lunedì 29 maggio 2017

Di interesse culturale!

Kantidiota

"Kant è un idiota", si può leggere, scritto con vernice spray, sull'edificio russo dedicato al filosofo illuminista tedesco del XVIII secolo, situato nell'enclave russa di Kalilingrad, che oggi si trova in rovina ed è diventato un lungo di incontro e di bevute per i giovani del luogo, stando a quanto riferisce il sito web di notizie "Novy Kaliningrad",
Recentemente, qualcuno ha tracciato sulla facciata in mattoni rossi dell'edificio, con vernice spray una frase taducibile come "Kant è un idiota". L'evidente insulto è accompagnato dal disegno di un fiore e da quello di un cuore, apparentemente tracciati dalla medesima bomboletta di vernice.
Un reporter del Novy Kaliningrad che ha visitato il posto, ha scoperto che nell'erba vicina era stato appiccato un incendio, che avrebbe potuto diffondersi all'edificio, qualora non fosse stato spento.
Lo scorso anno, le autorità regionali hanno annunciato che stanno cercando un custode per l'edificio che è stato dichiarato di interesse culturale. Tuttavia, le condizioni dello stabile sono rimaste pietose.
I russi sono rinomati per aver preso assai sul serio la filosofia di Kant, famosa soprattutto forse per la sua "Critica della Ragion Pura". Nel 2013, una discussione sul filosofo, avventuta fra due uomini in un negozio di alimentari della città di Rostov-sul-Don, nel sud della Russia, si è conclusa con uno degli uomini che ha aperto il fuoco contro l'altro, facendo uso di pallottole di gomma.

fonte: The Moscow Times

sabato 27 maggio 2017

Robert Kurz va a Cannes!

filmbabbr


La fabbrica di niente
- Un film di Pedro Pinho -

La "Quinzaine des réalisateurs" (quest'anno, la quarantanovesima), è una selezione parallela del festival di Cannes creata dopo gli eventi del maggio 68 ed organizzata dalla "Société des réalisateurs de films". Il film portoghese di Pedro Pinho è stato selezionato nel quadro dell'ondata di cinema neorealista.

Una notte, un gruppo di lavoratori si accorge che la direzione sta smantellando la loro fabbrica. Ragion per cui, si organizzazo per tentare di salvare quello che rimane  cercare di impedire la delocalizzazione degli impianti, e nel mentre si ritrovano senza più il loro posto, senza lavoro, La "Fabbrica di niente" è un invito a ripensare il ruolo del lavoro umano in un sistema in cui la crisi è diventata il modello di governo dominante. Il film è un inno allo spirito collettivo, e allo stesso tempo una commedia musicale umana.

La corrente neorealista, la Wertkritik e la teoria della crisi
- Estratto dall'intervista ad  Edouard Waintrop, delegato generale della "Quinzaine des réalisateurs": "C'è una sorta di corrente neorealista mondiale" -

«C'è una sorta di corrente  neorealista mondiale che si ritrova anche nel film portoghese di Pedro Pinho, "La fabbrica di niente", che parla a più livelli cimematografici della lotta operaia contro la delocalizzazione. È un film che ha delle immagini e dei colori incredibili, ed abbiamo a che fare con un giovane cineasta che non ha per niente paura. Il film comincia quasi come se fosse un giallo, e poi assume più toni, c'è um momento in cui è una commedia musicale, c'è un momento quasi teorico dove un professore di filosofia politica molto noto spiega cos'è il capitalismo oggi, nel dettaglio più intimo della politica, del sociale».

Dalla classe operaia alla classe dei superflui, del capitalismo e del suo "limite interno assoluto" e del superamento dell'autogestione della produzione di merci. La "gabbia di ferro" che modella le forme sociali e le categorie capitalista dev'essere spezzata, e per prima cosa dev'essere spezzata nella sua logica fondamentale del rapporto di scissione fra i sessi. Operando una rottura ontologica con la sintesi sociale capitalista costituita dal lavoro, il fine può essere solamente una società concepita al di là della maschilità e della femminilità, al di là del lavoro, della forma merce e della forma denaro, al di là del mercato e dello Stato, al di là della politica e dell'economia, al di là del diritto e della democrazia, al di là dell'industria, al di là dei generi, delle razze e delle classi.

«Non esiste nessuna classe intra-capitalista che ne rovescia un'altra. C'è solo l'incontrarsi di individui desiderosi di sbarazzarsi del "soggetto automatico" (nonostante la loro rispettiva posizione in seno al capitalismo) che si scontra con quella parte della società che vuole assolutamente conservarlo (anch'essa a prescindere dalla sua data posizione) e che intende trovare la propria salvezza nella concorrenza senza scrupoli» (Robert Lurz,  Lire Marx, La balustrade, 2002, p. 367).

