di trasformazione e di rappresentazione. Non c’è bisogno che il carattere improduttivo di certi lavori venga determinato esteriormente tramite definizione arbitrarie; deve piuttosto apparire nel calcolo stesso per la sua funzione di "costo". Le masse di lavoro improduttivo, dal punto di vista capitalistico, e il loro pagamento appaiono come "faux frais" (Marx), falsi costi. Bisogna però distinguere tra il livello del capitale singolo e il livello del capitale complessivo. Sul piano del capitale singolo, cioè dell’azienda, il lavoro improduttivo, ma necessario, può facilmente essere indicato sotto forma di "spese generali", per esempio, spese per la gestione del personale, la contabilità, la pulizia ecc. Queste attività sono indispensabili, in un senso tecnico-organizzativo, per il funzionamento generale dell’impresa; ma non entrano nella sua effettiva produzione di merci (la produzione di automobili o di spazzole, per esempio), anche se, naturalmente, devono venir rimunerate quanto il lavoro della vera e propria produzione aziendale di merci.

A livello del capitale singolo, il carattere improduttivo di questi lavori non si manifesta però assolutamente ("in sé"), bensì relativamente, in quanto le "spese generali" di un’impresa possono apparire come sostanziale produzione di merci o servizi da parte di una seconda impresa che si è specializzata nel fornirli ad altre imprese (per esempio una ditta che impiega addetti alle pulizie e che offre questo "prodotto pulizia" ad altre ditte). Dal punto di vista dell’economia aziendale, il lavoro di pulizia, improduttivo in un’impresa automobilistica, costituisce invece il lavoro produttivo dell’impresa di servizi ed entra dunque nella sua produzione sostanziale di merci, mentre il lavoro dei contabili della ditta di pulizie fa parte delle sue "spese generali" improduttive. E’ però possibile che una terza ditta svolga la contabilità per ogni tipo di impresa, facendone la sua speciale merce di servizi da offrire: in tal caso, per il fornitore di questi servizi speciali, anche la contabilità diventa un lavoro produttivo in senso aziendale. Si può immaginare un’intera catena di questo genere: in effetti, l’esternalizzazione dei lavori considerati "spese generali" a imprese di servizi costituisce una delle grandi tendenze della terziarizzazione: grazie alla loro specializzazione, i fornitori di servizi possono razionalizzare le procedure operative e, perciò, fare offerte tali che l’organizzazione di questi lavori all’interno dell’azienda diventa antieconomica.

La terziarizzazione nel senso in cui se ne è parlato fin qui, trasforma dunque, a quanto sembra, lavoro improduttivo in lavoro produttivo attraverso la semplice autonomizzazione formale in imprese apposite. Le cose stanno altrimenti a livello del capitale complessivo, che, come è ovvio, non appare immediatamente nel calcolo dei cosiddetti soggetti economici, ma che può tuttavia venir ricostruito teoricamente e analiticamente. In primo luogo, bisogna dire che le "spese generali" improduttive ricompaiono a livello del capitale complessivo, vale a dire che le esternalizzazioni operate dalle singole aziende e gli spostamenti all’interno della riproduzione complessiva fanno la loro riapparizione nei calcoli. Le "spese generali" improduttive possono venir abbassate per i motivi indicati, esternalizzandole in imprese autonome; ma a livello della società complessiva, esse sono pur sempre una sottrazione dal plusvalore complessivo. La rappresentazione dei "costi" (dell’impresa che crea plusvalore) come "guadagni" (dell’impresa che fornisce servizi) scompare a livello del capitale complessivo. Marx l’ha dimostrato esemplarmente per i costi delle transazioni puramente commerciali (acquisto e vendita, traffico monetario ecc.): una grande parte del lavoro nel commercio al dettaglio, e tutto il lavoro nel sistema delle banche, del credito e delle assicurazioni ecc., così come quello nella "sovrastruttura" giuridica, è "in sé" improduttivo, perché non fa altro che "mediare" le relazioni merce-denaro, senza essere esso stesso una produzione sostanziale di merci. E’ vero che i salariati di questi settori creano un guadagno aziendale; ma in effetti la loro attività si limita a mediare la ridistribuzione tra i singoli capitali del plusvalore generato esclusivamente nei settori produttivi: attraverso questo lavoro improduttivo di mediazione, il capitale commerciale si appropria di una parte del plusvalore complessivo (lo spiegano nei dettagli il secondo e il terzo volume del Capitale).

Quale è dunque il criterio economico decisivo che permette di determinare concettualmente, a livello del capitale complessivo (cioè dopo aver eliminato la distorsione dovuta al singolo capitale), se un lavoro è produttivo o non? La distinzione tra la "vera" creazione di valore e l’attività di "sola mediazione" (nel senso commerciale, monetario o giuridico) non è sufficiente, giacché è ancora legata alla definizione immediata del singolo dispendio di lavoro. Questa definizione può solo indicare il motivo esteriore per cui un’attività è da considerare un lavoro improduttivo, ma non arriva a chiarire il sottostante concetto economico. Una definizione del lavoro produttivo, riferita al processo di mediazione della riproduzione capitalistica complessiva, può in fin dei conti venir trovata solo in termini di teoria della circolazione. Vale a dire: in termini di teoria della circolazione è produttivo di capitale solo quel lavoro, i cui prodotti (e dunque i cui costi di produzione) rifluiscono nel processo di accumulazione del capitale; cioè quelli il cui consumo viene immesso di nuovo nella riproduzione allargata. Solo questo consumo è, non solo immediatamente, ma anche in riferimento alla riproduzione complessiva, un "consumo produttivo". Questo succede quando i beni di consumo vengono consumati da lavoratori che sono a loro volta produttivi di capitale, il cui consumo non finisce nel nulla, ma ritorna nella forma di energia produttiva di capitale in un nuovo ciclo di produzione del plusvalore. Viceversa, tutti i beni di consumo che vengono consumati da lavoratori improduttivi o da non-lavoratori (bambini, pensionati, malati ecc.) non ritornano, sotto forma di energia rinnovata, nella creazione di plusvalore: anche a livello della società complessiva, si tratta solo di un consumo che sparisce senza lasciare tracce e senza mandare avanti la riproduzione capitalistica. Lo stesso vale allora per la produzione dei beni di investimento: in termini di teoria della circolazione, questo lavoro è produttivo solo se il consumo dei suoi prodotti avviene nel contesto della creazione di plusvalore, cioè se torna nel ciclo di produzione del plusvalore. Tutti i beni di investimento invece, il cui consumo avviene al di fuori della produzione di plusvalore, appartengono, a livello della società complessiva, al mero consumo che "cade fuori" dalla riproduzione del capitale complessivo e del suo movimento di accumulazione.

Concepire il lavoro produttivo in termini di teoria della circolazione può sembrare strano al pensiero definitorio, infestato di positivismo; ma è un approccio che permette di risolvere il problema al di là di una cruda "materialità" della merce prodotta. Da questo punto di vista, il lavoro dell’impiegato amministrativo o del poliziotto è comunque improduttivo, perché il consumo dei loro "prodotti" (non importa se organizzati statalmente o commercialmente) fin dall’inizio non entra, in nessun modo, nel "consumo produttivo". Ma anche la produzione di un carro armato è improduttivo, pur trattandosi di una merce più che tangibile; infatti, il consumo di carri armati (dell’energia di "nervo, muscolo, cervello" spesa per essi) non può, con la migliore volontà del mondo, riapparire nel ciclo della creazione di plusvalore, ma "cade fuori di esso". Improduttiva è allora anche la costruzione di strade, poiché il consumo delle strade non è da parte sua "consumo produttivo" della creazione di plusvalore, ma di regola "cade" ugualmente "fuori di essa". Produttivo sarebbe il lavoro del barbiere nella misura in cui taglia i capelli a lavoratori produttivi (il che fa parte dei costi per il rinnovamento della loro energia produttiva del capitale); lo stesso servizio sarebbe invece improduttivo se viene eseguito per lavoratori improduttivi. Ma anche la produzione di automobili, frigoriferi e lavatrici è improduttiva in tutti quei casi in cui questi prodotti vengono consumati da lavoratori improduttivi; l’energia spesa a questo scopo "cade" dunque di nuovo "fuori" dal processo riproduttivo del capitale complessivo.

In altre parole: il capitalismo è sostanzialmente possibile solo se una parte sufficientemente grande (che aumenta in proporzione all’accumulazione del capitale) dell’"occupazione" è in grado di produrre, nel contesto delle relazioni merce-denaro, una condizione, mediata in sé, di "consumo produttivo", in cui la produzione e il consumo del "valore" interagiscono in modo da far coincidere a sufficienza la forma feticistica e la sostanza feticistica. Rosa Luxemburg ha sfiorato questa problematica, ma non l’ha potuta sviluppare, perché la sua argomentazione è rimasta limitata al livello superficiale della "realizzazione" (circolativa) del plusvalore, invece di analizzare il problema a partire dal ciclo interno di riproduzione del capitale stesso (che a livello di mercato "appare" solo indirettamente), cioè a partire dalle categorie di lavoro produttivo e improduttivo. La tesi luxemburghiana di una dipendenza crescente dell’accumulazione del capitale dal reddito monetario di "persone terze" (che stanno fuori dalla vera riproduzione produttiva del capitale) si avvicina comunque al nocciolo della questione. Certo, Rosa Luxemburg , figlia del suo tempo, individuava ancora queste "persone terze" nel contesto di una produzione di merci precapitalistica o non capitalistica (contadini, artigiani, colonie), il cui potere d’acquisto deve alimentare il mercato capitalistico che sta diventando troppo ristretto a causa del "sottoconsumo" strutturale del proletariato industriale. Così il capitalismo sembra dipendere, a livello della realizzazione sul mercato, dai settori non capitalistici della produzione e dalle zone non capitalistiche della terra; di conseguenza, dovrebbe raggiungere il suo limite assoluto man mano che esso stesso assorbe e assimila a sé tali settori e zone. E’ vero che Rosa Luxemburg cita per inciso tra le "persone terze" anche gli impiegati dello Stato; ma ancora non le viene l’idea che, all’inverso esatto della sua argomentazione, il limite strutturale del capitale potrebbe consistere proprio nel fatto che la sua stessa dinamica crea un numero crescente di settori improduttivi e di "persone terze", i cui redditi e il cui consumo diventano un onere crescente, e infine insupportabile, per la riproduzione del capitale.

In effetti, il problema che Rosa Luxemburg ha riconosciuto – pur analizzandolo, per così dire, a rovescio – si presenta esattamente in questa forma: la quota di dispendio di forza-lavoro che non ritorna più nella circolazione della riproduzione allargata del capitale cresce strutturalmente fino a superare infine la soglia critica. Ironicamente si potrebbe dire che le "spese d’ufficio" o "spese generali" della meravigliosa economia di mercato crescono così sproporzionatamente, che questa diventa alla fine, in quanto tale, non redditizia secondo i propri criteri. La maggior parte del lavoro terziario, strutturalmente in continuo aumento, non può ritornare nella produzione di plusvalore come "consumo produttivo" per diverse cause; in parte risiedono nella natura o nel carattere di questi lavori stessi, in parte si tratta di limiti esterni.

Nel caso dei lavori di transazione puramente commerciali, giuridici o monetari, è il carattere di mera mediazione – di cui parla Marx – a impedire loro (sebbene i "prodotti" che essi forniscono appaiano sul mercato) di entrare o ritornare nella produzione sostanziale di plusvalore; altri prodotti non possono, fin dall’inizio, assumere neanche la forma di merce, poiché il loro consumo non è privatizzabile (per esempio misure necessarie per la pulizia dell’aria); tuttavia, in un’economia totale del denaro, anche questi lavori debbono essere pagati e apparire sul mercato del lavoro. Con altri prodotti (strade, canalizzazione, scuole, sanità ecc.) è possibile, in linea di principio, una privatizzazione del consumo (più o meno faticosamente a seconda dei casi); ma allora bisognerebbe riservare questo consumo a una minoranza capace di pagare, il che entrerebbe in contraddizione con il carattere per sua natura onnicomprensivo di un’infrastruttura sociale. La maggior parte dell’infrastruttura non può perciò essere organizzata come produzione aziendale per il mercato (in tal caso, i redditi di massa dovrebbero essere il doppio o il triplo dei redditi che si conseguono nell’economia di mercato). Ancora diverso è il caso di settori commerciali come il turismo; si potrebbe discutere se si tratta di un improduttivo consumo di lusso dei pochi paesi ricchi, mediato solo attraverso la loro potenza particolare nell’appropriazione e nella ridistribuzione del plusvalore mondiale (tre quarti dell’umanità non fanno comunque del turismo), o se questo consumo entra parzialmente (cioè nella misura in cui viene goduto da lavoratori produttivi) nelle spese produttive di riproduzione, prendendo di nuovo parte alla produzione di plusvalore.

