mercoledì 7 dicembre 2016

Erbacce

biblio

Nel 1931 un trasloco costrinse Benjamin ad affrontare la mole sterminata dei volumi accumulati nel corso degli anni. Dal mezzogiorno alla mezzanotte, senza essere riuscito a terminare l’impresa, il filosofo tedesco aprì le casse che contenevano la sua biblioteca. Le ore passate tra la polvere e gli scatoloni ispirarono questo saggio. Dalla tensione mai risolta tra ordine e disordine, alla presenza massiccia di libri mai letti sugli scaffali, passando per gli acquisti memorabili e le tattiche da adottare nelle aste pubbliche: tutto concorre a delineare la figura del collezionista, il cacciatore di libri, il flâneur che, perdendosi nelle grandi e piccole città, brama la scoperta di una botteguccia antiquaria o di una sperduta cartoleria.
Un testo curioso, qui presentato insieme ad altri due scritti, Presso il camino e Come si spiega un successo editoriale?, nei quali Benjamin indaga la magia della letteratura e le cause  che possono rendere un trattato sulle erbe un imprevedibile best seller.

(dal risvolto di copertina di: Walter Benjamin: La mia biblioteca, Eliot)

Benjamin un flâneur in biblioteca
- di Paolo Mauri -

Nel 1931 Walter Benjamin scrive un breve saggio che si intitola “La mia biblioteca”. A Benjamin interessa far luce sulla figura del collezionista, cioè, come subito ammette, di se stesso. «Avete già sentito parlare di persone che si sono ammalate per la perdita dei propri libri» continua. Già in “Infanzia berlinese” si era soffermato sulla sua storia di lettore: nel capitolo “Vecchi libri” ricorda appunto i volumi che gli passava il maestro a scuola e nel capitolo “Armadi” ecco il piccolo Benjamin, rimasto solo in casa, frugare prima nell’armadio della biancheria e poi proprio in quello dei libri. «Spalancavo i battenti, cercavo a tastoni il volume che non era allineato con gli altri, ma stava nascosto dietro, nel buio; lo sfogliavo febbrilmente fino a trovare la pagina dov’ero rimasto e, inchiodato sul posto, divorando le pagine davanti all’armadio spalancato, mi studiavo di trarre il massimo profitto dal tempo che mi separava dal ritorno dei miei. Di ciò che leggevo, nulla capivo. Voci di fantasmi, rintocchi di mezzanotte, anatemi…».
Non possiamo immaginare che cosa avrebbe detto Benjamin se avesse potuto squarciare il velo del futuro e vedere questa nostra epoca in cui tutti scrivono (e si scrivono) grazie a strumenti molto sofisticati e insieme di semplice gestione. Certo è che anche il libro come contenitore di scrittura è destinato sempre più a misurarsi con la scrittura che corre liquida in rete e in ogni computer. I nuovi mezzi di comunicazione si chiamano “social”, ma in realtà consentono di mettere in primo piano (esibire?) il proprio privato e di “spiare” quello altrui, esprimendo pareri in forma talvolta di stereotipato geroglifico.
Nel ricordare The Old Wives’ Tale, un romanzo di Arnold Bennett uscito per la prima volta venticinque anni prima, cioè agli inizi del Novecento (se ne parla in questo volumetto alla pagina 35), Benjamin apre il suo discorso all’insegna di Oscar Wilde. «Di Oscar Wilde si racconta che una volta si trovò in una cerchia di persone e che la conversazione era caduta sulla noia. Ciascuno aveva espresso una sua piccola sentenza; Wilde tacque sino alla fine. Lo guardarono impazienti per l’attesa. Allora disse: “Quando mi annoio, prendo un buon romanzo, mi siedo presso il fuoco del camino e lo osservo con attenzione” ». Spesso non ci si rende conto che il come (e il dove) si legge ha una sua notevole importanza. Non tutti oggi possono godere del fuoco del camino, metafora del calore che viene dalle vicende narrate nel romanzo stesso, anche se parla di morte e di destino.
