venerdì 17 agosto 2007

Quando il passato ... resta!



Giuseppe Bonfatti, un partigiano come tanti. Nei primi giorni dell'ottobre del 1943, insieme ad altri giovani di Viadana (Mantova), crea la "Libera Associazione Giovanile". In seguito ad un lancio di volantini antifascisti è arrestato insieme ad altri compagni . Processato, viene condannato a cinque anni di confino e internato nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi, da cui però fugge. Riesce a stabilire un collegamento col gruppo che di lì a poco diverrà la Prima Brigata Partigiana di "Giustizia e Libertà". Forma a Buscoldo un raggruppamento di "sappisti" che poi si fonderà con un altro gruppo di Cavallara. Bonfatti ne prende il comando. Il 19 novembre del 1944 gli arriva l'ordine di eliminare il tenente Omobono Fertonani, comandante delle brigate nere di San Matteo delle Chiaviche. Bonfatti gli tende un agguato, ma Fertonani non è solo e la sorpresa fallisce. Riesce comunque a lanciare da lontano una bomba a mano che ferisce leggermente il fascista, quindi si dà alla fuga. All'imboscata fa seguito un imponente rastrellamento e trentacinque partigiani vengono arrestati e condotti a Fossoli. Qualcuno parla e fa il nome di Giuseppe Bonfatti. Una squadra delle brigate nere di Sabbioneta, comandata da un certo Faina, mette in atto un'azione di rappresaglia contro la casa della famiglia di Bonfatti, dove erano la madre e le sorelle, dandola alle fiamme, picchiando le donne e uccidendo gli animali. Bonfatti giura di vendicarsi.
L'8 novembre 1990, in un bar del centro di Viadana, Bonfatti chiede di Giusppe Oppici, uno dei volontari che gli ha bruciato la casa. Oppici è un fascista incallito, uno di quelli che, ad esempio, litiga quando perde a carte. E tutte le volte che si arrabbiava, gli amici lo prendevano in giro dicendo - "guarda che prima o poi torna il Bonfatti e ti mette a posto", senza sospettare che la cosa si sarebbe avverata.
Riconosciutolo, Bonfatti lo invita con una scusa ad uscire dal bar. In mano ha un giornale, dentro al quale ha incartato un piccone lungo sessanta centimetri. Appena fuori dal bar, comincia a colpirlo alla testa con violenti fendenti, urlando - "Sono tornato per fartela pagare". Oppici crolla a terra. Il Bonfatti continua a colpire fino a quando non gli spacca la scatola cranica. Poi posa il piccone accanto al corpo e si avvia tranquillamente verso la piazza. Alla gente che accorre, si rivolge dicendo - "chiamate i carabinieri. Che mi vengano a prendere, quel che dovevo fare l'ho ormai fatto!" Poco dopo viene fermato. Assolutamente calmo, si dichiara "prigioniero di guerra" e, in caserma, quando gli chiedono il motivo per cui ha ucciso, tira fuori una "dichiarazione ad uso pensione di guerra" rilasciatagli dal comune di Viadana che attesta, fra l'altro, come gli sia stata incendiata la casa, per rappresaglia, da un gruppo di Brigate nere fasciste. E conclude - "sono tornato apposta dal Brasile per ammazzarlo". Ritiene di aver compiuto un atto di guerra partigiana, seppure con quarantacinque anni di ritardo!

2 commenti:

Lansdale ha detto...

da dove è tratta questa storia ?
è possibile girarla per mail ?

franco senia ha detto...

Questa storia viene raccontata, fra l'altro, in "Cesare Bermani IL NEMICO INTERNO Guerra civile e lotta di classe in italia (1943 - 1976)." Edizioni Odradek - Non credo ci sia nessun problema a "girarla". Come per tutte le storie!

salud