Il problema che emerge qui è però molto più complicato di quanto sembri nei diversi discorsi sulla "giustizia", i quali spesso suppongono che ai paesi poveri venga sottratta una parte della "loro" produzione di valore, magari tramite pressioni politiche ecc. In verità è proprio l’"uguaglianza" del parametro di valore a far sì che i paesi con poco capitale possano appropriarsi di una massa relativamente minore di valore rispetto ai paesi con molto capitale. Il sistema di riferimento non è costituito da autonomi processi "nazionali" di creazione di valore, bensì dalla creazione di valore da parte del capitale complessivo globale, il cui parametro è lo standard di produttività valido sul mercato mondiale. Così come un singolo capitale aziendale ottiene sul mercato non un valore "individuale" a misura del suo tempo di lavoro effettivamente speso, ma, tramite il prezzo di mercato realizzabile, solo una parte della creazione complessiva di valore, a misura dello standard di produttività socialmente valido, allo stesso modo un’economia nazionale non può ottenere sul mercato mondiale una massa di valore corrispondente al suo dispendio nazionale di lavoro, ma sempre e soltanto quella parte della produzione globale di valore che corrisponde alla sua produttività; e questa è, appunto, relativamente più bassa nei paesi con poco capitale. Tanto nel rapporto tra capitale singolo e capitale complessivo, quanto nel rapporto tra economia nazionale e mercato mondiale, il paradosso sta nel fatto che quelle imprese e quei paesi che a causa della loro produttività relativamente più alta producono meno valore (cioè, fittiziamente, "lavoro coagulato") – bastando loro meno lavoro per ogni prodotto, cioè per ogni impiego di capitale – possono appropriarsi nella concorrenza sul mercato la quota maggiore di valore reale (valido) prodotto dal capitale complessivo mondiale. Ma nel suo stadio finale, quello di una globalizzazione immediata del capitale, questa concorrenza dimostra l’assurdità della produzione di valore e plusvalore in quanto tale, come si dirà più avanti.

Comunque sia: è sicuro che l’"industria" del turismo, almeno del turismo di massa, costituisce nel contesto dell’appropriazione globale di plusvalore almeno una zona grigia nell’aggregazione di lavoro produttivo e improduttivo. Pur esistendo sicuramente ancora altri casi-limite, altre zone grige e forme "miste" di attività, è tuttavia certa che nel complesso aumenta storicamente e incessantemente la quota dei lavori improduttivi che (dal punto di vista della produzione di plusvalore) non rappresentano altro che consumo sociale, ovvero "spese generali". Le cause ultime sono, da una parte, il processo di scientifizzazione, mediato dalla concorrenza, e dall’altra i crescenti "costi di riparazione" dell’uomo e della natura causati dei "danni sistemici". Con l’esternalizzazione aziendale e la connessa razionalizzazione delle "spese generali" aziendali, si può riuscire ad abbassare i costi del lavoro improduttivo; ma questo abbassamento viene sovracompensato dall’espansione strutturale di questi settori, che sono "tecnicamente" necessari pur non creando sostanzialmente plusvalore. I costi per le transazioni commerciali, monetari o giuridici, i costi secondari del consumo improduttivo di lusso, i costi amministrativi, i costi per le infrastrutture e per i danni socio-ecologici, i costi per le condizioni generali e per la logistica della reale produzione di plusvalore crescono talmente che quest’ultima comincia a soffocare.

4. Terziarizzazione, capitale produttivo d’interesse e credito statale

Per rinviare questo soffocamento, è necessario un nuovo intervento del credito, cioè del capitale produttivo d’interesse, la cui quota nella riproduzione capitalistica sale ancora una volta bruscamente. Ai costi del credito per la produzione industriale di plusvalore, che aumentano su scala secolare a causa della quota crescente di capitale costante, si aggiungono ora i costi del credito, ugualmente in aumento secolare, per le condizioni generali e infrastrutturali del mercato totale. Così, però, il problema si aggrava enormemente; infatti, se nel primo caso i sempre maggiori crediti vengono almeno utilizzati ancora per l’effettiva produzione di plusvalore (anche se gradualmente rischia di sorgere una sproporzione tra i costi del credito e il plusvalore che poi ne risulta), nel secondo caso il credito deve venir sprecato completamente per un consumo improduttivo. Nella misura in cui si tratta di settori commerciali improduttivi, questi premono indirettamente sul saggio complessivo di profitto; in quanto si tratta di settori dell’infrastruttura mediati dallo Stato, dei costi socio-ecologici ecc., il risultato è una pressione tributaria diretta su salari e profitti; oppure lo Stato stesso deve far ricorso al credito, non bastandogli più le sue entrate reali. La quota crescente di lavoro improduttivo si ritrova anche, in forma mutata, nel calcolo dei soggetti economici, in quanto costi crescenti (della parte delle "spese generali" sociali mediata dallo Stato, per esempio anche sotto forma di "costi salariali aggiuntivi") che, come si sa, non solo sono oggetto di geremiadi secondo il motto degli imprenditori "impara a lamentarti senza soffrire", ma sono diventati in effetti un problema per la riproduzione sociale.

Vi è, inoltre, un altro fenomeno, scarsamente preso in considerazione dalla teoria. Nella stessa misura in cui aumenta la quota dei settori improduttivi nella riproduzione complessiva, anche una parte crescente della produzione industriale stessa diventa strutturalmente improduttiva. Questo fatto risulta – come abbiamo dimostrato – già solo da una considerazione in termini di teoria della circolazione. La massa dei lavoratori improduttivi, che aumenta inesorabilmente e che in misura crescente viene pagata solo con il denaro creditizio rinnovato con sempre nuovi crediti, deve naturalmente mangiare, bere e abitare, e poi guida macchine, consuma televisori, frigoriferi ecc.. Ma poiché quel consumo nel loro caso non è produttivo e non rientra dunque nella produzione di plusvalore, ciò significa solo che, in modo indiretto, una parte crescente della produzione industriale dipende paradossalmente dai settori improduttivi finanziati con crediti.

Il paradosso sta nel fatto che, da una parte, i settori improduttivi debbono venir alimentati (qualunque siano poi le mediazioni) in ultima istanza dalla reale produzione di plusvalore, mentre d’altra parte, la produzione industriale, come agente principale della creazione di plusvalore, è essa stessa, a causa del consumo crescente dei lavoratori improduttivi, sempre di meno (o, ormai, solo apparentemente) una reale produzione di plusvalore, venendo alimentata dai redditi improduttivi. La base effettiva è dunque molto più ristretta di quanto non sembri. La distinzione decisiva tra lavoro produttivo e improduttivo non coincide con i rapporti assoluti di grandezza tra la produzione industriale nominale e il "settore terziario", ma – considerata in termini di teoria della circolazione – è trasversale a essi. In verità, la produzione industriale di base dipende dal credito non solo alla prima potenza, cioè riguardo al finanziamento del proprio capitale fisso, ma anche alla seconda potenza, perché dipende da mercati di beni di consumo finanziati con crediti. Se il consumo statale e il credito statale, cresciuti come una valanga, svolgono qui un ruolo centrale, ciò dipende naturalmente anche dal fatto che lo Stato (diversamente dal privato che fa ricorso al credito) è ritenuto un "debitore infallibile": il che significa soltanto, però, che nel caso di una grande crisi monetaria e creditizia non sarà lo Stato a far bancarotta, ma esproprierà semplicemente i suoi cittadini-creditori.

5. La globalizzazione e le industrie fantasma

Finora è stato rappresentato solo il concetto di lavoro improduttivo in senso assoluto ("in sé"), sul piano del capitale complessivo, così come può venir analizzato nella sua poliedricità in termini di teoria della circolazione. Ma non meno rilevante è diventata, all’interno del sistema industriale, la quota di lavoro che è improduttivo solo in un senso relativo. Com’è noto, un’attività produttrice di merci è improduttiva in senso relativo, indipendentemente dalle altre sue caratteristiche, quando la sua produttività (il rapporto tra lavoro speso e risultato della produzione) scende sotto lo standard sociale dato, cioè sotto la produttività media sociale. Naturalmente è decisivo l’ampiezza del campo di riferimento di questo standard, cioè la questione se questo campo sia la regione, l’economia nazionale o il mercato mondiale. Una produzione di merci limitata regionalmente di regola non è ancora organizzata del tutto secondo la razionalità aziendale ed è legata solo indirettamente alla valorizzazione del capitale (cosiddetta piccola produzione di merci, artigianato, imprese di riparazione ecc.). A questo livello, la pressione di uno standard sociale sempre più elevato ancora non agisce, o soltanto poco. Solo a livello delle economie nazionali coese, sorte nel corso della storia, insieme al "saggio medio di profitto" si afferma anche una produttività sociale media nei singoli settori, che diventa undiktat per le imprese.

Ancora diverso è il caso del mercato mondiale. Non si ha qualcosa una media mondiale, ma prevale il livello di produttività dei paesi più sviluppati. La causa è semplice: una media sociale si può sviluppare solamente sulla base di una contemporaneità storica, cioè nell’ambito di economie nazionali storicamente formatesi, i cui settori produttivi sono sorti su un livello comune e possono, perciò, nel processo continuo di scientifizzazione, aumento dell’ intensità di capitale ecc. elaborare un comune parametro di produttività. La situazione è diversa quando sistemi industriali con diversi livelli storici di sviluppo si scontrano senza filtri. Anziché avere la formazione di un nuovo livello medio (come Paul Mattick suppose a torto), il che abbasserebbe rapidamente lo standard delle economie nazionali più sviluppate (più sviluppate perché entrate prima nell’industrializzazione e nella capitalizzazione), accade che la produzione non-contemporanea e poco produttiva sia schiacciata e liquidata.

E’ di nuovo lo Stato che qui deve intervenire, come per buona parte delle "spese generali" interne del sistema produttore di merci, anche a causa della pressione esterna della concorrenza. Il mezzo più semplice con cui si filtra la disuguaglianza, o non-contemporaneità, è un mezzo puramente amministrativo: l’innalzamento di barriere doganali. Questo mezzo funziona però solo quando l’integrazione nel mercato mondiale è relativamente bassa, con conseguente isolamento da tutti i progressi nel mondo e a un abbassamento tanto più rapido della produttività. Non appena la mediazione con il mercato mondiale ha raggiunto un grado più alto, viene rapidamente in chiaro che l’isolamento tramite dazi comporta costi notevoli, giacché tutto ciò che non si può fare a meno di importare deve essere acquistato ai prezzi del mercato mondiale, e per pagarlo bisogna prima guadagnare le divise con le proprie esportazioni. Con le barriere doganali, si può proteggere la propria industria sottoproduttiva dalla concorrenza estera più competitiva; ma quando i suoi prodotti devono venir esportati per ottenere divise, possono venir venduti solo ai prezzi del mercato mondiale, cioè secondo lo standard di produttività dei paesi più sviluppati che dominano il mercato mondiale. Di conseguenza, si apre rapidamente una forbice nei terms of trade, ovvero, quantità sempre maggiori del proprio lavoro devono venir scambiate con quantità sempre più piccole del lavoro altrui. E’ proprio questo dato di fatto ad aver suscitato la tematica illusoria dello scambio "giusto" o "ingiusto".

La situazione viene peggiorata dal fatto che alti dazi sulle importazioni provocano dazi altrettanto alti per le proprie merci esportate in altri paesi, aggravando ulteriormente il problema delle divise. Alla fine lo Stato non ha altra scelta che sovvenzionare le proprie industrie, sia per salvarle sul mercato interno anche nel caso di un abbassamento dei dazi, sia per renderle artificialmente competitive sui mercati d’esportazione (sovvenzioni alle esportazioni). Ora, queste sovvenzioni divorano tanti più crediti, quanto più grandi sono le parti dell’industria che risultano arretrate rispetto allo standard globale di produttività, determinato dai primi in classifica. Nel caso di singole industrie (carbone, acciaio, cantieri navali, industria tessile e delle scarpe, mobili ecc.) ciò vale ormai anche per gli stessi leader dei mercati mondiali.