Ma un libro è un oggetto che ha una sua perfezione. Come il cucchiaio, scrisse una volta Umberto Eco, intendendo dire che ci sono oggetti che si inventano una volta sola e durano per sempre. Robinson aveva con sé una Bibbia. Se avesse avuto un qualunque congegno elettronico, questo si sarebbe fatalmente scaricato e sarebbe in breve diventato inservibile. «Non c’è nulla di più bello che stare sdraiati su un sofà e leggere un romanzo» scrive Benjamin introducendo il suo discorso sul teatro epico di Brecht, che vede invece gli spettatori partecipare collettivamente a quanto accade in scena. Il fatto è che Benjamin si preoccupa di illuminare, come si è già detto, il futuro, dove l’opera d’arte si vale di tecniche riproduttive che permettono una sorta di creatività e fruizione collettiva. Rispetto a Benjamin noi viviamo già quel futuro e possiamo trarre qualche conclusione forse non del tutto provvisoria.
Benjamin ricorda che durante la rivoluzione del 1848 Dumas pubblicò un appello agli operai di Parigi in cui si presentava come un loro simile. In vent’anni, diceva, aveva scritto quattrocento romanzi e trentacinque drammi, aveva dato pane a 8160 persone: correttori e tipografi, macchinisti e guardarobiere, senza dimenticare neppure la claque.
È raro ma non impossibile che uno scrittore produca come una fabbrica: Balzac, Simenon, Wilbur Smith, Camilleri e tanti altri sono lì a dimostrarlo, e la tendenza dell’industria culturale è quella di arruolare scrittori prolifici nella fabbrica del bestseller, in una catena di montaggio che vede intrecciarsi autore, editore e pubblico senza più soluzione di continuità. Una scrittura originale e magari un po’ ostica è un vero tormento per il grande pubblico, e va decisamente controcorrente.
Per tornare all’immagine di Benjamin, quando erano in pochi a scrivere e in pochi a leggere il rapporto tra creazione e consumo era più semplice e diretto: chi scriveva somigliava a chi leggeva. E le biblioteche personali contenevano pochi libri fondamentali. In una società di massa può capitare che un lettore legga per tutta la vita senza mai incontrare un’opera degna di questo nome. In fondo non fa altro, questo ipotetico lettore, che adeguarsi al canone provvisorio che l’industria culturale prepara per lui giorno dopo giorno. Ma sull’industria culturale è già stato scritto tutto, nel bene e nel male. A mio parere, essendo produttrice di beni di consumo in grande quantità, è certamente una ricchezza per tutti, purché prima o poi si impari a consumare, così come si impara ad usare il cucchiaio stando a tavola. Tanto più il cucchiaio- libro.
Uno dei difetti dei pensatori troppo affascinati dai paradisi che verranno è quello di trascurare l’intervento diretto sul Presente, cercando di correggere quello che è possibile correggere. Per esempio, aiutati anche dal comportamento del mercato, possiamo pretendere che i libri, almeno in una certa misura, rimangano quello che sono da qualche secolo. Se ci piacciono così, perché dovremmo accettare l’idea che scompaiano? In fondo l’avvento delle automobili non ha eliminato le biciclette, dunque l’ebook può anche convivere a lungo con il libro di carta. E il piacere del testo di Roland Barthes si può incrociare con il piacere di leggere evocato da Benjamin.
«Come si spiega un grande successo editoriale?» si chiede Benjamin (il testo è qui alla pagina 43) ragionando non su un romanzo, ma su un libriccino dedicato alle erbe medicinali svizzere. Un manuale, insomma. «Al critico, cui i denti sono diventati traballanti dopo tanta pappa di romanzi, essi possono mostrare cosa ci vorrebbe ». Essi si basano infatti su una antica antitesi, quella tra luce e tenebre. Nel nostro caso si sta tra erbe ed erbacce, ma l’assunto è chiaro: bisogna saper toccare il cuore del problema, dove si nasconde la grande poesia.