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

 

A Fábrica de Nada - Trailer from TERRATREME FILMES on Vimeo.

giovedì 25 maggio 2017

Cercando un altro Graal

machine

Stiamo varcando una nuova frontiera nell'evoluzione dell’elaborazione dati, stiamo entrando nell'era dei sistemi cognitivi. La vittoria di Watson, il sistema di intelligenza artificiale sviluppato da IBM, al quiz televisivo Jeopardy! ha rivelato come ricercatori e ingegneri, in ogni parte del mondo, stiano spingendo i confini della scienza e della tecnologia fino a creare macchine che sentono, imparano, ragionano e interagiscono in modi inediti con le persone, dando loro suggerimenti e consigli. Con questo libro, Kelly e Hamm introducono all'affascinante mondo dei «sistemi cognitivi» anche i lettori non specialisti, aprendo una finestra sul futuro del computing. I sistemi cognitivi promettono di penetrare nella complessità e aiutare persone e organizzazioni a prendere decisioni migliori. Possono supportare i medici nella diagnosi e nella cura dei pazienti, aumentare le prospettive di analisi, prevedere i maggiori eventi meteorologici e contribuire a progettare città più intelligenti. Di questa tecnologia gli autori descrivono aspetti interni ed esterni, spiegandoci come ci aiuterà a capire e dominare i «big data», una delle più grandi sfide nell'elaborazione delle informazioni che imprese e governi dovranno affrontare nei prossimi decenni. Coinvolgente e appassionato, il libro ispirerà decisori pubblici, università e imprese tecnologiche di tutto il mondo a lavorare insieme per alimentare questa eccitante ondata di innovazione.

(dal risvolto di copertina di John E. III Kelly e Steve Hamm: Macchine intelligenti. Watson e l'era del cognitive computing, Egea)

Storytelling di una tecno-utopia
- di Mumerico -

Nel Frammento sulle macchine (1858/1859) Marx definisce il rapporto tra macchine come lavoro oggettivato e appropriazione del lavoro vivo dell’operaio da parte del capitale. Per molti aspetti questo testo fornisce una chiave di interpretazione per il libro di John E. III Kelly e Steve Hamm, Macchine intelligenti (Egea, pp. 144, euro 17). Marx descrive l’azione della scienza che costruisce le macchine: piuttosto che di invenzione, si tratta della dissezione dei comportamenti umani, resi così elementari da essere facilmente catturabili e quindi simulabili da una macchina. Ho sempre pensato che Marx qui anticipi Alan Turing quando nel 1936 sostiene l’equivalenza della sua «Macchina» – che costituisce il disegno teorico del computer – con il lavoro di un essere umano che calcola, articolando la sua azione in una successione finita di passi così semplici da essere sintetizzati in forma di istruzioni o comandi che chiunque, anche una macchina, può eseguire.
L’autore del «Capitale» affronta, inoltra, il nuovo ruolo del lavoro vivo quando le macchine esauriranno gran parte dei processi produttivi. Il lavoratore non parteciperà più alla creazione concreta della merce, ma sarà solo sorvegliante e controllore della produzione. Questo passaggio è riprodotto da Joseph Licklider, informatico e teorico della rete Arpanet negli anni Sessanta. Nel 1965 in un libro sul futuro delle biblioteche (The future of libraries), sosteneva che la produzione di sapere sarebbe stata il frutto di una simbiosi tra uomo e macchina. In questa simbiosi la gestione materiale e l’organizzazione dell’insieme delle conoscenze sarebbe stata appannaggio della macchina, mentre l’essere umano sarebbe solo stato il governatore del processo e un facilitatore senza alcun ruolo attivo. Licklider sperava comunque che l’uomo avrebbe conservato la capacità di intuizione in qualche caso, ma in generale avrebbe supportato la macchina nella produzione di sapere, non più di merci.

Licklider anticipa il discorso sulla ricerca, ma soprattutto la retorica intorno ai Big Data, ai quali Macchine Intelligenti dedica un intero capitolo. I due autori – che a Licklider si rifanno esplicitamente – appartengono al mondo Ibm: John E. III Kelly è Senior Vicepresident di Ibm Cognitive solutions, mentre Steve Hamm all’epoca della stesura del testo era il chief storyteller dell’Ibm.