La tanto evocata globalizzazione dei mercati finanziari e dei mercati dei prodotti, la scomposizione internazionale dei processi produttivi e la concorrenza globale per offrire i più convenienti luoghi di produzione cominciano oggi a disintegrare addirittura la coesione delle stesse economie nazionali. In fondo, pochi centri di produzione altamente produttivi, distribuiti sul globo secondo il criterio dei costi più bassi (il "fattore offerta" dei monetaristi), potrebbero inondare di merci il mondo intero, schiacciando la maggior parte delle industrie esistenti. Il risultato sarebbe naturalmente il crollo del già precario potere d’acquisto globale; il sistema produttore di merci avrebbe così dimostrato la propria assurdità, non solo in termini strutturali e di economia interna, ma anche sul piano del mercato mondiale. Il credito statale deve dunque, ancora una volta, venir dilatato all’infinito, e le spese per le sovvenzioni superano tutti i limiti conosciuti finora. Per molti paesi, questo fattore costituisce già la parte più importante dell’intero credito. L’alternativa sarebbe il crollo aperto di queste economie nazionali; la riproduzione capitalistica diventerebbe allora estremamente minoritaria, limitata a poche "isole di produttività" per il mercato mondiale – il quale, generalizzandosi questo stato delle cose, non esisterebbe più. Attualmente, a dispetto dei proclami ideologici di tenore opposto, i costi creditizi per le sovvenzioni continuano infatti inevitabilmente a crescere su scala globale. In verità cresce la parte del sistema industriale globale che dipende già immediatamente (cioè non solo attraverso il consumo dei crescenti settori improduttivi) dalla simulazione creditizia; dal punto di vista della logica del sistema, si tratta di mere industrie fantasma, generate e tenute in vita artificialmente. Dopo i crescenti costi creditizi per la produzione vera e propria di plusvalore, e la crescente quota di lavoro strutturalmente improduttivo e finanziato tramite crediti, siamo qui di fronte alla terza figura della dipendenza della società complessiva dal credito.

6. Desostanzializzazione del denaro e inflazione strutturale

Sommando le tre potenze della dipendenza strutturale dal credito, diventa chiaro che la distanza inesorabilmente crescente del denaro creditizio dall’astratta sostanza di lavoro del sistema deve condurre logicamente al collasso. Ciò significa che durante un periodo d’incubazione, durato diversi decenni, le catene creditizie sono state prolungate sempre di più, anticipando un futuro sempre più lontano. Le istituzioni finanziarie sono cresciute allora su scala secolare, mentre, ancora di più, il credito statale è addirittura esploso. Il nuovo stadio di sviluppo del capitalismo, che ne annuncia il culmine, ma anche il limite assoluto, è stato raggiunto già con la prima guerra mondiale. Teorici del movimento operaio così diversi come Lenin e Rosa Luxemburg (come abbiamo visto, quest’ultima ha addirittura sfiorato il problema, e su un livello di riflessione molto più alto del "politicista" Lenin) hanno indovinato qualcosa di effettivamente vero, quando parlavano dello "stadio ultimo e supremo" (Lenin) e persino del "crollo" (Luxemburg); senonché, questo "stadio" non avrebbe terminato il suo sviluppo prima della fine del nostro secolo, e il limite storico effettivo non può più venir colto adeguatamente con i concetti di allora, perché esso travalica anche il vecchio orizzonte teorico del movimento operaio in quanto tale.

Prima della prima guerra mondiale, il capitalismo era solo un segmento (anche se in continua espansione) della riproduzione sociale, e ancora non aveva invaso tutti i settori produttivi; lo Stato non aveva ancora assunto una funzione determinante nel processo di riproduzione e si finanziava principalmente attraverso le tasse (un bilancio vicino al pareggio era ritenuto il presupposto fondamentale per una politica seria); denaro in senso proprio era il metallo prezioso (soprattutto l’oro), il che equivale a dire che le banconote in circolazione erano sempre convertibili in oro. Tutt’e tre questi elementi si sono dissolti con la prima guerra mondiale che, come la seconda appena due decenni più tardi, doveva rivelarsi un gigantesco acceleratore dello sviluppo capitalistico. La guerra industrializzata non solo aprì un largo varco per la successiva vittoria delle industrie fordiste e per una penetrazione capillare del capitale nell’intera società, ma costrinse anche lo Stato ad assumere il ruolo (naturalmente già preparato da molto tempo) di responsabile della logistica e delle "spese generali" di questo processo.

I contemporanei non se ne sono affatto resi conto; la maggior parte vedeva inizialmente nel nuovo corso solo un’interruzione della presunta normalità a causa della guerra. Ma divenne presto evidente che non vi poteva essere un ritorno alle strutture dell’anteguerra. La "crisi finanziaria dello Stato delle tasse" divenne il grande tema che, anche dopo mezzo secolo,ha dato più volte adito a discussioni accese (Rudolf Goldscheid e Joseph Schumpeter 1917/18, James O’Connor 1973, Klaus-Martin Groth 1978 ecc.). Dal 1914/15 fino a oggi, cioè nel corso di ottant’anni, sono state sconvolte tutte le basi dell’economia statale, della teoria monetaria, della politica economica e finanziaria. Durante tutto questo tempo, il credito statale è cresciuto quasi ininterottamente, e la teoria non ha fatto che reagire di fronte a questo processo stupefacente; dapprima spaventata, poi sempre più sfacciata e insieme più distratta. Se la pericolosa espansione delle finanze statali al di là di tutte le entrate reali veniva considerata alla fine della prima guerra mondiale ancora come un fenomeno passeggero, una crisi da superare, Keynes e il keynesismo dovevano ben presto elevare i nuovi fenomeni al rango di una nuova normalità che (come Schumpeter aveva precocemente osservato) non comportava affatto un crollo immediato. Da ciò è stata tratta, poco alla volta, la conclusione che il crollo strutturale, indotto dal dilatamento del sistema creditizio, non avrebbe mai avuto luogo.

Quasi le stesse paure e quasi lo stesso sollievo per il cessato allarme si sono ripetuti negli anni settanta, quando si sono imposti di nuovo all’attenzione i limiti dell’indebitamento non solo degli USA e del loro consumo da potenza mondiale, ma dello Stato delle tasse in generale (in Germania, il culmine della crisi fu segnato dalla fine turbolenta della coalizione tra socialdemocratici e liberali). Non verificandosi neanche questa volta il big bang, ci si è tranquillizzati di nuovo, anzi, si è sviluppato uno stato d’animo di disinvoltura senza precedenti da quando ha avuto inizio la sproporzione strutturale tra lavoro (produttivo di capitale) e denaro. Quanto più il sistema creditizio si autonomizzava, tanto più le notizie terribili e le crisi di una volta venivano trasformate in "contraddizioni secondarie" innocue e, in via di principio, facili da risolvere. Un argomento interessato e storicamente cieco, che ritorna spesso in questo contesto, è l’affermazione secondo cui il problema non è affatto nuovo; in tutti i secoli dal Rinascimento in poi, e perfino nella famosa Roma antica, sarebbe esistito un alto indebitamento statale, ma senza portare a un crollo.

Chi argomenta così non sa di che cosa parla. Non è affatto possibile, né in senso assoluto né relativo, paragonare gli esempi del passato con lo sviluppo avvenuto dopo la prima guerra mondiale. L’indebitamento eccessivo di Stati o dinastie non era strutturale in senso novecentesco; o era legato al finanziamento (temporaneo) di guerre, oppure (se era più duraturo) alle spese di corte ecc., ma non si era mai esteso alla riproduzione sociale in quanto tale, diventandone l’anima. La "legge della quota crescente dello Stato" (dell’intero prodotto sociale), enunciata già nel 1863 da Adolph Wagner, economista e "socialista della cattedra" tedesco, e confermato in pieno dallo sviluppo reale, rimanda alla nuova qualità dell’indebitamento statale sotto le condizioni della riproduzione completamente capitalistica e scientifizzata. Si è creata così una situazione completamente nuova: il problema delle finanze statali, e dunque del "capitale fittizio" nella forma del credito statale, non concerne più solo l’apparato statale, ma da esso dipende la stessa vita sociale organizzata secondo la forma-merce.

A un livello elevato di scientifizzazione e di intensità del capitale, le spese generali e le condizioni infrastrutturali del processo di creazione di valore cominciano a soffocare la stessa creazione di valore, il che si esprime in un paradossale rovesciamento del rapporto tra Stato e società: non è più la società a nutrire lo Stato, perché questi ne sbrighi gli "affari generali", ma viceversa è lo Stato a dover nutrire con il "capitale fittizio" la società, perché questa possa mantenersi nella sua forma, divenuta obsoleta, di sistema produttore di merci. Il processo in cui masse crescenti di futuro lavoro vengono ipotecate e "capitalizzate", il nutrirsi vampirescamente del futuro, concerne ormai sia la riproduzione del capitale che la riproduzione dello Stato; e le due forme di dipendenza dal credito si intrecciano. Ma così la domanda monetaria del credito statale entra in concorrenza con la domanda monetaria del credito alle imprese, spingendo definitivamente verso l’alto il tasso d’interesse, al di là dei movimenti ciclici. In questo modo, lo Stato, subito dopo averlo assunto, perde il controllo sulla politica economica e finanziaria, poiché la propria domanda sui mercati creditizi, divenuta insaziabile, non permette più nessuna politica coerente diretta ad abbassare il tasso d’interesse.

Naturalmente, il bisogno sfrenato di credito non poteva permettere che il denaro conservasse la forma che aveva avuto fin lì. Doveva sparire la convertabilità in oro e quindi la reale sostanza-valore dei sistemi valutari. Già la fase iniziale del primo conflitto mondiale aveva dimostrato che non è più possibile finanziare una guerra industrializzata con denaro su base aurea; lo sviluppo successivo ha dimostrato che la mobilitazione e la capitalizzazione integrali fordiste, scatenate dalla guerra mondiale, hanno reso irreversibile anche nei settori civili l’incremento del consumo statale finanziato con crediti. Benché Keynes considerasse ancora il consumo statale una provvisoria misura d’emergenza per "mettere in moto" la congiuntura, e dunque un intervento piuttosto esterno, si trattava in verità – come è diventato evidente dopo la seconda guerra mondiale – di un cambiamento strutturale duraturo, risultato delle interne necessità del sistema. Il presunto programma keynesiano per far fronte alle crisi (deficit spending) si è trasformato in un forno sempre acceso nel quale bruciare il futuro ipotecato. Naturalmente, così era diventato del tutto impossibile un ritorno al gold standard, poiché le masse di denaro creditizio ormai necessarie non potevano in nessun modo venir messe in un qualche rapporto con una sostanza-valore propria del denaro.

In altre parole: la desostanzializzazione del denaro stesso è diventata una realtà. Per il punto di vista superficiale della teoria economica borghese – che non è mai venuto a capo delle implicazioni, ritenute "filosofiche", del classico concetto economico di valore e si è acconciato già da molto tempo, a livello pratico, a produrre manipolazioni di tecnica finanziaria e, a livello teorico, a formulare platonici modelli matematizzati – naturalmente ciò non era una catastrofe. Anzi, a partire da Keynes ci si è sforzati di assicurare che l’oro era solo un "barbaro metallo" senza più alcun significato monetario. Va da sé che nessuno si è chiesto se la mediazione sociale monetaria e l’automovimento feticistico del "valore" non fossero essi stessi un primitivismo barbaro che in fin dei conti non può fare a meno del "barbaro metallo". La desostanzializzazione del denaro significa niente di meno che la sua svalutazione effettiva, e quindi la perdita di una sua funzione essenziale: quella di mezzo di conservazione del valore.

Detto in altre parole: la conservazione del valore tramite il denaro poggia, dopo la perdita della convertibilità in oro, solo sulla convenzione e sull’accettazione soggettiva, ma non ha più un fondamento oggettivo. Ciò vuol dire che la conservazione del valore da parte del denaro è legata indissolubilmente ai tempi di economia florida, mentre non supererebbe una crisi più profonda della riproduzione. Così il sistema ha disattivato il proprio dispositivo interno di sicurezza. Già qui si intravede la quarta potenza del distacco tra "lavoro" e denaro, senza la quale in verità le altre potenze non si sarebbero nemmeno potute sviluppare: essa si situa a livello e nella forma del denaro stesso. La conseguenza logica di questa desonstanzializzazione strutturale del denaro è necessariamente l’inflazione strutturale.

Anche a questo riguardo sono molto precipitose le rassicurazioni tranquillizanti proposte dagli economisti keynesiani (e pure da gran parte di quelli marxisti). Non costituisce neanche una mezza verità l’affermazione secondo cui la rapida e massiccia inflazione in occasione della diminuzione (esplicita o celata) del contenuto di metalli preziosi (nel basso medioevo, o in occasione della soppressione della convertibilità delle banconote in oro o argento: per esempio la famigerata cartamoneta di Law all’epoca dell’assolutismo francese, gli assegnati del governo rivoluzionario francese o il dollaro di carta nella guerra civile statunitense) sarebbe solo un frutto della mancanza di abitudine e di tecniche finanziarie. Infatti, la svalutazione temporanea della moneta, in passato, non veniva superata facendo l’abitudine a un denaro desostanzializzato, ma, al contrario, tramite l’introduzione generale del gold standard. Inoltre, le economie di guerra dei due conflitti mondiali sono state seguite da una drastica svalutazione monetaria, a cominciare ovviamente dalla Germania vinta: nel 1923 come l’iperinflazione, nel 1945/48 lo shock deflazionistico (invalidamento dei depositi e delle banconote).