- Paolo Mauri - pubblicato su La Stampa/Tuttolibri del 1° giugno 2016 -

martedì 6 dicembre 2016

Il carattere del lavoro

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Fuck Works
- di James Livingston -

Per noi americani, il lavoro significa tutto. Per secoli - diciamo, dal 1560 - abbiamo creduto che servisse a formare il carattere (puntualità, iniziativa, onestà, autodisciplina, e così via). Abbiamo anche creduto che il mercato del lavoro, dove andiamo a cercare un lavoro, sia stato relativamente efficiente nel dispensare opportunità e redditi. E abbiamo creduto che, anche se fa schifo, un lavoro dia senso, significato e struttura alla nostra vita quotidiana - in ogni caso, siamo abbastanza sicuri che ci farà alzare dal letto, ci farà pagare le bollette, ci farà sentire responsabili e ci terrà lontano dalla TV durante il giorno.
   Tutte queste convinzioni non sono più plausibili. Nei fatti, sono diventate ridicole, perché in giro non c'è abbastanza lavoro, e quello rimasto non ci pagherà le bollette - a meno che non si riesca ad ottenere un posto come trafficante di droga o come banchiere a Wall Street, diventando un gangster in entrambi i casi.
   Tutti, in questi giorni, da sinistra a destra - dall'economista Dean Baker fino allo scienziato sociale Arthur C. Brooks, da Bernie Sanders a Donald Trump - rispondono a questo crollo del mercato del lavoro sostenendo la "piena occupazione", come se avere un lavoro sia automaticamente una cosa buona, non importa quanto possa essere pericoloso, duro e umiliante. Ma la "piena occupazione" non è certo la strada per ristabilire la nostra fede nel duro lavoro, nel rispetto delle regole, o in qualsiasi altra cosa che possa suonare bene. Il tasso ufficiale di disoccupazione negli Stati Uniti si trova già al di sotto del 6%, abbastanza vicino a quello che gli economisti sono soliti chiamare "piena occupazione", ma la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi non è cambiata di una virgola. Non sarà un lavoro di merda a ciascuno, a risolvere tutti i problemi sociali che ci troviamo davanti.
   Non prendete per oro colato le mie parole, guardate i numeri. Attualmente, negli Stati Uniti già un quarto degli adulti occupati ricevono salari che sono al di sotto del limite della soglia di povertà - così come un quinto dei bambini americani vivono in povertà. In questo paese, quasi la metà degli adulti occupati ha diritto ai buoni pasto (la maggior parte degli aventi diritto non riceve i buoni pasto). Il mercato del lavoro si trova in panne, insieme a molte altre cose.
   Indipendentemente da quello che vi racconta il tasso di disoccupazione, tutti quei lavori che sono spariti nel corso della Grande Recessione non sono tornati - il guadagno netto di posti di lavoro a partire dal 2000 rimane a zero - e se dovessero tornare dalla morte, sarebbero zombie, lavori condizioni, part-time o lavori a salario minimo, nei quali i capi rimescolano i turni nel corso della settimana: benvenuti al Wal-Mart, dove ti pagano in buoni pasto.
   E non mi si venga a dire che l'aumento del salario minimo a 15$ l'ora risolverà i problemi. Nessuno mette in dubbio il significato morale dell'aumento. Ma a questo tasso di retribuzione, la linea ufficiale di povertà verrà superata solo dopo aver lavorato 29 ore la settimana. L'attuale salario minimo federale è di 7,25$. Lavorando una settimana di 40 ore, per raggiungere la linea ufficiale di povertà  bisogna guadagnare 10$ l'ora. Cosa rappresenta esattamente il fatto di guadagnare uno stipendio che non sia un salario di sussistenza, se non provare che possiedi un'etica del lavoro?

Ma, aspetta un attimo, il nostro dilemma non è forse solo una fase di passaggio del ciclo economico? Come sarà il mercato del lavoro del futuro? I profeti di sventura, quei dannati malthusiani, non sono forse stati sempre smentiti dalla crescente produttività, da nuovi settori di impresa, da nuove opportunità economiche? Be', sì - fino ad oggi. Il trend misurabile degli ultimi cinquant'anni, e le proiezioni plausibili per i prossimi cinquant'anni, sono troppo empiricamente fondati per essere liquidati come scienza triste o come non-sense ideologico. Somigliano ai dati sul cambiamento climatico - puoi negarli, se vuoi, ma sembri un deficiente quando lo fai.
   Ad esempio, gli economisti di Oxford che studiano i trend sull'occupazione ci dicono che quasi metà dei posti di lavoro esistenti, ivi compresi quelli che richiedono "capacità cognitive non di routine" - che richiedono cose tipo pensare - con l'informatizzazione, si trovano a rischio di sparire nei prossimi 20 anni. Stanno elaborando le conclusioni cui sono arrivati due economisti del MIT nel libro "Race Against the Machine" (2011). Nel frattempo, quei tipi della Silicon Valley che fanno le conferenze TED hanno cominciato a parlare di "surplus di esseri umani" come risultato di un unico processo - la produzione cibernetica. "Rise of the Robots", un nuovo libro che cita tutte queste fonti, è scienza sociale, e non fantascienza.
   Così questa nostra Grande Recessione - non prendete in giro voi stessi, non è affatto finita - è tanto una crisi morale quanto una catastrofe economica. Si potrebbe anche dire che si tratta di un'impasse spirituale, dal momento che fa sì che ci domandiamo quale impalcatura sociale, diversa dal lavoro, servirà alla formazione del carattere - oppure se il carattere in sé sia qualcosa cui si debba aspirare. Ma questo è anche il motivo per cui ci viene offerta un'opportunità intellettuale: ci costringe ad immaginare un mondo nel quale il lavoro non serve più a formare il carattere, a determinare il nostro reddito o a regolare la nostra vita quotidiana.

Cosa faresti se tu non avessi bisogno di lavorare per ricevere un reddito?
Per farla breve, tutto questo ci permette di dire, di già e abbastanza, fanculo al lavoro.