La tesi del libro è che stiamo vivendo un cambio di paradigma nell’ambito delle macchine intelligenti e i sistemi cognitivi sarebbero il futuro, al quale aspiriamo. Ma non è chiaro completamente se questi sistemi rappresentino un salto di paradigma, o se siano solo una generazione più moderna delle attuali macchine in funzione, come Watson, il computer dell’Ibm che ha sconfitto i concorrenti umani a Geopardy, un quiz televisivo molto seguito negli Stati Uniti.
In un mondo complesso – si afferma – gli esseri umani non possono essere soli a prendere le decisioni. I sistemi che le prenderanno si saranno addestrati a contatto con umani in formazione, per esempio studenti di medicina, per imparare a simularne le tecniche di apprendimento, avendo a disposizione milioni di dati di casi utili per la diagnosi in corso. Una sorta di nuova cattura del ragionamento, invece che dei movimenti umani, ai fini di semplificarne la procedura e reiterarla attraverso l’analisi delle ingenti masse di dati a disposizione.

Come già sosteneva Licklider, in questo modello la quantità di dati disponibili trasformerà completamente l’efficienza cognitiva nella presa di decisione, producendo un cambio di marcia che metterà la macchina in grado non solo di archiviare e conservare, ma anche di selezionare i dati utili per ogni scelta. Le macchine svolgeranno l’analisi e la lettura di informazioni e trattati, perché gli umani non saprebbero gestire l’eccessiva quantità di informazione.

I due autori non chiariscono se i sistemi cognitivi, di cui parlano, sarebbero ancora all’interno del modello della macchina di von Neumann (il modello del calcolatore, attuale, per intenderci) oppure no. Ma se fossero oltre quel modello bisognerebbe chiarire meglio come garantirebbero l’affidabilità, soprattutto in presenza di dati così ingenti.
Si allude al calcolo parallelo come a un possibile superamento del modello sequenziale introdotto da von Neumann e alla ricerca su una macchina che adotterebbe la computazione quantistica per il proprio funzionamento. Ma questi interrogativi tecnici restano progetti di ricerca pieni di incognite ancora senza risposta, conditi dall’agiografia di manager e ricercatori Ibm che sembrano cavalieri della tavola rotonda senza macchia e senza peccato, di cui si narrano le gesta per il recupero del sacro Graal. Ovvero la soluzione la cui esistenza si ipotizza, ma per ora ancora introvabile.

Una cosa sembra chiara nel progetto dei sistemi cognitivi: c’è una crisi in corso. Al di là di tutta la retorica che lo storyteller capo mette in atto per schivarla, la crisi è quella della legge di Moore che prevede che ogni anno e mezzo si ottenga il raddoppio delle possibilità computazionali mantenendo inalterati gli spazi dei chip. Il silicio è al limite. Il grande progetto capitalistico di uno sviluppo senza fine sembra essere arenato o prossimo a rallentare notevolmente.
Non si può crescere senza mai fermarsi, non lo può fare l’economia, né i materiali per quanto sofisticati essi siano. La materia presenta il conto. il filosofo Herbert Marcuse direbbe che la natura è il limite di ciò che la tecnica non riesce a controllare. L’abbondanza infinita è una chimera e la crescita permanente un mito della retorica instancabile del capitale. Inoltre le capacità cognitive del cervello umano racchiuse in uno spazio poco più grande di un pompelmo e che consumano scarsissima energia sono ben lontane dalle prestazioni di tutti i sistemi cognitivi presenti e anche di quelli oggetto di ricerca futura, come ammettono gli stessi autori del libro.
Resta l’idea di catturare le capacità cognitive umane nella macchina. Ma diversamente da quando la tecnica catturava i movimenti ripetitivi della produzione materiale, qui la cattura riguarda i meccanismi umani per la presa di decisione, l’incertezza e l’instabilità che scelgono la soluzione in casi difficili. Il problema è che non esiste un unico sistema di ragionamento, altra chimera delle macchine intelligenti, non c’è una categorizzazione unica possibile.
Sistemi descritti nel libro come gli analytics pervasivi che dovrebbero aiutare le persone a orientarsi nella realtà di tutti i giorni o i cognitive enterprise lab che servirebbero a favorire la presa di decisione in situazioni complesse appaiono meccanismi accentratori, le cui capacità programmate in maniera opaca somigliano a una minaccia di normalizzazione rispetto alla diversità e variabilità dei criteri di valutazione umana.
Solo i nomi attribuiti a questi strumenti fanno rabbrividire e tradiscono la dimensione commerciale e l’interesse per una psicopolitica di controllo sugli individui. Rendere elementari i movimenti in una catena di montaggio per farli svolgere dalle macchine può avere un carattere liberatorio, a certe condizioni, automatizzare le decisioni degli esseri umani in tutti i campi, inclusa la ricerca e la conoscenza, sembra il disegno ricattatorio di uno di quei cattivi di Hollywood che il buono di turno riesce presto o tardi a sventare, per la gioia degli spettatori. Non è neanche molto chiaro quali siano i benefici che i sistemi cognitivi già in funzione e quelli che verranno dovrebbero portare all’umanità.
Aspettiamo un nuovo capitolo dell’infinito storytelling Ibm per maggiori dettagli.