Ma anche nell’epoca dell’espansione keynesiana del credito (soprattutto di quello statale), dopo la seconda guerra mondiale, l’inflazione è rimasta onnipresente; è proprio in questo periodo che essa si è trasformata da impennata temporanea in condizione strutturale stabile. In questa inflazione strutturale stabile – che si è potuta talvolta ridurre con interventi di politica monetaria delle banche d’emissione e dei legislatori, ma mai eliminare completamente – la massa nascosta del lavoro improduttivo appare alla superficie monetaria e nel calcolo dei soggetti economici, così come appare nella crescita dei costi salariali aggiuntivi e del pagamento degli interessi sui crediti delle imprese, dello Stato e dei consumatori. Se questa inflazione strutturale si muove, almeno nei paesi OCSE, a un livello piuttosto basso, ciò è dovuto da una parte alla congiuntura che ancora "va" (anche se si notano già dei fenomeni recessivi profondi), dall’altra anche alla parziale esternalizzazione del problema verso le regioni perdenti del mercato mondiale.

Attraverso il loro vantaggio nella produttività e nell’intensità di capitale, le metropoli industriali hanno potuto per parecchio tempo aspirare la maggior parte del plusvalore globale e tenersi aperto, al di là dei mercati finanziari nazionali, l’accesso al credito internazionale, mentre la periferia e i ritardatari storici, per mantenere un minimo di riproduzione, hanno dovuto sempre più ricorrere alla creazione statale di denaro senza sostanza, cioè all’inflazione da cartamoneta. Ma a causa del processo di globalizzazione, dalla fine degli anni Ottanta in poi anche i vecchi centri capitalistici si trovano sempre più vicini a questa condizione. Il finanziamento temporaneo tramite emissione di cartamoneta, tipico dell’economia di guerra durante i conflitti mondiali, non solo si ripete oggi in gran parte del mondo, ma è diventato addirittura la condizione durevole della riproduzione sociale in quanto tale. Questo fenomeno dovrebbe addirittura venir considerato come la quinta potenza del distacco tra "lavoro" e denaro, perché qui il denaro desonstanzializzato non passa neanche più per i mercati finanziari regolari; la riproduzione sociale in forma di merce viene piuttosto alimentata direttamente con quantità di valuta create dal nulla, in base alla sola decisione statale.

In America latina, in Africa, in grandi parti dell’Asia e ormai anche dell’Europa dell’Est abbiamo così a che fare con il fenomeno completamente nuovo dei cicli iperinflazionistici; cioè con un movimento dell’economia che non segue più il ciclo "regolare" dell’accumulazione del capitale, bensì il ritmo dell’emissione di cartamoneta, in una catena ininterrotta di svalutazioni e riforme della valuta. Non è affatto un’esagerazione parlare già oggi del crollo globale dell’economia monetaria (e dunque della moderna "società del lavoro" e del connesso sistema di mercato). E’ solo il vecchio eurocentrismo – che a questo riguardo, stranamente, è ben poco criticato – a impedire una valutazione adeguata della reale evoluzione mondiale. Mentre l’Occidente, per il momento, è ancora nella fase postbellica dell’inflazione strutturale a basso livello, la stragrande maggioranza dell’umanità deve già convivere con un’inflazione a due o tre ciffre o con l’iperinflazione a tassi tra il mille per cento e il milione per cento. Il tasso globale d’inflazione pro capite dovrebbe ormai essere a tre cifre. Questo fatto indica che il lavoro improduttivo globale ha superato, tanto in senso assoluto quanto in senso relativo, una storica soglia critica, e che la società mondiale scientifizzata è ormai troppo cresciuta per essere contenuta nelle forme del sistema produttore di merci.

7. Dall’espansione fordista alla rivoluzione microelettronica

Nell’epoca che va dalla fine della prima guerra mondiale alla fine degli anni Settanta, la crisi strutturale delle "spese generali" sistemiche attraverso il lavoro improduttivo, le finanze statali e l’inflazione si presentava solo come problema collaterale; era cioè limitata a crisi temporanee, oppure strutturalmente a basso livello. La causa di questo apparente superamento del problema, che fa di quest’epoca solo il periodo d’incubazione del disastro sistemico vero e assoluto, è da cercare nelle caratteristiche dell’espansione fordista. L’espansione – anch’essa un risultato della prima guerra mondiale – delle nuove industrie, con la produzione automobilistica in posizione centrale, ha coperto per più di mezzo secolo la crisi strutturale nata dalla contemporanea espansione del lavoro improduttivo.

A dir meglio, siamo qui di fronte a un intreccio paradossale di espansione simultanea del lavoro produttivo e di quello improduttivo. Da un lato, il fordismo ha mobilitato nuove masse di lavoro produttivo, in dimensioni ritenute fino ad allora impensabili; dall’altro, proprio questo sviluppo era reso possibile solo dalla repentina estensione della logistica sociale, delle condizioni infrastrutturali e così via; dunque dall’incremento del lavoro improduttivo. La sproporzione nell’espansione dei due fattori opposti ha posto più volte all’ordine del giorno il problema della crisi strutturale (soprattutto a livello delle finanze statali); ma in fin dei conti, l’espansione del lavoro improduttivo poteva ancora venir "alimentata" sul lungo periodo con l’espansione contemporanea del lavoro produttivo nelle industrie fordiste; in altre parole, la crescita assoluta della reale sostanza di valore compensava l’aumento assoluto e relativo dei settori improduttivi.

A livello fenomenologico, l’espansione fordista del lavoro produttivo e della reale sostanza-valore può essere descritta su più piani che si sovrappongono. Da una parte, l’estensione interna ed esterna della valorizzazione del capitale, e quindi della razionalità aziendale, ha aperto nuovi campi della produzione reale di plusvalore. Verso l’esterno, questa estensione è retta sul continuo coinvolgimento – menzionato già nel Manifesto comunista – di regioni della terra fino ad allora non capitalistiche nella forma capitalistica di riproduzione, e sulla connessa esportazione di capitali (un elemento importante nella teoria di Lenin, anche se accolto in forma riduttiva); lo stesso effetto verso l’interno è stato garantito dalla trasformazione di forme di riproduzione fino allora non capitalistiche (contadine, artigiane e di economia della sussistenza) in settori di valorizzazione del capitale, resa possibile dai nuovi metodi fordisti. All’opposto di quanto riteneva Rosa Luxemburg, la trasformazione di ex-"persone terze" in salariati capitalistici ha accresciuto inizialmente la creazione di plusvalore a partire dal livello di produzione, invece di rappresentare un limite proveniente dal livello di mercato e quindi di realizzazione. Infatti, insieme all’espansione della reale creazione di valore, venivano generati anche più redditi capitalistici reali.

Ma la vera espansione era dovuta alla combinazione di nuove industrie e di nuovi bisogni di massa. La semplice espansione in settori produttivi già esistenti non avrebbe mai reso possibile il secolare boom fordista, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Nella base energetica, nei carburanti fossili, il passaggio dalla macchine a vapore alimentata a carbone al motore a scoppio alimentato a petrolio ha reso possibile, in combinazione con la razionalizzazione fordista ("organizzazione scientifica del lavoro", catena di montaggio), un salto nello sviluppo sociale che ha fatto entrare nel grande consumo di massa prodotti riservati fino alla prima guerra mondiale agli strati superiori della società. Vi si sono aggiunti nuovi prodotti come radio e televisione, che fin dall’inizio sono esistiti sotto forma di produzione di massa per il consumo di massa. I prodotti di massa fordisti, tutti creati direttamente o indirettamente sulla base del petrolio, hanno condotto al capitalismo fordista con il suo consumo energetico mostruoso e dilatato fino alla demenza, e poi, dopo la seconda guerra mondiale, alla democrazia basata sul consumo energetico, che, nonostante il suo carattere storicamente effimero, ancora oggi, nei paesi centrali dell’OCSE (e nei ceti medi di tutto il mondo), viene vissuta come la normalità.

Decisiva per la riproduzione in forma di merce è, però, l’espansione della reale sostanza di valore e delle sue forme sociali di mediazione, celate dietro la fenomenologia del fordismo. Ha ovviamente una sua importanza qui il problema della famosa "caduta tendenziale del saggio di profitto" che il dibattito marxista, ormai quasi dimenticato, ha rimuginato sempre di nuovo senza risultati. La "composizione organica del capitale" (Marx) che storicamente aumenta con la crescente scientifizzazione e che nel calcolo capitalistico appare come aumento dell’intensità di capitale, cioè come aumento dei capitali necessari per ogni posto di lavoro, rimanda a un movimento in senso contrario all’interno del processo di creazione di valore (e dunque di produzione di plusvalore).

Il rapido incremento di scientifizzazione, tecnicizzazione e razionalizzazione era diventato necessario solo dopo che l’espansione del "plusvalore assoluto" tramite l’allungamento illimitato della giornata lavorativa e l’illimitato logoramento della forza-lavoro ha incontrato, nel corso del Ottocento, dei limiti naturali e sociali (movimento operaio, interventi statali). Al posto del "plusvalore assoluto" come mezzo principale di accumulazione, è subentrato il "plusvalore relativo", cioè la riduzione dei costi della riproduzione della forza-lavoro rendendo più economici i mezzi di sussistenza, il che da parte sua era reso possibile dalle scienze naturali applicate; solo il fordismo ha accelerato e generalizzato questa tendenza.

La produzione del plusvalore relativo conduce però a una contraddizione logica. Essa aumenta la quota di plusvalore per ogni forza-lavoro, ma allo stesso tempo, a causa degli effetti della razionalizzazione prodotti dallo stesso sviluppo, possono venir impiegate sempre meno forze-lavoro per ogni somma di capitale (proprio questo fa aumentare, come si è visto, i costi preliminari per ogni posto di lavoro, cioè l’intensità di capitale o la quota di capitale fisso nella "composizione organica"). Questo secondo effetto, di tendenza contraria, a lungo andare sovracompensa il primo effetto. Ciò significa che l’aumento del complessivo saggio di plusvalore relativo a ogni forza-lavoro viene ottenuta al prezzo di una caduta concomitante del saggio di profitto per ogni somma di capitale anticipato. Questo effetto può venir sovracompensato solo e unicamente se cresce la massa assoluta di forza-lavoro (produttiva!) utilizzata e dunque, insieme con la massa assoluta di plusvalore, la massa assoluta di profitto; ma ciò è possibile solo tramite un’estensione permanente del modo di produzione in quanto tale. Tale estensione è stata effettivamente realizzata, in certo misura, nella forma dell’espansione fordista.

Ma già nella dinamica dell’espansione fordista della massa assoluta di plusvalore e profitto c’è un grosso problema: questa espansione era possibile solo a causa della concomitante espansione delle condizioni infrastrutturali capitalisticamente improduttive. Una parte sempre più considerevole dei prodotti industriali fordisti supplementari veniva consumata da lavoratori improduttivi: presupposto di ciò era un cambiamento fondamentale del regime di accumulazione. Proprio per questo motivo, fin dall’inizio, il deficit spending keynesiano non era una semplice misura d’avviamento né una misura transitoria, bensì la condizione strutturale d’esistenza e lo strumento politico di regolazione dell’espansione fordista, che su scala globale è cominciata solo dopo la seconda guerra mondiale. Ma ciò significa che l’espansione fordista, insieme con il suo "miracolo economico", già non era più, in linea di principio, un grande balzo secolare dell’accumulazione autonoma del capitale, ma in parte doveva già venir alimentata ipotecando masse future di valore. Ciò che era veramente "autonomo" nell’era fordista e nel suo "modello di accumulazione", era solo il pagamento regolare degli interessi per la sempre più grande massa creditizia, tramite un reale allargamento della massa assoluta di profitto. Questa estensione della massa assoluta di profitto era tuttavia già più piccola del concomitante, inevitabile allargamento delle "spese generali" improduttive del sistema di mercato in via di totalizzazione.