Certamente, questa crisi ci porta a domandarci: cosa ci sarà dopo il lavoro? Cosa faresti senza il tuo lavoro in  quanto disciplina esterna che organizza la tua vita quando sei sveglio - come imperativo sociale che ti fa alzare la mattina e ti fa andare in fabbrica, in ufficio, al negozio, al ristorante, dovunque tu lavori e, non importa quanto tu lo possa odiare, dove sempre torni? Cosa faresti se tu non avessi bisogno di lavorare per ricevere un reddito?
   E a che cosa assomiglierebbe la società e la civiltà se tu non dovessi "guadagnarti" da vivere - se il tempo libero non fosse una scelta bensì la nostra sorte? Ciondoleresti fuori dallo Starbuck con il tuo laptop aperto? O faresti volontariato per insegnare ai bambini in luoghi meno sviluppati, come il Mississippi? Oppure fumeresti erba e guarderesti tutto il giorno i reality in TV?
   Quello che sto proponendo qui non è un elegante esperimento mentale. Ormai si tratta di questioni pratiche dal momento che non ci sono abbastanza posti di lavoro. Perciò è tempo che cominciamo a porci maggiormente delle domande ancora più pratiche. Come sarebbe la tua vita senza un lavoro - puoi percepire un reddito senza che tu lavori per averlo? È possibile, ed - qui viene la parte difficile - è etico? Se sei stato educato a credere che il lavoro è l'indice del tuo valore nella società - come è avvenuto per la maggior parte di noi - ti sentiresti un imbroglione a prendere qualcosa senza dare niente in cambio?
   Dal momento che più o meno tutti riceviamo il sussidio di disoccupazione, abbiamo già qualche risposta provvisoria. Fin dal 1959, la componente più in rapida crescita del reddito delle famiglie è stato il "sussidio" da parte del governi. Dall'inizio del 21° secolo, il 20% di tutti i redditi familiari proviene da questa fonte - da ciò che è altrimenti conosciuto come welfare. Senza questo supplemento di reddito, la metà degli adulti con un lavoro a tempo pieno vivrebbe al di sotto della linea di povertà, e la maggior parte degli americani che lavorano si troverebbero nelle condizioni di dover beneficiare dei buoni pasto.
   Ma questi sussidi e contributi sono adeguati, sia in termini economici che morali? Continuando ad ampliarli, sovvenzioniamo la pigrizia, oppure contribuiamo ad arricchire un dibattito su quelli che sono i rudimenti di un buon vivere?
   I sussidi o i contributi, per non parlare dei bonus di Wall Street, ci hanno insegnato a come separare la ricezione di reddito dalla produzione di beni, ma ora, on la fine del lavoro in bella vista, la lezione deve essere ripensata. A prescindere come viene calcolato il bilancio federale, possiamo permetterci di essere il guardiano di nostro fratello. La vera questione non è se, ma in che modo scegliamo di essere.
   So cosa state pensando - non ce lo possiamo permettere! Ma sì che possiamo, e molto facilmente. Alziamo il tetto arbitrario posto ai contributi per la previdenza sociale, che ora è fissato a $127.200, e aumentiamo le tasse sul reddito, rovesciando la rivoluzione reaganiana. Questi due passaggi risolvono un falso problema fiscale e creano un surplus economico laddove invece ora misuriamo un deficit morale.
   Certo, direte voi - insieme ad ogni economista, da Dean Baker a Greg Mankiw, da sinistra a destra - questo aumento delle tasse sui profitti delle imprese è un disincentivo agli investimenti e quindi alla creazione di posti di lavoro. Oppure che spingerà le corporazioni oltre oceano, all'estero, dove la tasse sono più basse.
Ma nella realtà l'aumento delle tasse non può avere questi effetti.
Andiamo a ritroso. Le corporazioni per un bel po' di tempo sono state "multinazionali". Negli anni 1970 e 1980. prima che entrassero in vigore i tagli fiscali firmati da Ronald Reagan, circa il 60% delle merci importate venivano prodotte all'estero, oltreoceano, da compagnie americane. Questa percentuale da allora è cresciuta, ma non di molto.
   Il problema non sono i lavoratori cinesi - il problema è l'insensata idiozia della contabilità aziendale. Ecco perché la decisione del 2010 di "Citizens United" di applicare le regole della libertà di parola alle spese per la campagna elettorale è esilarante. Il denaro non è la parola, più di quanto non lo sia il rumore. La Corte Suprema ha evocato un essere vivente, una nuova persona, da quel che rimane del diritto comune, creando così un mondo reale assai più spaventoso del suo equivalente cinematografico: tipo, Frankenstein, Blade Runner o, più recentemente, Transformers.
   Ma la linea di fondo è questa. La maggior parte dei posti di lavoro non viene creata dagli investimenti privati delle imprese, per cui l'aumento delle tasse sui profitti aziendali non influisce sull'occupazione. Avete sentito bene. Dagli anni 1920, la crescita economica è avvenuta anche malgrado il fatto che gli investimenti privati netti si siano atrofizzati. Cosa significa questo? Significa che i profitti hanno esclusivamente il senso di annunciare agli azionisti (e agli specialisti della concorrenza) che la tua impresa sta andando bene ed ha un'attività fiorente. Non c'è bisogno di profitti per "reinvestire", per finanziare l'espansione o l'aumento della forza lavoro della tua impresa, come ha ampiamente dimostrato la storia recente di Apple e della maggior parte delle grandi corporazioni.