- Numerico - Pubblicato su Manifesto dell'8 aprile 2017 -

martedì 23 maggio 2017

Selfie

selfie

Il turismo è l’industria più importante di questo nuovo secolo, perché muove persone e capitali, impone infrastrutture, sconvolge e ridisegna l’architettura e la topografia delle città. Con la lucidità del suo sguardo sociologico, d’Eramo tratteggia i lineamenti di un’epoca in cui la distinzione tra viaggiatori e turisti non ha più senso e recupera le origini di questo fenomeno globale, osservandone l’evoluzione fino ai giorni nostri. La nascita dell’epoca del turismo rivive attraverso le voci dei primi grandi globetrotter, a partire da Francis Bacon, passando per Samuel Johnson, fino a Gobineau e Mark Twain, che restituiscono una concezione del viaggio ancora elitaria e che, tuttavia, porta con sé quella ricerca del diverso, del selvaggio e dell’autentico tipica di ogni esperienza turistica. E proprio a questo spasmodico bisogno di autenticità si è adeguato il panorama urbano in cui viviamo oggi. Con una fondamentale precisazione: l’autenticità che appartiene alla logica del turismo è un’autenticità fasulla, che soddisfa le aspettative del turista piuttosto che offrire un’istantanea reale – e dunque non sempre piacevole o di facile interpretazione – di un certo luogo. Al punto da generare intere città turistiche, come Las Vegas o l’analogo esempio cinese di Lijiang, dove la Torre Eiffel può essere esportata e riprodotta di fianco al Canal Grande. Se il turismo è un’industria, i turisti sono il suo mercato e le varie città turistiche entrano in competizione per conquistarsene una fetta. Attraverso un percorso urbano che si sviluppa su tutto il mappamondo, d’Eramo smaschera la dialettica del fenomeno turistico e la affronta senza pregiudizi snobistici, collocandola nello spirito del suo tempo.  

(dal risvolto di copertina di: Marco d’Eramo: Il selfie del mondo. Indagine sull'età del turismo, Feltrinelli)

La ricerca del sublime sacrificata nei templi del tempo libero
- di Vanni Codeluppi -