Ne segue che, fin dall’inizio, l’espansione fordista non poteva essere che un processo storico circoscritto. Anzi, poiché il capitalismo e la sua razionalità aziendale avevano costituito, fino alla prima guerra mondiale, solo un segmento della riproduzione sociale, bisogna considerare l’era dell’accumulazione fordista un irripetibile stadio di passaggio nella storia interna del capitalismo, invece di presentarla come un’astratta "condizione strutturale". Il capitalismo è un processo storico di generalizzazione dei propri criteri, che deve proseguirsi su un livello sempre più alto, senza poter mai tornare indietro. Perciò è erroneo concepire la sua storia come una mera successione di strutture, senza tener conto della dinamica autodistruttiva del processo complessivo. Si potrebbe anche metterla così: nella misura in cui il capitalismo "vince", diventando la forma onnipresente di riproduzione della società (infine anche della società mondiale) – un fenomeno, questo, inaugurato solo dal fordismo -, esso dimostra anche la sua impossibilità logica. La sua vittoria assoluta deve perciò coincidere storicamente con il suo limite assoluto, anche se di ciò non vuole sentir parlare proprio la sinistra marxista, che non ha mai analizzato a fondo il problema dei settori della riproduzione (e dunque il problema della "rivoluzione terziaria"), autoconvincendosi sempre di più della capacità immanente del modo di produzione capitalistico di perpetuarsi.

L’espansione del modo di produzione capitalistico come presupposto dell’espansione fordista della massa di profitto, e quindi della compensazione della diminuzione del saggio di profitto, comporta la necessità di allargare in permanenza la produzione e, dunque, i mercati. Ma ciò ha funzionato soltanto finché gli investimenti per lo sviluppo di nuovi prodotti e per l’allargamento superavano in misura sufficiente gli investimenti finalizzati allo sviluppo di nuove procedure e alle razionalizzazioni: infatti, solo in tal modo è stata impiegata, nonostante la razionalizzazione, una massa crescente, in termini assoluti, di forza-lavoro industriale e sono stati creati crescenti redditi monetari basati sulla produzione. Solo finché questa relazione è stata mantenuta, almeno in una certa misura, si è potuta tenere in vita l’espansione fordista "a palla di neve", nonostante la presenza di una quota sproporzionata di settori improduttivi, e pagare con una reale massa di valore gli interessi sulla montagna di crediti che cresceva in concomitanza.

Questa decisiva differenziazione manca nella maggior parte dei discorsi, sia borghesi che marxisti, relativi alla "teoria della crescita": quasi sempre, l’"incremento della produttività" o la crescita della produttività sono identificati immediatamente con la crescita dei mercati, della creazione di valore e dunque dell’accumulazione del capitale. Ma questo vale solo a una condizione ben determinata e assai precaria: che l’aumento della produttività sia minore dell’allargamento dei mercati interni ed esterni che rende possibile. Il salto di produttività nell’industria automobilistica, organizzato da Henry Ford, ha fatto sì che per ogni automobile bisognava impiegare molto meno forza-lavoro; ma la susseguente trasformazione dell’automobile in un prodotto del consumo di massa ha sviluppato la produzione automobilistica in modo tale che complessivamente, nonostante la razionalizzazione e l’incremento di produttività, molto più forza-lavoro poteva venir impiegata produttivamente nell’industria automobilistica, aumentando dunque così anche la reale produzione di valore. E’ però evidente che questa condizione non esiste automaticamente e che non può permanere indefinitamente. Al contrario, è inevitabile arrivare al punto in cui il rapporto si rovescia: in presenza di mercati relativamente saturi, nuovi salti nella crescita della produttività hanno l’effetto inverso, ovvero superano l’allargamento dei mercati del lavoro e delle merci che rendono possibile.

L’intero meccanismo di compensazione doveva dunque arrestarsi a mano a mano che la forza dell’espansione fordista stava venendo meno. Riguardo all’espansione esterna, questo punto critico era già stato raggiunto poco dopo la seconda guerra mondiale; la bilancia delle esportazioni di capitali indicava saldi non più positivi, o addirittura negativi; si trattava sempre meno di un allargamento della produzione e sempre più di semplici spostamenti della produzione per motivi di costi. Oggi, grazie alla globalizzazione della produzione, questo processo sta entrando nella sua fase di maturazione (lo si poteva comprendere già per tempo dal fatto che il commercio mondiale stava crescendo più rapidamente della produzione mondiale). Su tutta la faccenda, dimostra una sostanziale correttezza la teoria della crisi di Rosa Luxemburg, giacché la qualità compensatoria dell’espansione esterna viene meno e ridiventa visibile la sua immediata qualità di crisi in quanto limite del modo di produzione.

Essenziale è stato però il crollo del meccanismo di compensazione a livello dell’espansione interna, che ha raggiunto uno stadio critico con la rivoluzione microelettronica. Alla fine degli anni Sessanta, l’espansione fordista si era esaurita anche sul piano interno. L’agricoltura, la piccola distribuzione e produzione di merci ecc. erano ormai completamente integrate nella razionalità aziendale, e industrializzate fordisticamente; inoltre, le innovazioni fordistiche dei prodotti, così come i mercati del consumo di massa, ormai non più così nuovo, stavano raggiungendo lo stadio di saturazione. Da allora in poi, le innovazioni (per esempio la sostituzione del disco con il CD e simili prodotti nuovi) non potevano più generare importanti progressi sul piano della creazione reale di valore; per i vecchi prodotti fordisti (automobili, elettrodomestici, apparecchiature audiovisive ecc.) c’erano solo le sostituzioni (tutt’al più accelerate dall’"usura artificiale", cioè dal rapido logoramento del materiale, scientemente predisposto, e quindi dal deterioramento della qualità), non più nuovi e vasti mercati di consumatori.

La stagnazione del fordismo pienamente evoluto poteva ancora essere prolungata per un poco mediante l’espansione dell’industria dei beni d’investimento. Ma verso l’interno, questi investimenti erano già, in misura crescente, meri investimenti di razionalizzazione che cominciavano a scalzare il reale potenziale complessivo di creazione di valore; all’esterno, erano i ritardatari fordisti nella periferia capitalistica e nel Terzo mondo a offrire un certo potenziale supplementare per le esportazioni. Ma si è ben presto constatato che l’espansione fordista non è universalizzabile, bensì rimarrà circoscritta a pochi paesi. Tanto i costi preliminari del capitale fisso aziendale quanto i costi dell’infrastruttura sociale necessaria sono saliti dopo la seconda guerra mondiale a livelli talmente astronomici, da diventare proibitivi per la stragrande maggioranza dei paesi già all’inizio degli anni Settanta. In molti casi, dunque, l’espansione fordista si è interrotta all’inizio o a metà del cammino. Le importazioni di beni d’investimento aziendali o infrastrutturali dovevano venir finanziate in anticipo tramite crediti, senza che i processi produttivi messi così in moto bastassero a pagare almeno gli interessi di tali crediti. La conseguenza è stata la famigerata crisi dei debiti del Terzo mondo, che continua tuttora e che ha ormai raggiunto un volume di 1800 miliardi di dollari. In molti casi si trattava comunque fin da principio di progetti totalmente insensati (dighe, centrali nucleari ecc.), frutto esclusivo della collaborazione tra politici corrotti e imprese internazionali (come per esempio la Siemens) per procacciarsi rapidi guadagni.

L’arresto, generalmente catastrofico, dell’espansione fordista nella periferia capitalistica ha annunciato però la crisi finale anche nei paesi centrali. Già la crisi petrolifera, a metà degli anni Settanta, dimostrò che la stagnante creazione reale di valore delle industrie fordiste sopportava male, ormai, i costi aggiuntivi. Cominciò allora un movimento in senso contrario, il cui fenomeno più visibile è la strutturale disoccupazione di massa in tutti i settori fordisti; una disoccupazione che cresce da un ciclo all’altro. Il motore centrale di questo processo è stato, a partire dai primi anni Ottanta, la rivoluzione microelettronica che fece sciogliere come neve al sole il nucleo occupazionale nell’industria. L’occupazione industriale è diminuita, in più ondate, nella solo Germania federale tra il 1980 e il 1995 di diversi milioni. Lo stesso vale per gli altri paesi industrializzati. Questa diminuzione non è affatto stata compensata, e tanto meno sovracompensata, dall’espansione fordista in Asia e altrove, come invece crede un certo discorso, anche di provenienza marxista, del tutto ingenuo sul terreno della teoria dell’accumulazione. L’elenco delle cifre, a prima vista impressionanti, sull’espansione industriale, per esempio, in India, in Cina o nelle "piccole tigri" sudestasiatiche, trascura però due cose. In primo luogo, nel caso di grandi Stati come la Cina si tratta ancora del vecchio modello di industrie-fantasma (dal punto di vista del mercato mondiale) sovvenzionate dallo Stato, un modello che diventa ogni anno più precario e che non si potrà preservare in caso di un’apertura crescente al mercato mondiale, qual’è imposta dalla nuova industrializzazione per le esportazioni. Facendo le somme, nei settori industriali orientati verso le esportazioni viene creata molto meno occupazione supplementare di quanto se ne perda a medio termine nello stesso processo presso le vecchie industrie statali.

In secondo luogo, maggiore occupazione industriale in alcuni (complessivamente pochi) paesi giunti in ritardo al fordismo non significa affatto maggiore creazione reale di valore, il cui standard, con la crescente globalizzazione, viene dettato dal livello produttivo del mercato mondiale, e quindi dai sistemi industriali più evoluti. Siccome tali standard aziendali e infrastrutturali sono inaccessibili su larga scala anche per i newcomer asiatici, questi ultimi cercano di bilanciare il proprio svantaggio soprattutto con salari bassi, pessime condizioni di lavoro, distruzione sfrenata dell’ambiente. A lungo termine, ciò è insostenibile anche sul piano aziendale: ma, a breve termine, si può così compensare parzialmente la superiorità che hanno i principali paesi industriali sul piano della disponibilità di capitale. Nelle condizioni della globalizzazione, sono sempre più le stesse imprese occidentali ad approfittare, attraverso investimenti flessibilizzati in tutto il mondo, del dislivello nei salari e nelle leggi. Ma tutto ciò avviene solo nell’ambito aziendale e sulla superficie del mercato. La reale creazione di valore da parte del capitale mondiale non viene affatto allargata. Misurato sullo standard globale di produttività, è ben possibile che 100 o 1000 operai a salario basso e con relativamente poco capitale fisso producano meno valore di un unico operaio dotato di alta tecnologia e di molto capitale fisso nello stesso settore. Ciò che si presenta come vantaggioso per il calcolo particolare del capitale singolo – che deve per sua natura essere cieco di fronte al processo complessivo della valorizzazione – non ha niente a che fare con la creazione sostanziale di valore a livello della società (oggi della società mondiale). Il problema della reale sostanza di valore si farà naturalmente sentire, alla fine, anche alla superficie del mercato, con delle crisi e sotto forma di limitazione apparentemente esterna e inaspettata per il calcolo aziendale.

Facendo le somme, si può dire che con la rivoluzione microelettronica, il cui potenziale è lungi dall’esser esaurito, si è arrestato, a partire dai primi anni Ottanta, insieme con l’espansione fordista anche l’allargamento del lavoro produttivo e quindi della reale creazione di valore; ormai, anzi, il lavoro produttivo retrocede su scala globale. Ciò significa che già oggi non esiste più il meccanismo storico di compensazione che ha sorretto l’espansione simultanea del lavoro capitalisticamente improduttivo. In verità, la base della riproduzione capitalistica ha già incontrato il suo limite assoluto, anche se il collasso (in senso sostanziale) ancora non si è realizzato sul livello fenomenico formale. Tuttavia, questa realizzazione non si presenta più solo come diminuzione accentuata del saggio di profitto. Quest’espressione indica in effetti solo il modo in cui appare il limite relativo della riproduzione capitalistica nelle condizioni di una massa assoluta di profitto ancora in aumento (allargamento del modo di produzione). Quanto a ciò, ha ancora ragione Rosa Luxemburg nella sua Anticritica, anche se questa limitazione relativa non si protrarrà di certo "fino al giorno in cui il sole si estingue". Il limite assoluto non apparirà perciò nella forma di una semplice accelerazione lineare della "caduta tendenziale", di modo che il capitalismo venga magari abbandonato con rassegnazione dal management per mancanza di redditività. Con il raggiungimento del limite assoluto termina piuttosto l’accumulazione assoluta di "valore" reale in generale. In termini sostanziali, il saggio di profitto allora non "diminuisce", ma, con la sparizione di masse supplementari di valore, esso smette del tutto di esistere. Il concetto diventa privo di senso. Nel frattempo, il processo di accumulazione continua formalmente ancora per un certo tempo (e vengono dunque conseguiti ancora dei profitti): ma, ormai, senza alcun legame con la reale sostanza di valore (in diminuzione), guidato solo dalle creazioni, ormai incontrollate, del "capitale fittizio" e del denaro senza sostanza nelle loro diverse forme fenomeniche.