Perciò le decisioni di investimento da parte degli amministratori hanno solo un effetto marginale sull'occupazione. Tassare i profitti delle corporazioni per finanziare lo stato sociale che ci permette di amare il nostro prossimo ed essere i custodi del nostro fratello non è un problema economico. Si tratta di qualcos'altro - è un problema intellettuale, un rompicapo morale.
   Quando riponiamo la nostra fede nel duro lavoro, noi desideriamo la formazione del carattere ma stiamo anche sperando, o ci stiamo aspettando, che il mercato del lavoro assegnerà i redditi in maniera equa e razionale. E il guaio è che le due cose procedono insieme. Il carattere può formarsi sul lavoro quando possiamo vedere che esiste un'intellegibile, giustificabile relazione fra lo sforzo fatto, le competenze imparate e la ricompensa presente. Quando vedo che il tuo reddito è del tutto sproporzionato rispetto alla tua produzione di valore reale, di beni durevoli che tutti noi possiamo usare ed apprezzare (e per "durevole" non intendo solamente le cose materiali), ecco che comincio a dubitare che il carattere sia la conseguenza del duro lavoro.
   Per esempio, quando vedo che si fanno milioni con il riciclaggio dei soldi del cartello della droga (HBSC), o con lo spingere titoli tossici da parte dei manager dei fondi di investimento (AIG, Bear Stearns, Morgan Stanley, Citibank), oppure predando sugli investitori a basso reddito (Bank of America), o comprando i voti al Congresso (tutti quelli sopra insieme) - insomma, i soliti affari a Wall Street - mentre mi ritrovo a mettere insieme il pranzo con la cena per mezzo dei guadagni provenienti dal mio lavoro a tempo pieno, allora realizzo che la mia partecipazione al mercato del lavoro è del tutto irrazionale. Mi rendo conto che dal momento che il crimine paga, formare il mio carattere per mezzo del lavoro è stupido. Potrei benissimo diventare un gangster come loro.
   È questo il motivo per cui una crisi come quella della Grande Recessione è anche un problema morale, un'impasse spirituale - ed anche un'opportunità intellettuale. Abbiamo scommesso così tanto sull'importanza sociale, culturale ed etica del lavoro che nel momento in cui il mercato del lavoro fallisce, nella maniera spettacolare in cui sta avvenendo oggi, non riusciamo a spiegarci cosa stia succedendo, o ad orientarci verso un diverso insieme di significati da assegnare al lavoro ed ai mercati.
   E quando dico "noi", voglio dire praticamente tutti noi, da sinistra a destra, in quanto tutti vogliono rimettere gli americani a lavorare, in una maniera o nell'altra - la "piena occupazione" è l'obiettivo sia dei politici di destra che degli economisti di sinistra. La differenza sta nei mezzi, non nei fini, e questi fini comprendono delle cose immateriali come l'acquisizione del carattere.
   Il che è come dire che tutti quanti hanno raddoppiato il loro interesse per i benefici del lavoro proprio nel momento in cui il lavoro si trova sul punto di svanire. Garantire la "piena occupazione" è diventato un obiettivo bipartisan nel momento stesso in cui è diventata sia impossibile che inutile. Sarebbe un po' come se si fosse voluto garantire la schiavitù negli anni 1850, o la segregazione negli anni 1950.