Il filosofo Immanuel Kant è stato il primo a teorizzare, nella Critica del Giudizio, la figura del turista come un soggetto che si muove per il mondo alla ricerca di esperienze estetiche gratificanti. Alla ricerca cioè di mete di visita che sono in grado di assumere ai suoi occhi un carattere sublime. Non sono però sublimi in assoluto, ma lo diventano per un turista che li vive come inferiori rispetto a sé. Che trova dunque in tal modo una conferma della sua superiorità nei confronti della natura, ma anche di chi la abita, ovvero gli abitanti di un determinato luogo geografico.
Dall’epoca di Kant, però, il turismo è profondamente mutato. Quello che era un turismo d’élite è stato progressivamente sostituito da un vero e proprio turismo di massa. Pertanto, è andata scomparendo la distinzione tra i viaggiatori e la popolazione che vive in un territorio preciso, la quale ha cominciato a sua volta a viaggiare per il mondo alla ricerca di esperienze sublimi.
Ciò è potuto avvenire perché il turismo si è trasformato in uno dei fenomeni che più caratterizzano le società contemporanee. Al punto che l’attuale può essere considerata una vera «era del turismo». Marco d’Eramo, storica firma del manifesto, ne dà conto nel libro Il selfie del mondo (Feltrinelli, pp. 254, euro 22). D’Eramo racconta, intrecciando interpretazioni teoriche con un’elevata quantità di fatti e notizie, come il turismo si sia sviluppato. Come cioè le città e i luoghi turistici siano diventati oggetto di un intenso processo di miglioramento e promozione allo scopo di soddisfare una domanda di vacanze in forte crescita. Come dunque ogni territorio geografico e culturale è stato progressivamente considerato dotato di una specifica identità che può essere sfruttata per esercitare una capacità d’attrazione nei confronti della domanda turistica.
D’Eramo mette bene in luce come tutto ciò sia nato nel corso dell’Ottocento. Non a caso in tale periodo è andato definendosi il modello dell’albergo. In realtà, l’albergo ottocentesco era un «grand hotel», ovvero un luogo di elevato prestigio destinato ad ospitare poche persone privilegiate appartenenti all’aristocrazia e all’alta borghesia. Grazie alla locomotiva ferroviaria e al piroscafo, il viaggio da tormento si trasformava in piacere e le famiglie altolocate cominciavano a spostarsi. Non è un caso che nella seconda metà dell’Ottocento ci sia stata anche una larga diffusione di guide turistiche, come quelle pubblicate da Karl Baedeker in Germania o quelle celebri di Mark Twain.
Il turismo è diventato un fenomeno di massa soprattutto nel Novecento, in conseguenza di una legittimazione etica e sociale del concetto di tempo libero. D’Eramo mette inoltre in evidenza come il turismo si sia sviluppato anche moltiplicando i suoi modelli, assegnando una maggiore importanza allo sguardo del turista. Il quale ha trovato disturbanti le esperienze fatte con gli altri sensi. Che dunque vengono di frequente indebolite o addirittura eliminate.
Per esempio, D’Eramo riporta che i turisti che non hanno il coraggio di fare rafting nel Grand Canyon in Arizona trovano a pochi chilometri di distanza un cinema IMAX con 525 posti su cui viene proiettato un film di 34 minuti su uno schermo da 21 metri con sei amplificatori Dolby stereo che permette di vivere la stessa esperienza di scendere nel fiume con il canotto.
Ciò è possibile perché, come aveva già sottolineato nelle sue Mythologies Roland Barthes, il turismo si presenta essenzialmente come un fenomeno culturale e comunicativo. D’Eramo sposa perciò la posizione di Dean MacCannell, secondo il quale quello che conta per i luoghi turistici è la loro capacità d’attrazione, che la società elabora dando vita a delle «frecce», cioè dei markers che attirano l’attenzione.
Il turista poi, visitando tale luogo, produce a sua volta altri markers: cartoline, fotografie, giudizi sui social network. Non a caso, l’atto del fotografare sostituisce spesso per i turisti il guardare. E il digitale, semplificando l’atto del fotografare, ha intensificato questi comportamenti. Dunque, la diffusa pratica odierna del selfie, che dà il titolo al libro di D’Eramo, è dovuta al bisogno di segnalare la propria presenza e la propria esistenza, ma anche alla necessità di produrre dei «marcatori». Il turista contribuisce pertanto a conferire con i suoi markers una natura autentica all’attrazione turistica.
Di conseguenza, nascono anche città interamente dedicate al turismo, o trasformate a tale scopo. D’Eramo racconta di diverse città di questo tipo: Venezia, San Gimignano, Las Vegas o la cinese Lijiang, ricostruita dopo un terremoto secondo un modello di pura fantasia. Eppure oggi ogni anno ben 20 milioni di turisti si accalcano all’interno di tale città per vedere dei falsi nuovi edifici antichi, come il palazzo mai esistito della famiglia Mu.
Si tratta di città che applicano il modello dell’«autenticità messa in scena» di cui ha parlato MacCannell. L’autenticità dev’essere cioè «marcata» per essere visibile al turista. Perciò spesso il turista rimane deluso, perché si è precostituito delle aspettative tramite i markers che ha incontrato prima della sua visita e che non corrispondono alla realtà. Eppure l’industria turistica odierna non si ferma. Spesso addirittura trasforma in attrazione gli stessi turisti. E riesce a fare affari persino svelando la messa in scena, cioè mostrando cosa è possibile trovare dietro le quinte, secondo quel modello che oggi applicano abitualmente i grandi chef, che permettono ai clienti di entrare nelle loro cucine.
Eppure, nonostante tutto, va riconosciuto, come fa anche D’Eramo in sede conclusiva, che il tanto bistrattato sguardo del turista di massa non è molto lontano da quello della modernità. Rappresenta cioè il riflesso di quell’insaziabile volontà di conoscere e comprendere il mondo circostante che ha alimentato con successo il processo di sviluppo delle società occidentali.