Negli anni Ottanta, le istituzioni capitalistiche non hanno mancato di reagire a questa evoluzione. Da un lato, nel corso dell’ondata ideologica neoliberale, trionfante in tutto il mondo, i mercati finanziari sono stati "deregolamentati" in una misura mai vista (vale a dire "liberati" da tutti i dispositivi di sicurezza ancora esistenti) per creare sufficiente liquidità globale per l’accumulazione-fantasma senza base reale. Dall’altro, si è lanciata un’offensiva contro il consumo statale (soprattutto contro lo Stato sociale) per abbassare la quota statale e ripristinare presunte condizioni "regolari"; in questo il monetarismo è da considerarsi, per così dire, una specie di cupo presentimento e di reazione istintiva da parte delle istituzioni capitalistiche. La speranza di un ritorno all’accumulazione "regolare" del capitale è però vana, giacché al posto del consumo statale non subentra un segmento di capitalismo privato con la stessa dimensione, ma viene alla luce solo il vuoto sostanziale della riproduzione, cioè il fatto che una parte troppo grande della produzione capitalistica dipende già da tempo dal "capitale fittizio" del consumo statale e non potrebbe sopravvivere a uno Stato veramente "snello". L’offensiva "reaganomica" e "thatcherista" contro il consumo statale si è perciò arenata perfino negli USA e in Gran Bretagna. Il nodo della grande crisi, che anche empiricamente si fa sentire più di prima, viene inevitabilmente al pettine a livello dei mercati finanziari disgregati.

8. Le strutture globali del deficit e la breve estate del capitalismo da casinò

Per la memoria notoriamente breve di uomini il cui orizzonte è il mercato (e ne fanno parte, da molto tempo, anche i teorici della sinistra ed ex-sinistra), tutto ciò può sembrare fantasioso, poiché essi "credono" alla crisi assoluta solo quando loro stessi mangiano dalla pattumiera o sono sotto i tiri d’artiglieria; e poiché sono specialisti della rimozione, probabilmente neppure allora. Ma dove lo vedete un crollo da queste parti? chiedono con un sorriso più o meno accentuato. Certo, abbiamo a che fare con dei processi storici; sul piano storico sono comunque processi piuttosto brevi, benché possono sembrare lunghi alla coscienza formata dal mercato e dalla politica. Se l’estate siberiana del boom fordista nel dopoguerra era già breve, l’epoca seguente del "capitalismo da casinò" sarà ancora più breve. Dopo la metà degli anni Ottanta, l’accumulazione fittizia si è tramutata in un boom puramente speculativo, che negli anni Novanta mantiene un livello alto, benché lo "scoppio della bolla" si sia già ripetutamente annunciato.

Quali saranno le conseguenze, se scoppia la bolla globale? Gli spiriti ingenui credono: nessuna o minime; e alcuni citano addirittura Marx, che ha effettivamente scritto: "In quanto la diminuzione o l’aumento di valore di questi titoli sono indipendenti dal movimento di valore del capitale reale che essi rappresentano, la ricchezza di una nazione non varia in conseguenza di tale diminuzione o aumento". Ma ciò vale naturalmente solo nella misura in cui il "capitale fittizio" si muove esclusivamente nella sovrastruttura finanziaria e creditizia, senza feedback sulla riproduzione reale. Già Marx ha fatto perciò certe riserve: "In quanto la loro svalorizzazione non esprimeva un effettivo arresto della produzione e del traffico sulle ferrovie e sui canali, né l’interruzione di imprese in corso, o lo sperpero di capitale in imprese assolutamente senza valore, la nazione non risultava impoverita di un centesimo in seguito allo scoppio di queste bolle di sapone di capitale monetario nominale".

Ma quanto sia veramente ricca "la nazione", se essa si sia arrichita "sulla carta" e abbia finanziato fittiziamente la produzione e i redditi, o se al contrario il crollo si svolga veramente solo nell’olimpo finanziario, impoverendo unicamente "gli speculatori": questoa, appunto, è la questione. Già ai tempi di Marx, gli shock svalutativi del "capitale fittizio" non hanno affatto mancato di recare ferite può o meno gravi alla produzione industriale; per esempio nel grande tracollo della speculazione ferroviaria in Germania negli anni Settanta del secolo scorso, seguito da un periodo di stagnazione durato quasi venti anni. Ma nell’Ottocento, quando il capitalismo era ancora solo un segmento della società, e quando inoltre la sua riproduzione dipendeva molto meno dal sistema creditizio, il movimento del "capitale fittizio" era in effetti relativamente limitato, sia per il volume che per i riflessi sulla produzione reale. La situazione odierna, invece, non se la sarebbe potuta immaginare probabilmente neppure Marx. Infatti, dopo la fine dell’espansione fordista, il rapporto si è addirittura ribaltato: la riproduzione reale è diventata l’appendice di una gigantesca bolla di "capitale fittizo" nelle sue diverse forme fenomeniche e nei suoi diversi stati d’aggregazione, anziché produrre dal suo interno questa bolla come una sua mera emanazione.

Qual è, precisamente, la situazione? Il credito statale e il capitale monetario speculativo sono intrecciati tra di loro in molti modi, e una svalutazione drammatica della sovrastruttura finanziaria trascinerebbe perciò con sé, in un modo o nell’altro, anche i titoli di Stato, distruggendo la capacità dello Stato di rifinanziarsi. In tal caso, il sovvenzionamento di interi settori dell’industria e dell’agricoltura, già oggi crollati in molti paesi dell’ex-Terzo mondo, dovrebbe perciò cessare anche negli altri paesi: in Russia, in India e in Cina come negli stessi paesi OCSE. Questa massa di sovvenzioni, ancora rilevante su scala globale, è di fatto, per la logica del mercato, nient’altro che "sperpero di capitale in imprese assolutamente senza valore"; e va da sé che questo fattore oggi ha un peso ben diverso che ai tempi di Marx, quando era infatti piuttosto trascurabile o limitato a una parte relativamente piccola degli investimenti privati.

Ormai il capitale speculativo privato supera, nelle sue fantasiose creazioni derivative, di gran lunga il credito statale. Ciò significa solo che, dall’inizio del "capitalismo da casinò" in poi, una massa sempre più grande di capitale monetario fordista non più reinvestibile in attività reali si è riversata nella sovrastruttura finanziaria (la "sovraccumulazione" delle industrie fordiste a partire dagli anni Settanta), e che essa nella sua accumulazione fittizia (D-D’) ha ormai riunito una massa senza precedenti di valori fittizi che vengono allibrati e trattati come reali redditi monetari. E’ sicuro che una certa parte di questi soldi commerciali fittizi torna, o direttamente o tramite prestiti (il che naturalmente gonfia ulteriormente la bolla), nella riproduzione come domanda apparentemente reale. Così vengono dunque alimentati processi di produzione che non hanno più nessuna base sostanziale e che si debbono interrompere nel caso di una grande svalutazione. Anche questo fattore è sicuramente molto più importante oggi che ai tempi di Marx.

Paragonata alla massa complessiva del "capitale fittizio" commerciale, la ripercussione sulla riproduzione reale sotto forma di immissione di domanda senza reale sostanza di valore è però finora minima, a differenza del consumo statale. Se invece l’intera montagna dei valori commerciali fittizi si mettesse oggi in moto come reale domanda, ciò significherebbe l’iperinflazione immediata anche in’Occidente. Tuttavia, anche questa parte – la principale – dei valori fittizi, che attualmente non viene immessa come domanda nella riproduzione reale, ma rimane nella sovrastruttura speculativa, può sorreggere indirettamente grandi settori della riproduzione apparentemente reale e produttiva. La soluzione di questo enigma si trova sul livello dei bilanci. Non si deve mai dimenticare che un bilancio è sempre qualcosa di truccato che bisogna prima decifrare. Tuttavia, per un bilancio positivo, o almeno in equilibrio, è naturalmente sempre necessario un "avere" effettivo ("effettivo" nel senso di depositi in qualsivoglia forma), se non si intende operare una falsificazione pura e semplice (il fatto che anche queste aumentano rapidamente è un indizio che ci si avvicina al limite dell’accumulazione fittizia). Ma da dove venga questo "avere" e in quale forma sia aggregato, è un’altra questione.

Come si presenta allora a livello dei bilanci lo spostamento dal capitalismo industriale reale al capitalismo speculativo, "da casinò"? La risposta deve essere: trasferendo il peso, presso i guadagni e i depositi, dai redditi derivati dall’accumulazione industriale reale (D-M-D’) ai redditi derivati dalla sovrastruttura finanziaria speculativa. In altre parole: il fattore decisivo non è più costituito dalla produzione reale e dai suoi successi sul mercato, ma da un’abile contabilità in grado di far quadrare il bilancio tramite operazioni speculative. In altre parole: oggi la difesa di quote di mercato riesce, totalmente o parzialmente, solo attraverso l’afflusso di guadagni speculativi. Ovviamente, non è così in ogni singolo caso; ma decisivo è il peso bilanciante che il "capitale fittizio" ha nella società complessiva. Anche senza apparire come domanda reale di investimenti o di consumo, questi depositi possono sorreggere una parte notevole della riproduzione reale e tenere in vita imprese, produzione e occupazione, semplicemente facendo quadrare i bilanci. Se il "capitale fittizio" venisse svalutato su larga scala, ciò avrebbe per conseguenza la rapida bancarotta di un numero sorprendentemente alto di imprese in apparenza "sanissime".

Non si tratta di semplici ipotesi, come dimostrano negli ultimi anni gli scandali, i mega-fallimenti e le "azioni di salvataggio", improvvisamente divenute necessarie, che rappresentano solo la punta di un iceberg. Che si tratti della Metallgesellschaft di Francoforte, della bancarotta da miliardi di marchi del costruttore Schneider o del fallimento della antica banca londinese Barings: in tutti questi casi c’è stato un passaggio, apparentemente improvviso, da bilanci prosperi all’insolvenza, perché la contabilità aveva fatto speculazioni sbagliate nell’ambito di immobili, valute, transazioni a termine e altre forme derivate di speculazione. Le banche sono diventate il centro non tanto delle reali operazioni capitalistiche di credito, quanto della speculazione globale; e sembra del tutto credibile Schneider, il latitante ex-star degli imprenditori tedeschi, quando accusa la Deutsche Bank di aver favorito con tutte le forze e coscientemente la deriva pericolosa dei suoi affari. Sintomatico è anche il caso di Barings. Il 4 febbraio 1995, un articolo lusinghiero della Frankfurter Allgemeine Zeitung lodava la banca come un’impresa eccellente e come "una delle più forti in Asia", con il 54% di guadagno nel 1994. Del suo capo Peter Baring si citavano le parole: "Non abbiamo bisogno di seguire ogni moda. Sappiamo pensare a lungo termine". Veramente un caso di cui i "guaritori" di sinistra del capitalismo possono servirsi per dimostrare quanto "il capitale" sta bene. Neanche una settimana più tardi, Barings aveva fatto bancarotta a causa delle speculazioni sbagliate fatte alla borsa di Tokio da un broker 29enne. Un tale esito non sarebbe stato possibile se il capitalismo fosse, secondo i propri criteri, un capitalismo "reale" in cui il sistema bancario serve veramente a finanziare la produzione reale per il mercato.

Ma non sono affatto solo le banche e le contabilità delle imprese a essere diventate associazioni gangsteristiche per arrischiare puntate nel casinò globale. Anche istituti pensionistici, erari statali, tesorieri comunali da Tokio fino all’ultimo paesino, cassieri di partiti, associazioni e società private si lanciano a "puntare" sempre più disinvoltamente; in parte spinti dalla necessità, non bastando assolutamente più i redditi reali. Il caso somiglia a quello dei bilanci d’impresa: situazioni finanziarie più o meno disastrose vengono "aggiustate" speculando con le forme derivate. In alcuni casi può anche darsi che i diversi responsabili finanziari non resistano alla tentazione e vogliano fare qualcosa di buono per le loro istituzioni, essendo apparentemente così facile, con poste abbastanza alte, creare dal nulla grosse riserve finanziarie. Che così si possa naufragare, l’ha sperimentato, per esempio, nel 1994 un tesoriere del Partito del socialismo democratico in Germania, che si era giocato alla borsa, con le migliori intenzioni, una cassa regionale del suo partito. Quando nel 1994 il distretto californiano di Orange County ha dovuto dichiarare fallimento a causa delle speculazioni errate della sua amministrazione finanziaria, i ministri regionali delle finanze in Germania e i portavoce delle amministrazioni si sono precipitati ad assicurare che qualcosa di simile non potrebbe succedere in Germania. Un’affermazione assai poco credibile, giacché proprio allora si è venuti a sapere che alle amministrazioni finanziarie è consentito far "investimenti" finanziari di tipo derivato.