Perché?
Perché lavorare, per noi abitanti delle moderne società di mercato significa tutto - indipendentemente dal fatto che formi un solido carattere e che assegni un reddito in maniera razionale, e a prescindere dalla necessità di doversi guadagnare da vivere. È stato il medium della maggior parte del nostro modo di pensare una buona vita fin da quando Platone ha fatto una correlazione fra il lavoro artigianale e la possibilità dell'idea in quanto tale. È stato il nostro modo di sfidare la morte, costruendo e riparando le cose durevoli, le cose importanti che sappiamo dureranno oltre il tempo che ci è concesso sulla Terra, in quanto ci insegnano, creandole e riparandole, che il mondo - il mondo prima e dopo di noi - ha i suoi propri principi di realtà, a prescindere da noi.
   Pensate alla portata di quest'idea. Il lavoro è stato un modo per dimostrare le differenze fra i maschi e le femmine, ad esempio con il fondere i significati di paternità e di "capofamiglia", per poi, più recentemente, separarli. Dal 17° secolo, maschile e femminile sono stati definiti - non necessariamente realizzati - dai loro ruoli in un'economia morale, come uomini che lavorano e ricevono salari per la loro produzione di valore per mezzo del lavoro, o come donne cui non viene pagato niente per la loro produzione e cura delle famiglie. Naturalmente, queste definizioni ora stanno cambiando, così come cambia il significato di "famiglia", insieme ai cambiamenti profondi e paralleli nel mercato del lavoro - l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro, è solo uno di questi cambiamenti - ed ai cambiamenti negli atteggiamenti nei confronti della sessualità.
   Quando il lavoro scompare, i generi in quanto prodotto del mercato del lavoro appaiono sfuocati. Quando diminuisce il lavoro socialmente necessario, quello che una volta veniva chiamato il lavoro delle donne - educazione, sanità, servizi - diventa la nostra industria di base, e non più la dimensione "terziaria" di un'economia misurabile. Il lavoro dell'amore, aver cura l'uno dell'altro ed imparare come fare ad essere il custode di nostro fratello - il lavoro socialmente utile - diviene non solo possibile, ma eminentemente necessario, e non solo nell'ambito delle famiglie, dove l'affetto è normalmente disponibile. No, voglio dire là fuori, nel vasto mondo.
   Il lavoro è stato anche il modo americano di produrre il "capitalismo razziale", come lo definisce adesso la storia, attraverso il lavoro degli schiavi, il lavoro forzato, la mezzadria, e i mercati del lavoro segregati - in altre parole, un "sistema di libera impresa" costruito sulla distruzione dei corpi neri, un edificio economico animato, saturato e determinato dal razzismo. Non c'è mai stato negli Stati Uniti un libero mercato del lavoro. Come ogni altro mercato, è stato sempre vincolato da una legale, sistematica discriminazione contro la gente nera. Si potrebbe perfino dire che questo mercato vincolato ha prodotto gli stereotipi ancora operanti della pigrizia degli afro-americani, escludendo i lavoratori neri da ogni lavoro remunerativo, confinandoli nel ghetto della giornata di otto ore.
   Eppure, eppure. Sebbene il lavoro sia stato assai spesso soggiogamento, obbedienza e gerarchia, è anche il luogo dove molti di noi, probabilmente la maggior parte di noi, hanno espresso in maniera consistente il nostro più profondo desiderio umano di essere liberi da ogni autorità o obbligo impostoci esternamente, di essere autosufficienti. Per secoli, abbiamo definito noi stessi per mezzo di quello che facciamo, per ciò che produciamo.
   Ma a questo punto dobbiamo sapere che questa definizione di noi stessi implica il principio della produttività - da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo la sua creazione di valore reale attraverso il lavoro - e ci consegna all'idea insensata secondo la quale valiamo quanto il mercato del lavoro riporta, come prezzo. Ormai è anche tempo di sapere che questo principio dà un determinato corso alla crescita infinita ed al suo fedele accompagnatore, il degrado ambientale.

Finora, il principio di produttività ha funzionato come principio della realtà che ha fatto sembrare plausibile il sogno americano. «Lavora duramente, gioca secondo le regole, vai avanti», oppure, «Ottieni quello per cui paghi, fai il tuo, riceverai giustamente quello che ti sei onestamente guadagnato» - simili prediche ed esortazioni vengono usate per dare un senso al mondo. In ogni caso non suonavano come deliranti. Ma ora lo fanno.
   Di conseguenza, l'adesione al principio di produttività minaccia la salute pubblica quanto minaccia il pianeta (attualmente, sono la stessa cosa). Impegnarci in quel che è impossibile, rende folli. L'economista premio Nobel Angus Deaton ha detto qualcosa del genere quando ha spiegato il tasso anomalo di mortalità fra i giovani bianchi della Bible Belt, sostenendo che «hanno perduto la narrazione delle loro vite» - volendo dire in tal modo che hanno perso la fede nel sogno americano. Per loro, l'etica del lavoro è una condanna a morte in quanto non possono viverla.
   Perciò l'imminente fine del mondo pone le domande fondamentali su cosa significhi essere umani. Per cominciare, cosa potremmo scegliere di fare nel momento in cui il lavoro - le necessità economiche - non consuma più la maggior parte delle nostre ore di veglia e della nostra energia creativa? Quali possibilità evidenti e ancora sconosciuto apparirebbero? Come cambierebbe la natura umana se il privilegio aristocratico del tempo libero fosse diritto di nascita per tutti?
   Sigmund Freud ha insistito sul fatto che l'amore ed il lavoro erano gli ingredienti essenziali per la salute dell'essere umano. Di certo aveva ragione. Ma può l'amore sopravvivere alla fine del lavoro in quanto suo partner attivo nella buona vita? Possiamo lasciare che le persone ottengano qualcosa in cambio di niente e continuare a trattarli come fratelli e sorelle - in quanto membri di una comunità? Puoi riuscire ad immaginare il momento in cui incontri un attraente sconosciuto ad una festa, oppure mentre sei online alla ricerca di qualcuno, chiunque, però quando lo incontri non gli chiedi: «Allora, tu che lavoro fai?»