- di Vanni Codeluppi - Pubblicato sul Manifesto del 29 aprile 2017 -

lunedì 22 maggio 2017

Ribelli

schiavi

Il miraggio della libertà nel mondo antico
Intervista con Orietta Rossini, curatrice della mostra «Spartaco. Schiavi e padroni a Roma», all’Ara Pacis
- di Federico Gurgone -

Il giurista Gaio, suddito dell’illuminato Marco Aurelio, divideva in due la specie umana: liberi e schiavi. Un sistema binario, nel probabile rapporto di sette a tre, raccontato crudamente all’Ara Pacis dalla mostra Spartaco. Schiavi e padroni a Roma, curata da Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo e visitabile fino al 17 settembre.
A un certo punto del percorso espositivo, l’attenzione è catturata da un contenitore bronzeo di profumi in forma di testa di schiavo, in prestito dal Louvre. È questa l’essenza di Roma: il profumo degli eletti costruito sul sudore insanguinato della maggioranza. L’Urbe segna l’origine del capitalismo. E infatti poggiava i piedi sullo schiavismo. «L’idea è nata al museo archeologico di Madrid, dopo aver visto le catene in ferro rinvenute nelle miniere romane – racconta Orietta Rossini
– Quando sono giunti all’Ara Pacis i due reperti esposti, l’archeologa accompagnatrice mi ha detto che i restauratori avevano individuato evidenti tracce di resti organici impresse nel ferro».
Non sorprende: sono catene pensate per ferire le caviglie appena ti muovevi. E dovevi muoverti, altrimenti non lavoravi. Dalla Spagna viene anche una gerla in quercia, impermeabilizzata con pece in quanto serviva per togliere acqua dai tunnel. Fu restituita dalle miniere andaluse di Rio Tinto, luogo di provenienza anche della stele di Quartulus, morto di fatica a quattro anni, rimasta a Madrid.
«Prima di procedere all’allestimento, abbiamo preso contatti con l’International Labour Organization, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di schiavitù nel mondo contemporaneo», continua la curatrice. Le foto esposte, scelte da Alessandra Mauro di Contrasto, sottolineano la tragica corrispondenza delle sezioni antiche con la realtà dei 21 milioni di schiavi del 2017, delocalizzati nelle periferie del capitale.
Ginnasti bambini nepalesi, agricoltori dell’Amazzonia presi per debiti; caporali in Italia, schiavisti senza nome laddove i padroni romani per lo meno non potevano nascondersi. «Essendo persone concrete e note, Claudio poté imporre una legge per punirle qualora abbandonassero uno schiavo anziano nel lazzaretto dell’Isola Tiberina. Finché non eliminiamo la povertà ci sarà sempre la schiavitù». Nelle miniere ci finivano i dannati ad metalla, ma anche i poveri di ogni epoca. Quartulus era nato libero.
Il Rio Tinto è rosso per i sedimenti ferrosi. Eppure il suo nome evoca sangue. I filoni di rame sono stati sfruttati dai fenici, dai romani e dalla britannica Rio Tinto Company, che costruì un villaggio per accogliere i minatori inglesi, reprobi di prima classe rispetto ai colleghi spagnoli scesi in sciopero nel 1888. L’esercito sparò su di loro, lasciando sul campo duecento morti.

Le miniere sono gironi danteschi. «Sì, se ne parliamo al di sotto dell’Ara Pacis è proprio perché ne costituiscono il nucleo: l’inferno», conferma Rossini, secondo la quale l’Impero Romano è stata la più grande economia schiavista della storia. In seguito alla smisurata introduzione di manodopera servile, i romani divennero ricchi e latifondisti, misero a tacere i Gracchi e dimenticarono i Cincinnato con la spada nella destra e l’aratro nella sinistra.
«Si trattava di un’economia proto-capitalista. Secondo Peter Temin, chi voleva far fruttare il suo capitale aveva anche gli strumenti finanziari per farlo: il prestito, l’interesse, l’investimento, le banche». E nel commercio al capitalista conveniva soprattutto impiegare uno schiavo, sottoposto alla sua illimitata autorità. Bastava dargli per stimolo un piccolo capitale da investire per conto proprio, e il servus diventava un borghese. Uno schiavo manager, benestante ma senza diritti: se veniva menomato da una terza persona, era il padrone a essere risarcito.
I romani giocavano al bastone e alla carota, elargendo benevolenza e terrore: il metus che colpì inesorabile i seimila spartachisti superstiti crocefissi lungo l’Appia. I curatori hanno fortemente voluto un’olio su tela dipinto nel 1878 da Fëdor Andreevic Bronnikov nella vicinissima via Vittoria, dall’altra parte di via del Corso, e subito dopo portato in Russia, da dove non era più uscito. Raffigura un episodio di crocefissione di schiavi: la peggiore delle punizioni, inventata per loro. «Gesù è trattato come uno schiavo: è umiliato. Si crocifiggeva fuori dalle mura urbane: a Roma sull’Esquilino, presso il campus sceleratus del quadro. La tabula puteolana stabilisce per il municipio di Pozzuoli la procedura delle esecuzioni. Esisteva un servizio di crocifissione pubblico, al quale poteva ricorrere anche un privato. C’era un preciso tariffario, il prezzo dei carnefici e della sofferenza richiesta. Una banalità del male. Un lavoro».
Bisognava essere pragmatici. Romolo non si era fatto problemi a reclutare schiavi fuggiaschi e i suoi eredi impiegarono massicciamente la manumissione: l’atto giuridico con il quale si affrancava uno schiavo. Al padrone conveniva liberarlo, se lui pagava. Da giovane magari non si ribellava, per la speranza di una vecchiaia da liberto. Da anziano non serviva più a nulla, meglio rottamarlo. Non che i romani siano mai stati razzisti; capitalisti estremi, tutto qui. «A Roma, paradossalmente, un ascensore sociale esisteva».
«La macchina era meritocratica – spiega Rossini – Gli schiavi migliori potevano far carriera. Fino agli anni ’60, in Mississippi, gli afro-americani non erano ammessi all’università; gli schiavi greci, invece, a Roma ci venivano da professori. Furono gli schiavi ellenici a portare la medicina sul Tevere, superando le antiscientifiche tradizioni dei pater famililas alla Catone. Nella mostra si può ammirare l’intero armamentario di un chirurgo: bisturi, divaricatori, cateteri, pinze e tenaglie».