Nelle formazioni del "capitale fittizio" finora considerate, e nelle loro ripercussioni sulla riproduzione reale, si manifesta la condizione generale della globale "sovraccumulazione strutturale", che in modo più o meno netto ha fatto nascere in tutte le economie nazionali, anche in quelle in via di disfacimento, il "capitalismo da casinò", privo di una reale solidità basata sulle rispettive valute nazionali. Finché l’assurda creazione globale di liquidità da parte del "capitale fittizio" continua a espandersi (e oggi si espande più sfrenatamente che mai), le catastrofi svalutative possono limitarsi a significativi casi singoli, che si generalizzeranno solo in occasione dell’inevitabile contrazione. Le dimensioni sono ormai diventate folli, come si può capire dalle stime degli analisti finanziari, che soltanto per le nuove forme derivative della speculazione suppongono un volume tra 10 e 50 mila miliardi di dollari. Le oscillazioni si spiegano col fatto che nessuno riesce più a tener i conti e che l’abolizione delle valvole di sicurezza internazionali ha annulato anche il controllo statistico. E’ comunque chiaro che simili dimensioni fanno apparire i "miseri" 1800 miliardi di dollari di debiti del Terzo mondo quasi come una grandezza trascurabile. Solo con questa creazione smisurata di liquidità, non garantita dall’economia reale, si potevano dichiarare risolte le diverse crisi debitorie: "risolte" attraverso l’illimitato accumulo di nuovo materiale esplosivo (mentre quasi nessuno parla più delle conseguenze sociali delle crisi debitorie, che continuano a covare).

Il "capitalismo da casinò" non è però solo diventato, a partire dagli anni Ottanta, una condizione strutturale all’interno delle singole economie nazionali, ma questa struttura, a un secondo livello, si è anche internazionalizzata; non solo come globalizzazione dei mercati finanziari speculativi, ma anche come creazione di circuiti deficitari internazionali tra le diverse economie nazionali che la globalizzazione sta dissolvendo. Un tale circuito deficitario può aver luogo su due piani, e in ambedue i casi l’economia reale viene alimentata con capitale monetario introdotto dall’esterno. Da una parte si finanzia il debito pubblico non più con risparmi interni (o con l’inflazione interna da cartamoneta), ma con capitale monetario estero; lo stesso può avvenire anche a livello dell’indebitamento delle imprese. La crisi debitoria del Terzo mondo è solo un caso speciale, già diventato precario, di questo indebitamento estero. L’aspetto scottante della questione è che il continuo ricorso a capitale estero deve essere pagato in valuta: esso è possibile, dunque, solo attraverso continue eccedenze nelle esportazioni, che comporterebbero l’insorgenza di deficit altrove. Questo indebitamento estero agisce sull’economia reale nel modo seguente: il denaro preso in prestito altrove ricompare all’interno come domanda statale o privata, per poi essere o sprecato nei consumi o investito in modo sbagliato (armamenti, "cattedrali nel deserto", sovvenzionamento di settori non redditizi ecc.).

Si tratta inoltre di un modo di finanziare i saldi commerciali negativi tramite debiti; vale a dire che le eccedenze, più o meno alte, delle importazioni vengono pagate non con i risparmi interni, ma con capitale monetario straniero. In verità, una tale costruzione rappresenta, dal punto di vista economico, un’impossibilità logica: o si prende denaro in prestito all’estero, e allora bisogna restituirlo attraverso eccedenze nelle esportazioni, o si hanno delle eccedenze nelle importazioni, e allora bisogna pagarle con riserve finanziarie interne e con depositi in valuta guadagnati prima; le due cose non possono andare di pari passo. Tuttavia, se indebitamento estero e bilancia commerciale negativa coincidono, si tratta fin da principio di una costruzione precaria nel contesto del "capitale fittizio" e/o del risultato di strategie politiche che cercano di eludere con irregularità di vario tipo il sistema economico e le sue leggi. In ogni caso, questa impossibilià economica non può essere mantenuta a lungo.

Naturalmente non è la prima volta che si verificano deficit nelle bilance sia commerciali che dei capitali, ma qui vale quanto già detto per l’indebitamento statale e l’espansione del credito in generale: in epoche passate si è trattato di deficit comparativamente modesti, che non venivano accumulati per periodi prolungati, ma dovevano presto venir estinti (il che nel corso della espansione capitalistica concomitante poteva accadere abbastanza facilmente). Oggi invece abbiamo a che fare non solo con dimensioni molto maggiori dell’indebitamento estero, ma anche con veri e propri circuiti deficitari strutturalmente irrigiditi, che crescono già da dieci o vent’anni e che non sono più sotto il segno dell’espansione economica reale, limitandosi piuttosto a simularla.

Esistono diversi circuiti deficitari, sparsi sul globo intero, ma i due più importanti sono quello europeo e quello asiatico. In Europa, è il capitale finanziario della Germania federale, accumulato nei tempi dell’espansione fordista del secondo dopoguerra, a essere al centro dei circuiti deficitari a tutti i livelli. I paesi dell’Unione europea, più o meno tutti deficitari nei loro scambi con la Germania, prendono in prestito da quest’ultima il capitale monetario necessario, a interessi di mercato; tramite i diversi fondi di compensazione dell’UE (di cui la Germania paga la parte maggiore), le economie nazionali più malandate ricevono, inoltre, i fondi di risanamento a gettito continuo; in terzo luogo, la Germania deve dirigere masse crescenti di capitale monetario, in gran parte a fondo perduto, nei paesi dell’Europa orientale e soprattutto in Russia (che agita la clave atomica diventata incontrollabile), per ritardarne l’inevitabile secondo crollo, che questa volta sarà rigorosamente da economia di mercato; in quarto luogo, è diventato necessario un trasferimento di capitale netto nell’ex-RDT di 150-200 miliardi di marchi all’anno, per far respirare artificialmente a tempo indeterminato l’economia della Germania orientale, clinicamente morta dopo l’annessione. La sovrastruttura finanziaria della Germania, che secondo l’opinione corrente è ancora un paese relativamente serio in termini capitalistici, è perciò molto più traballante di quanto non sembri a prima vista, non solo a causa della struttura interna – che anche in Germania è ormai caratterizzata dal "capitalismo da casinò" -, ma anche a causa della forte integrazione nel complesso dei circuiti deficitari europei.

Il record di sfacciataggine e smodatezza economica appartiene, probabilmente, al circuito deficitario tra l’Est asiatico e gli USA. Siamo di fronte, qui, a un intreccio particolarmente delicato. Dall’angolo visuale del Giappone e delle diverse "piccole tigri", il circuito deficitario pacifico si presenta così: dapprima, la costituzione specifica dei mercati finanziari giapponesi e del loro intreccio paternalistico, largamente informale, con l’industria delle esportazioni ha reso possibile negli anni Ottanta una performance finanziaria senza pari. Il Giappone ha finanziato l’equipaggiamento completo (altrove diventato quasi inaccessibile) della sua industria delle esportazioni con alta tecnologia praticamente senza pagare (almeno in apparenza): è stato l’unico paese industrializzato a trasformare buona parte del gigantesco incremento fittizio di valore verificatosi durante l’era speculativo in domanda reale di beni di investimento estremamente costosi; lì, ha dunque realmente avuto luogo il feedback immediato del "capitale fittizio" con la produzione reale, per giunta senza un effetto inflazionistico altrettanto immediato sull’economia interna giapponese, giacché questo feedback ha preso la forma di una valanga di esportazioni, diretta soprattutto negli USA.

Le "piccole tigri" si sono aggianciate in modo precario al rullo compressore delle esportazioni giapponesi. Ovviamente, nessuna "piccola tigre" poteva finanziare la sua industrializzazione per le esportazioni con risparmi interni, ma solo mediante un indebitamento crescente nei confronti del Giappone. E’ in Giappone che si prendeva e si prende in prestito il denaro per gli investimenti necessari, e lì che si compra gran parte dei beni d’investimento (in parte si tratta direttamente di esportazioni di capitale da parte di imprese giapponesi e, per una quota molto minore, occidentali). In certo modo si può dunque parlare di un circuito deficitario intrasiatico: il Giappone presta alle "piccole tigri" il denaro perché esse possano comprare beni d’investimento in Giappone. Ciò funziona solo perché questi paesi, proprio come il Giappone, esportano poi a più non posso, anche loro soprattutto negli USA (il cui ruolo è quello della spugna). Si può riconoscere questa dinamica, destinata a esiti disastrosi, dal fatto che le "piccole tigri" hanno tutte dei saldi commerciali molto positivi verso l’Europa (già però in via di diminuzione) e gli USA, mentre le loro bilance commerciali e di capitale sono altamente deficitarie verso il Giappone (e di regola anche in termini assoluti!).

Il piccolo circuito deficitario intrasiatico si nutre poi del grande circuito deficitario del pacifico, che diventa visibile dal lato degli USA. Per effetto del consumo improduttivo da potenza mondiale, di gran lunga superiore a quello degli altri paesi industrializzati fordisti, la potenza economica relativa degli USA – che dopo la seconda guerra mondiale dominavano incontrastatamente in tutti i settori – è diminuita a vista d’occhio già dagli anni Sessanta. La base industriale si è assottigliata fin quasi a sparire in modo più radicale che altrove: non tanto nella forma di una flessione dell’occupazione industriale causata da razionalizzazioni tecnologiche con contemporaneo allargamento della produzione, ma come abbandono completo di interi settori industriali, il cui prodotto è stato sostituito da importazioni. Poiché al contempo si è abbassato sempre più fortemente la quota di risparmio dei cittadini statunitensi, oltremodo propensi ai consumi ( questa quota è diventata oggi una delle più basse al mondo), in aggiunta all’esorbitante indebitamento interno, si è dovuto far ricorso in misura crescente a capitale monetario straniero.

Gli USA sono in grado – benché questo fatto dovrebbe essere economicamente impossibile – di indebitarsi all’estero e di avere contemporaneamente alti deficit nelle bilance commerciali, per il solo motivo che il dollaro aveva, e parzialmente ha ancora oggi (in forma indebolita) la funzione di valuta mondiale. Ciò significa che gli USA possono pagare il loro debito estero con la propria valuta, invece di dover prima guadagnare divise tramite eccedenze commerciali per poter pagare gli interessi sul debito estero e per estinguerlo. In verità, fanno addirittura pagare all’estero una parte dei loro debiti attraverso gli alti e bassi del cambio del dollaro, anche se questo metodo oggi sembra aver perso gran parte della sua efficacia e finirà per condurre prima o poi a una fuga generalizzata dal dollaro, la qual cosa avrà per conseguenza una caduta drastica del dollaro e la crisi del commercio mondiale. La decadenza del dollaro e la crisi del sistema monetario internazionale nel corso degli ultimi anni hanno chiaramente dimostrato che lo sviluppo va in questa direzione.

Attraverso il doppio deficit dell’indebitamento estero e della bilancia commerciale negativa, gli USA sono diventati negli ultimi 15 anni anche la doppia "spugna" dell’economia mondiale: da un lato aspirano il capitale monetario straniero, dall’altro pagano con questo denaro avuto in prestito le loro gigantesche eccedenze nelle importazioni, succhiando una grande massa di prodotti industriali esteri. Questa sproporzione grottesca si concentra quasi interamente nella regione del pacifico. Tutti i discorsi sul presunto "secolo del pacifico" prossimo venturo sono campati in aria, perché basati sul circuito deficitario tra l’Asia orientale e gli USA. I giapponesi prestano agli USA i fondi per poter realizzare eccedenze commerciali negli scambi con gli USA; e con le eccedenze commerciali guadagnano i fondi che possono prestare agli USA. E’ evidente che questa situazione economica paradossale, cui ormai partecipa l’intera Asia sud-orientale, dovrà andare in frantumi nel giro di pochi anni.

L’industrializzazione asiatica che ha per scopo le esportazioni, fondata sui bassi salari e sullo sfruttamento selvaggio di tutte le risorse, stimola dunque solo poca creazione supplementare di valore e condanna a morte le industrie statali nazionali, prodotte dalla passata "industrializzazione di ricupero"; inoltre, molti milioni dei posti di lavoro così creati dipendono dai deficit esteri statunitensi. L’industrializzazione asiatica per le esportazioni dunque non solo è troppo piccola, in quanto volume assoluto, per poter produrre un’altra espansione fordista, ma fin dall’inizio è stata completamente priva di serietà, prendendo come parametro gli stessi criteri capitalistici. Si tratta solo di un’espansione fordista simulata attraverso il mega-circuito deficitario del pacifico; senza poter replicare lo sviluppo occidentale, precipita piuttosto verso una catastrofe improvvisa.