Non avremo nessuna risposta a tutto questo, fino a quando non ci renderemo conto che il lavoro per noi non significa tutto - e che d'ora in poi non potrà nemmeno più farlo.

- James Livingston - Pubblicato su "Aeon", il 25 novembre 2016 -

fonte: AEON

lunedì 5 dicembre 2016

Il sesso del capitalismo

Scholz

"Senza lotta non si ottiene niente"
- Fabian Henning intervista Roswitha Scholz sulla dissociazione-valore e sul patriarcato -

Fabian Henning: Rimane ancora chiaro, come constatavi più di 20 anni fa, quale sia il sesso del capitalismo?

Roswitha Scholz: Ho scritto il saggio "Il valore è l'uomo" nel 1992, che allora venne pubblicato anche sulla rivista "Krisis". È stato soprattutto un esercizio teorico, che ora considero tutto sommato troppo semplicistico. "Il valore è l'uomo" - questa formulazione sensazionale ora mi fa sentire quasi un po' a disagio, perché suona parecchio come se io avessi personalizzato il dominio astratto. La cosa fondamentale per me, tuttavia, è intendere la dissociazione-valore come contesto di base del patriarcato produttore di merci. Quello che qui avviene, è che il femminile ed il lavoro domestico sono dissociati dal valore, dal valore astratto e dalle forme connesse della razionalità, dal momento che alcune qualità connotate come femminili, quali la sensualità e l'emotività, vengono attribuite alle donne. L'uomo, da parte sua, rappresenta qualità come la comprensione, la forza di carattere ed il coraggio. Nello sviluppo moderno, l'uomo è stato identificato con la cultura, e la donna, con la natura. Valore e dissociazione si trovano qui in una relazione dialettica reciproca. La dissociazione-valore attraversa tutte le sfere della società, vale a dire, l'economia, la politica, la scienza e anche la sfera pubblica e quella privata.
Ad ogni modo, ho sviluppato molto più il teorema della dissociazione-valore. Il saggio del 1992 non è che per me sia scomodo, ma credo che non sia più il caso che mi si citi a partire da quello.

F.H.: Nel 2000, hai pubblicato "Il sesso del capitalismo".

R.S.: Sì, ne "Il sesso del capitalismo" ho elaborato e modificato la mia tesi, così come ho fatto in molti saggi che sono stati pubblicati su "EXIT!". Per esempio, nel 2013 ho scritto un testo sulla "cura".

F.H.: Che ne pensi del dibattito sulla "cura"? Ritieni che sia ingenuo il riferimento positivo al lavoro di "curare"?

R.S.: A mio avviso, le discussioni sulla cura vengono soprattutto caricate di moralismo. Il curare, nel patriarcato capitalista emerge non tanto come un problema oggettivo, quanto come una questione etica. Irene Dölling, per esempio, rivendica una valorizzazione delle attività onorarie e di volontariato. Vede il capitalismo decadente. Per lei la cura è una concezione del futuro, cui si riferisce in maniera positiva. Contrariamente alle concezioni più antiche, volte anche ad un apprezzamento della femminilità a partire da una maggior valorizzazione dei cosiddetti lavori riproduttivi, in Dölling il concetto di cura diventa una relazione positiva con la femminilità. In realtà, una tale concezione della cura va bene anche senza il femminismo, in quanto quello che viene idealizzato non sono le donne, ma semmai le attività non commerciali in generale. Sul meta-piano della riproduzione globale della società, la dissociazione-valore, rimane assente in queste teorie. E questo è un vero peccato, poiché la cura - o il ricorso alle attività riproduttive realizzate soprattutto dalle donne - è in origine una concezione materialista, marxista. Non voglio dire che non si debba lottare, ad esempio, per migliorare la qualità spaventosa degli ospedali e delle case di cura, o per migloramenti salariali. Solo che semplicemente non mi piace per niente il kitsch che si esprime nei concetti di lotta come "rivoluzione della cura". Né l'assurdità secondo cui si potrebbe trasfomare questa società in una società della cura...

F.H.: Questo vale anche per le teorie postmoderne?

