domenica 14 aprile 2013

nel labirinto

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Un altro racconto, ed un altro labirinto dentro la guerra civile spagnola: quello della guerra nella guerra. La guerra, condotta dalla CNT, contro i disfattisti, i disaffezionati, gli allarmisti e contro la quinta colonna, messi tutti insieme in un mazzo. . Ma anche il racconto degli infiltrati dentro la CNT stessa. Un racconto fatto anche di bugie, di menzogne, di divergenze, come quelle raccontate da Max Aub. Leggende indimenticabili, come quella del porto di Alicante, dove i cenetisti mangiavano prosciutto, mentre i comunisti dovevano accontentarsi delle lenticchie; e le navi non arrivavano…
E sempre parlando di navi e di porti del levante - e questa volta, purtroppo, niente leggende - c'è la storia dei pedaggi milionari che incassava la CNT-FAI, a Valencia, dov'era padrona e signora, per imbarcare i vari capetti sulle navi dirette a Marsiglia. La stessa CNT-FAI che, attraverso il Comitato di Salute Pubblica del Comitato Esecutivo Popolare, esigeva ed imponeva le pene più severe contro chiunque fosse sospettato di disaffezione e di "destrismo". Come faceva a Barcellona, per mezzo delle Pattuglie di Controllo di Aurelio Fernández (braccio armato del Comitato delle Milizie, inventato da Garcia Oliver), per non parlare di Madrid ...
Ma il paradosso consisteva nel fatto che la CNT era sì il maggior pericolo per il nemico, ma era anche il modo migliore per ottenere salvacondotti, credenziali, licenze; dal momento che abbisogna della maggior forza, e del più alto numero di affiliazioni, possibile, per le sue colonne e i suoi battaglioni, questo la portava ad aprire le proprie porte senza andare troppo per il sottile. Però, c'è anche da dire che chi veniva sorpreso ad ingannare la sua buona fede, la pagava assai cara. Come accadde a Raimundo Campos, tipografo del giornale della CNT di Madrid, il quale, scoperto come falangista, si sparò in testa quando vennero a prenderlo; o come nel caso del bibliotecario Florián Ruiz Egea, spia franchista, che venne spedito al "pollaio" del Comitato di Difesa.
Ma ci furono, in certi casi, anche degli eccessi di "zelo rivoluzionario", come nel caso della fucilazione di Gardeñas, avvenuta per ordine di Escorza e con il plauso di Federica Montseny e, ovviamente, dell'ineffabile Esgleas; e questo perché Gardeñas aveva il vizio di andare a visitare le case dei borghesi di Barcellona e appropriarsi delle loro borse e delle loro vite. Così come con troppo zelo vennero incarcerati i miliziani della "Checa" della Chiesa del Carmine, e venne fucilato il loro capo, "el Olmeda", insieme alla sua compagna "la Patro". E come dimenticare il vecchio libraio Antonio Rodríguez Sanz, “el Antoñito”, che si era fatto prendere un po' la mano dalla giustizia rivoluzionaria, nella "checa" di "Campo Libre" di Madrid, dove c'era un allevamento di suini che venivano nutriti ... dai controrivoluzionari? Un po' troppi, forse. Finirà in un battaglione di punizione, agli ordini di Gregorio Gallego, il quale, al ricordo dei tanti libri che da lui aveva comprato, prima della guerra, per pietà lo tolse dalla prima linea. Ma “el Antoñito” si lamentava ...