Tra il 135 e il 71 a.C. tre generazioni di schiavi si ribellarono alla Repubblica. Inutile negare un dato di fatto: nessuno dei leader ribelli pensò mai di abolire la schiavitù, un male necessario esistente anche nella Tracia di Spartaco e nella Siria di Euno, il capo della prima rivolta. Erano ribelli, non rivoluzionari, argomenta Rossini. «Spartaco va immaginato come un mirmillone: il peso massimo dei gladiatori. Non poteva accettare per carattere la sottomissione. Aggiungi poi che Plutarco lo descrive non solo dotato di grande forza fisica, ma anche di intelligenza e acume: ’è più un greco che un trace’, il maggiore dei complimenti». Di fronte alla possibilità di aggredire Roma, però, rinunciò come Annibale. L’esercito era impegnato allora anche contro Sertorio in Spagna e Mitridate in Grecia. La situazione era favorevole, tuttavia Spartaco prese tempo perché consapevole della necessità di un presupposto: sollevare l’Italia degli oppressi contro i romani. La sua, più che una rivolta servile, fu una ribellione antiromana su base etnica.
E perché, peggiorata la situazione, non scappò? «Perché sarebbe stata una soluzione individuale. Invece lui accettò di guidare un esercito composto da disperati di diversa origine, non solo servile. In un momento successivo penso si sia reso conto di dover agire su base sociale. Non sappiamo se per convenienza o per convinzione. Nessuno può restituirci le sue idee. Certo era un uomo motivato dalla sete di libertà. Certo arrivò a instaurare tra i rivoltosi un regime più egualitario: spartiva il bottino in parti uguali, per questo ebbe un forte seguito tra gli scontenti».
Il suo sacrificio, in parte, servì. I romani impararono che l’eccesso di brutalità genera ribellione. Il sistema, per conservarsi, capì che non doveva esagerare. C’è una differenza tra il trattato di Catone sull’agricoltura e quello di Columella, scritto duecento anni dopo: nel secondo si invita a una gestione un po’ meno disumana delle risorse umane. Sempre pragmatici questi romani.

- Federico Gurgone - Pubblicato sul Manifesto del 9 maggio 2017 -

domenica 21 maggio 2017

Destino e complotto

piglia

«Nel romanzo in quanto genere, il complotto ha sostituito la nozione tragica di destino: alcune forze invisibili definiscono il mondo sociale e il soggetto, che non le comprende, è un loro strumento. Il romanzo ha fatto entrare la politica nella finzione sotto forma di complotto. La differenza tra tragedia e romanzo sembra essere legata a una ridefinizione del concetto di fatalità: il destino viene vissuto sotto forma di complotto. Non sono più gli dei a decidere la sorte, quanto piuttosto forze oscure che architettano macchinazioni che definiscono il funzionamento segreto della realtà. Gli oracoli hanno cambiato luogo; è la classica trama dell’informazione, le versioni e controversie della vita pubblica, il luogo visibile e denso dove il soggetto legge quotidianamente la cifra di un destino che non riesce a comprendere.»

da: Ricardo Piglia, "Romanzo e complotto" (2006)
- Pubblicato su «Nuova Prosa 46. America Latina dalle derive del realismo magico alla realtà del romanzo. Inediti, testimonianze, saggi» 2017 -

sabato 20 maggio 2017

Servi e padroni

servo

Seneca, Hegel, Marx La dialettica del padrone che si tramuta in servo
- di Umberto Curi -