9. Verso lo shock svalutativo

Se si bada all’autentica e reale produzione di plusvalore e alla connessa necessità di accrescerla, bisogna concludere che il cuore del capitale mondiale ha già smesso di pulsare. Da almeno dieci anni, non si fa altro che simulare con espedienti monetari l’accumulazione capitalistica. Sicché il capitale dipende dal polmone d’acciaio dei processi fittizi di creazione di valore: a livello delle economie nazionali, mediante l’indebitamento statale e il "capitalismo da casinò"; a livello dell’economia mondiale, mediante l’estensione del "capitalismo da casinò" ai mercati finanziari divenuti incontrollabili e mediante i grandi circuiti deficitari internazionali. E’ logico prevedere che presto o tardi la riproduzione capitalistica sarà ricondotta, attraverso una contrazione violenta delle masse di denaro senza sostanza, alla sua base reale; si constaterà allora che il capitalismo è, da tempo, un cadavere che cammina. In altre parole: la liquidità fittizia, creata senza un fondamento nella produzione di capitale, sarà svalutata in un modo o in un altro, prima o poi.

Non si può prevedere come questo processo di svalutazione si svolgerà nei dettagli; se avverrà in tempi differenziati sui diversi livelli o se coinvolgerà tutti i livelli allo stesso tempo; se si svolgerà sul lungo periodo o se avrà la forma di un grande crac svalutativo globale, per cosi dire di un’esplosione atomica monetaria. La "massa critica" è stata accumulata da tempo, e la scintilla che innesca l’esplosione può brillare in qualsiasi momento tramite crisi economiche o politiche. Un indiziato è senza dubbio il circuito deficitario del pacifico; un punto nevralgico è il mercato finanziario giapponese. Il fatto che il Giappone è stato, negli anni Ottanta, l’unico paese che ha utilizzato la gigantesca bolla speculativa per fare investimenti reali altrettanto giganteschi, ha finito per conferire al "capitalismo da casinò" in Giappone una particolare forma di evoluzione.

Mentre il grande crac della borsa nel 1987 e il tracollo della speculazione immobiliare alla fine degli anni Ottanta hanno rappresentato negli USA e in Europa solo un incidente di percorso nell’accumulazione di valori fittizi (che infatti continua sfrenata, rinfocolata con nuova liquidità), il Giappone invece è stato sull’orlo della grande catastrofe finanziaria. In Occidente, la mediazione dei valori speculativi fittizi con l’economia reale è rimasta largamente indiretta, e le enorme perdite nella contabilità sono state compensate, dopo un periodo critico di passaggio, mediante nuove impennate della speculazione, e addirittura sono state superate con ripetuti incrementi fittizi di valore (l’indice Dow Jones, il barometro di Wall Street, ha più che raddoppiato d’allora il suo valore). In Giappone invece, i valori fittizi sono stati investiti in gran parte nell’economia reale, di modo che il crac ha aperto una voraggine non più colmabile. La bolla doveva scoppiare, e i corsi delle azioni e degli immobili giapponesi fino a oggi non si sono più ripresi (l’indice Nikkei, il batrometro della borsa di Tokio, da allora è caduto di più della metà).

Perché allora non si è ancora prodotta un’aperta catastrofe finanziaria in Giappone? La risposta deve essere cercata ancora una volta nella specifica struttura paternalistica dell’economia giapponese, nei suoi tratti arcaici. L’unione informale tra governo, banche e grandi imprese è riuscita a fondare una società nazionale di compensazione, in cui sono stati raccolti i crediti inesigibili, evitando così i mega-fallimenti in verità avviati. Una cosa simile non sarebbe stata possibile in nessun paese occidentale. Ma, naturalmente, neanche i giapponesi sono abbastanza furbi per poter aggirare le leggi del denaro a furia di astuzia paternalistica. Nessun trucco può far sparire dal mondo la massa di crediti inesigibili; anzi, essa si accresce per il semplice fatto che bisogna pagarne gli interessi, anche se la Nippon S.p.a. cerca disperatamente di ridimensionarla mediante ammortamenti a piccole dosi che il sistema bancario può sopportare. Ogni tanto si sacrifica un partner di medie dimensioni, per diminuire un po’ la pressione; per esempio, la cooperativa di credito di Tokio Cosmos Credit Corp., una delle più grandi del paese, nell’agosto 1995 è dovuta passare sotto amministrazione fiduciaria, e i risparmiatori hanno assalito, con scene drammatiche, la banca per ritirare i loro soldi.

Secondo indicazioni del ministero delle finanze giapponese dell’estate 1995, il volume dei crediti inesigibili ammonta a circa 650 miliardi di dollari. Tenendo conto del linguaggio abituale della diplomazia finanziaria, se ne possono dedurre due cose: la massa reale deve essere ancora più grande, e di molto; e incombe, inoltre, una rottura degli argini, annunciata con gentilezza e sorrisi pieni di discrezione. Il vortice creato dalla marea di bancarotte in arrivo potrebbe essere abbastanza grande da trascinare la montagna di deficit statunitensi e da soffocare il circuito deficitario del pacifico. Già adesso il Giappone è costretto a sopportare i costi necessari per limitare la palude di crediti interni inesigibili, e contemporaneamente deve continuare a comprare titoli di credito statunitensi per non mettere in pericolo le sue esportazioni negli USA. Ma non si potranno mantenere per sempre eccedenze commerciali di tali dimensioni; il permanente aumento del cambio del yen nei confronti del dollaro indica la correzione inevitabile; da parte loro, le esportazioni giapponesi si sono già ridotte. In un futuro non molto lontano, si romperanno tutti gli argini, e dietro ai continui contenziosi commerciali tra gli USA e il Giappone, incatenati l’uno all’altro dai loro deficit, sta in verità la questione di chi dovrà pagare la parte maggiore dello shock svalutativo in arrivo sul fronte del pacifico.

Un tale shock non potrà più essere limitato a una regione del mondo; esso costituirà il segnale per il processo di svalutazione non solo dell’intero "capitalismo da casinò", ma probabilmente anche del "capitale fittizio", maturato da tempo sotto forma di crediti statali, nei quali quantità di lavoro astratto sono state ipotecate fino a un futuro lontano. Una tale contrazione globale non significherebbe altro che l’annullamento di tutto il denaro e di tutte le forme monetarie che non derivano dal processo originario D-M-D’, ma dal fittizio processo di creazione di valore D-D’. Quest’annullamento può assumere la forma dell’inflazione o della deflazione (ma forse anche di un ibrido di entrambe).

Per comprendere questa logica, è necessario fare astrazione dalle forme fenomeniche, puramente esteriori, del forte aumento o della forte diminuzione dei prezzi, come normalmente vengono caratterizzate l’inflazione e la deflazione. In verità non si tratta di un movimento dei prezzi delle merci causato dallo sviluppo immanente degli stessi mercati dei beni – che, come è noto, vengono regolati, alla superficie, dal gioco della domanda e dell’offerta -, bensì di uno sviluppo autonomo a livello del denaro, cioè della sua svalutazione. In quanto svalutazione del denaro, inflazione e deflazione sono identiche, si distinguono solo nei modi. Nel caso dell’inflazione, il denaro continua formalmente a circolare; la sua svalutazione si manifesta come un improvviso aumento dei prezzi delle merci fino a dimensioni astronomiche, del tutto indipendentemente dalla domanda e dall’offerta. Nel caso della deflazione, invece, grandi masse di denaro, oppure certe forme di denaro in quanto tali, vengono annullate e spariscono dalla circolazione; la svalutazione appare allora come riduzione improvvisa del potere d’acquisto o della solvibilità sociali, il che può (ma non sempre deve) assumere l’aspetto di una generale riduzione dei prezzi.

Se la dimensione del processo di svalutazione è abbastanza grande, è lecito immaginare che inflazione e deflazione si presentino contemporaneamente, su diversi piani: per esempio inflazione dei prezzi dei beni di consumo e dei beni d’investimento, contemporanea svalutazione di depositi bancari, titoli di Stato, azioni e immobili. Questa combinazione di ambedue le forme di svalutazione del denaro è possibile quando la speculazione crolla e lo Stato cancella con un atto di forza il debito che esso ha contratto con i suoi creditori, mentre il governo continua a emettere carta-moneta per non far cessare del tutto il consumo di massa e evitare ribellioni (i contorni di una tale situazione sono diventati visibili, per esempio, in Jugoslavia e poi in Serbia-Montenegro).

Ma comunque si realizzerà nei dettagli la svalutazione globale del denaro – i cui prodromi si lasciano avvertire nella maggior parte del mondo come ciclo iperinflazionistico -, essa costituisce la fine storica del modo di produzione basato sul denaro. E’ un’illusione credere che dopo il grande shock svalutativo e/o ciclo svalutativo del denaro globale, il gioco capitalistico possa ricominciare di nuovo, su un terreno divenuto "sgombro". Diversamente dal passato, l’attuale svalutazione non è più una mera interruzione momentanea dell’ascesa del lavoro astratto nel capitalismo industriale, ma indica uno stadio irriversibile della scientifizzazione nel "ricambio organico con la natura": da un lato, la rapida diminuzione della creazione di valore nel capitalismo industriale a causa della razionalizzazione e della globalizzazione mediate dalla microelettronica; dall’altro, l’estensione, altrettanto rapida, del lavoro capitalisticamente improduttivo (che, dal punto di vista del sistema, media solo consumo per le condizioni infrastrutturali): la combinazione di questi due processi rappresenta uno stadio in cui il capitalismo non può più seguire i propri criteri. La sua contraddizione logica è giunta storicamente allo stadio di maturità.

In queste nuove condizioni, i processi svalutativi del capitale non preparano più il terreno per una nuova fase di accumulazione, come ancora dovrebbe essere secondo la teoria di Joseph Schumpeter. La svalutazione di "vecchie" forme del capitale porta alla formazione di nuove forme del capitale solo quando queste ultime aprono la possibilità di un ulteriore utilizzo di lavoro astratto all’altezza del livello vigente di produttività; solo l’espansione fordista ha costituito un caso del genere. Ma se questo potenziale allargamento non è più dato, perché il livello di produttività è diventato troppo alto e la razionalizzazione cresce più velocemente dell’estensione dei mercati, allora la semplice svalutazione di denaro, macchinari o edifici non serve a niente. Nessuna svalutazione riporta a uno stadio anteriore (ossia inferiore) della scientifizzazione, poiché il livello di produttività è immagazzinato, in ultima analisi, nel sapere della società e nelle teste delle persone, e non nelle sue forme esteriori, quali macchinari, impianti ecc. Una mera svalutazione o una distruzione bellica di questi impianti non basterebbe a creare una nuova base di partenza per una fase secolare di accumulazione.

La concezione primitiva, secondo cui il capitale brucia periodicamente se stesso per poi risorgere come la fenice dalle sue ceneri, passando così dall’eterna autodistruzione all’eterno autorinnovamento, fa parte del pensiero mitologico, non di quello storico e analitico. Una svalutazione in quanto tale, alla quale non segua una reale, e maggiorata, produzione di valore ad alta intensità di lavoro (che non è solo produzione di beni, ma, appunto, utilizzo di quantità di lavoro astratto), rimane una semplice svalutazione; una ripresa della riproduzione capitalistica sulla presunta nuova base di partenza reitererebbe dunque molto velocemente la crisi e il crollo. Nei cicli d’iperinflazione e di crollo periodico dei sistemi finanziari, si può già riconoscere in molte regioni del mondo una tale situazione.

Il vecchio marxismo ha sempre legato tutte le sue idee di critica e di emancipazione alle forme immanenti della riproduzione capitalistica (lotte ridistributive in forma monetaria, regolazione o "pianificazione" nel quadro della forma-merce ecc.) e aveva ridimensionato la teoria marxiana della crisi, digerita a metà, secondo questi bisogni immanenti. Esso non può dunque offrire una risposta ai nuovi sviluppi della crisi: lo può tanto poco, quanto la teoria economica borghese diventata insostenibile da tempo. La crisi della produzione di merci in quanto assurdo scopo tautologico, implicata nel carattere di feticcio di un "modo di produzione basato sul valore" (Marx), non può più essere risolta sul suo stesso terreno.

Lo shock svalutativo del denaro non è però solo uno shock svalutativo del pensiero scientifico (in forma-merce) esistito fino ad oggi, ma uno shock svalutativo della coscienza sociale in generale. Al termine definitivo di un fase paranoica di sviluppo nella forma irrazionale del valore, durata più di 200 anni, arriva una prova decisiva per la società umana: la questione se essa, senza impazzire completamente, può andare oltre le radicate strutture feticistiche delle relazioni denaro-merce, o se ricadrà nella "barbarie". Ma una cosa è certa: non potrà più continuare nella sua forma attuale.

-di Robert Kurz - (pubblicato sul web da Nino Caliendo su El Niño Blog di cultura, politica, attualità, problematiche sociali

Originale: Robert Kurz: Die Himmelfahrt des Geldes, Krisis 16/17, Horlemann Verlag, Bad Honnef, 1995
In Italiano: Robert Kurz: la fine della politica e l’apoteosi del denaro, manifesto libri, Roma 1997