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Però, bisogna non perdersi niente, per cui è bene dare un'occhiata a queste due fotografie. Quella più in alto, ci mostra Melchor Rodríguez,"l'angelo rosso", solo che è circondato, senza saperlo, da una corte di falangisti. Gli stessi che, dopo la guerra, posano felici con il braccio teso nella foto appena sotto. Fra loro, il suo "fedele" segretario, Batista, e il suo autista, Curro, lo stesso che gli guardava le spalle, dall'inizio alla fine della guerra. Una coppia che si incaricava di andare a prelevare chi veniva segnalato da Melchor. Ma come criticare Melchor, se proprio Manuel Salgado, l'eminenza grigia dell'intellighenzia cenetista, proteggeva nella propria casa un "cucciolo fascista", liberato dal carcere Modello, un cucciolo con denti di lupo, come non tardò a dimostrare, consegnando ai franchisti tutti quelli che lo avevano accolto, per ottenere protezione dopo la sconfitta della Repubblica. Lo stesso Salgado che, all'inizio della rivoluzione e della guerra, organizzava false spedizioni di rifugiati nelle ambasciate, e che aveva come primo aiutante tale Manuel Ramos, che diverrà capo di una delle "ceche" più famose e più sanguinarie di Madrid, la cecha di Ferraz.
Del resto, la quinta colonna riuscì ad avere qualche successo, per esempio con Juan Tebar Terrasco, che ottenne la segreteria del Sindacato degli Insegnanti, a Madrid, e riuscì a far infiltrare una dozzina di membri di Acción Popular y Falange, specializzati in sabotaggi di ogni tipo. Ma anche, Antonio Bouthelier, uno degli appartenenti alla quinta colonna più famoso e segnalato, il più ricercato, che si ritrovò a scrivere articoli, come infiltrato, su "Frente Libertario", il periodico del Comitato di Difesa!! E quelli che lo sapevano, dicevano che Salgado proteggeva Bouthelier; però non sapevano perché.
Nel frattempo di tutto questo, uomini della FAI, mentre la fame era al culmine, si facevano ritrarre in una foto "maledetta" in cui si vede un certo numero di agnelli macellati, con grande gioia di Bouthelier. Fortuna volle, che nessuno commettesse l'errore di pubblicare la foto sui giornali.
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Solo al poeta libertario León Felipe era concesso di raccontare fatti del genere, sebbene più di uno mise mano alla pistola, quando lo sentì declamare, a Valenzia, il suo componimento poetico, La Insignia:
"Spagnoli, spagnoli rivoluzionari, spagnoli della Spagna legittima, ascoltate:
Sono qui - guardateli - sono qui, li conoscete bene.
Camminano per tutta Valencia, stanno nella retroguardia di Madrid,
ed anche nella retroguardia di Barcellona. Stanno in tutte le retroguardie.
Sono i comitati, i partitini, le fazioni, i sindacati,
i guerriglieri criminali della retroguardia cittadina.
Stanno, abbracciati al loro ultimo bottino, guardandolo, difendendolo,
con un'avidità che non ha mai avuto nemmeno il borghese più degradato.
Al loro bottino! Abbracciati al loro bottino! Perché non hanno altro che il bottino.
Lo chiamano perfino confisca."

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E così, anche passando per questo, si arriva alla vigilia della sconfitta, e si arriva all'esercito di Cipriano Mera che fece pelo e contropelo ai comunisti, a Fuencarral, e si arriva al colonnelo Casado che negozia la resa, supplicando Franco. E si parla di rispettare quelli che non si erano macchiati le mani di sangue, e di dare un passaporto ed aprire le porte dell'esilio a quelli che le mani se le erano macchiate. E qualcuno ci crede! Ma era troppo tardi per poter tornare indietro, e Mera inghiotte e manda giù tutta la sua amarezza e comincia a parlare alla radio. E’ lui il paladino, il campione del Consiglio di Difesa di Casado, il quale lo guarda, da vicino, quasi incuriosito. Nel mentre, Salgado e Garcia Pradas sfumano nella penombra e nel segreto. Nella foto qui sotto non compare, ma non lontano doveva esserci il colonnello José Centaño de la Paz, quintacolunnista della "Lucero Verde" nonché capo di stato maggiore della repubblica e strettissimo collaboratore di Casado, con cui rimane in massima confidenza, per tutta la guerra.  
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