In quello straordinario «romanzo filosofico» che è la Fenomenologia dello Spirito (1807) di G.W.F. Hegel, le figure del signore e del servo vengono introdotte quali esemplificazioni della «lotta per il riconoscimento», intesa come lotta per la vita e per la morte. L’esito dello scontro è descritto in un passaggio dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche: «Poiché la vita è essenziale quanto la libertà, la lotta termina innanzitutto, come negazione unilaterale, con la seguente disuguaglianza. Uno dei due combattenti preferisce la vita, si conserva come autocoscienza singolare, ma rinuncia al suo essere-riconosciuto; l’Altro, invece, si mantiene saldo alla sua autorelazione, e viene riconosciuto dal primo come da un assoggettato. Si ha così il rapporto tra signoria e servitù».
Ne risulta un riconoscimento asimmetrico: io riconosco l’altro senza che l’altro mi riconosca. Così facendo, io divento il suo servo e lui il mio signore. D’altra parte, quello del signore non è un riconoscimento totale, perché egli non riconosce a sua volta la realtà e dignità umana del servo. Ciò conduce al rovesciamento del rapporto tra signoria e servitù, perché, nel servizio, la co- scienza, si sostituisce la lotta di classe. Dall’altro lato, al binomio signore-servo subentra il dualismo borghesiaproletariato ovvero, negli scritti maturi di critica dell’economia politica, l’antitesi capitalista-operaio. Con un tratto di significativa continuità, rispetto all’impostazione hegeliana, perché al termine del processo il vero «vincitore» della lotta non sarà il signore (capitalista), ma il servo (operaio). Se si rimette «sui piedi» quella dialettica che Hegel aveva indebitamente messo sulla «testa» — come Marx auspica nella Sacra Famiglia (1845) — e non ci si affida a un «metodo mistico», ma si assume il «metodo trasformativo», si potrà giungere a individuare in coloro che attualmente sono servi il soggetto concreto della storia.
D’altra parte, la logica del rovesciamento, ben prima di Hegel e Marx, si ritrova già nel monito che Seneca rivolge nelle Lettere al giovane Lucilio: «Comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere». E poi, riassumendo: «Mostrami chi non è schiavo: c’è chi è schiavo della lussuria, chi dell’avidità, chi dell’ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura». Dove compare già l’assunto riguardante l’intercambiabilità, e dunque la potenziale reversibilità, dei ruoli fra il servo e il padrone.

Ma forse il testo che meglio esprime questa relazione è il racconto Il padrone e il servo, che Lev Tolstoj scrive nel 1895. Vasilij è il padrone burbero, avaro e avido, di un piccolo emporio di paese. Il suo servo Nikita lo assiste con slancio e dedizione, per un salario che è pari alla metà di quanto sarebbe prescritto. Durante un viaggio con la slitta trainata da un cavallo, i due vengono sorpresi da una bufera di neve. Vasilij abbandona il servo al suo destino, cercando di salvarsi in groppa al cavallo che ha sciolto dalla slitta. Ma al termine di un lungo giro, il cavallo lo riporta dove era stato lasciato Nikita. È a questo punto che si compie la svolta. Non è possibile che i due uomini si salvino insieme. Allora il padrone fa sdraiare il servo sulla pancia e si distende su di lui, riscaldandolo col calore del suo corpo.
Al mattino seguente, i soccorritori trovano Nikita ancora vivo sotto il corpo del padrone assiderato. Così Tolstoj narra gli ultimi pensieri di Vasilij prima della morte: «E si rammenta che Nikita è lì disteso sotto di lui e che si è scaldato ed è vivo, e gli sembra di esser lui Nikita e che Nikita sia lui, e che la sua vita non sia in lui stesso ma in Nikita. Si mette in ascolto, e sente il respiro, e persino il leggero russare di Nikita. “È vivo, Nikita, e dunque anch’io sono vivo” dice a se stesso con aria di trionfo. E si ricorda dei soldi, della bottega, della casa, degli acquisti, delle vendite e dei milioni dei Mironov; fa fatica a capire perché quest’uomo che chiamavano Vasilij Brechunòv si occupasse di tutte le cose di cui si occupava. “Be’, è perché non sapeva qual era il punto” pensa di Vasilij Brechunòv. “Non lo sapeva così come io lo so adesso. E adesso non mi sbaglio. Adesso so”. E sente di essere libero, e non c’è più nulla che lo trattiene. E null’altro vide e udì e sentì in questo mondo Vasilij Andreevic. Intorno tutto era ancora avvolto dal nevischio».

- Umberto Curi - Pubblicato su Corriere/La Lettura del 5 febbraio 2017 -