R.S.: Gli approcci postmoderni, di Judith Butler e Michel Foucault o dei loro allievi, a partire dagli anni 1990 sono stati soprattutto degli sforzi volti alla decostruzione delle identità. Tali approcci queer-femministi pretendono di decostruire i dualismi donna/uomo e produzione/riproduzione. Cosa che però non può che fallire, dal momento che rimane la relazione di dissociazione-valore. Se ora, improvvisamente, gli approcci queer-femministi si interessano alla critica dell'economia politica, la cosa mi sorprende. La critica dell'economia politica ed il queer femminismo sono in contraddizione, già a partire dalle loro premesse. Anche il rapporto fra femministe decostruttiviste e femministe materialiste non si poteva definire esattamente poco conflittuale. Ancora negli anni 1990, chiunque si riferiva alla grande narrativa di Marx veniva ridicolizzato come si si trattasse di un vecchio rimambito. In quell'epoca c'era ben poche femministe che si riferivano a Marx, come, ad esempio, Frigga Haug. Per quanto riguarda Regina Becker-Schmidt e Gudrun Knapp Axeli, mi sono domandata cosa avesse a che fare la loro ricerca con Marx e con la teoria critica. Ritengo che allora fosse anche difficile, per la critica sociale radicale, essere presi sul serio nel mondo accademico. Questo ha a che fare anche con l'istituzione di studi sulle donne e con una mutazione verso gli studi di genere. Politicamente socializzato nella seconda metà degli anni settanta, il femminismo era allora un movimento extra-istituzionale, anti-establishment e contro l'elaborazione teorica androcentrica. A partire dalla metà degli anni ottanta, il femminismo è stato sempre più istituzionalizzato. Per istituzionalizzarsi nelle università, aveva bisogno di legittimarsi sulla base di teorie consolidate, motivo per cui il riconoscimento della dissociazione del femminile è stato represso strutturalmente.

F.H.: Perciò la critica della dissociazione-valore è impossibile nell'università?

R.S.: Nel decennio 1980, non era poi così poco comune parlare della dissociazione del femminile. Con la crescente istituzionalizzazione e con il cambiamento di paradigma da studi sulle donne a studi di genere, di tali approcci si è persa traccia. Sono stati sostituiti da decostruttivismo, interazionismo simbolico e approcci etno-metodologici. In seguito, la teoria femminista è stata sempre più reificata ed ha insistito sempre più visibilmente sulle identità. A causa di questa focalizzazione sulle identità, le strutture di base della società non sono state più affrontate. Anche il movimento delle donne ha finito per concentrarsi sempre più su tutto ciò che è locale e particolare. Nella postmodernità, ha prevalso un sentimento di rifiuto del generale, nel decennio dei novanta le grandi teorie erano malviste.

F.H.: E tutto questo è cambiato?

R.S.: C'è stata un'oscillazione. Diventata visibile nel corso della metà del primo decennio del 21° secolo, con il "Donne, pensate economicamente!" di Nancy Fraser. Fraser criticava il fatto che il movimento delle donne si fosse collocato in maniera troppo integrata rispetto all'ordine esistente. La decostruzione aveva finito per diventare favorevole al neoliberismo.

F.H.: Quindi, tutto può essere ricondotto all'economia?

R.S.: Per me non si tratta di spiegare, o di derivare tutto a partire dalla forma del valore. Bisogna considerare il piano culturale-simbolico, non dobbiamo usare solamente il linguaggio ed il discorso come sostituto della totalità. Anche il piano socio-psicologico è importante. Dobbiamo vedere la dissociazione-valore in quanto contesto di base. Ho sempre detto questo. Spesso mi sono sentita fraintesa - anche da parte dei fan della critica del valore. Costoro recepiscono i miei scritti di critica dell'economia, e, ovviamente, anche quelli di Robert Kurz, ma ignorano i passaggi che portano alla critica della dissociazione-valore. C'è da perdere le pazienza. Assai spesso vengo definita a partire da Robert Kurz. "Krisis" è sempre stata una banda di uomini. Ho dovuto lavorare con insistenza sull'androcentrismo di Robert Kurz, prima di arrivare a che egli si unisse alla mia teoria della dissociazione-valore. È stata un dura lotta per introdurre il femminismo nel gruppo degli uomini. In quanto donna, non mi sentivo presa sul serio, ma senza lotta non si ottiene niente. Ho lottato su due fronti - contro il decostruzionismo e contro gli uomini di "Krisis".

F.H.: Questa lotta ha portato alla scissione del gruppo Krisis e ad EXIT! ?

R.S.: Dal momento che ero una delle poche donne, mi è stata attribuita la colpa della scissione di Exit! e del gruppo Krisis - il che è assurdo. La questione era quella di sapere se la dissociazione fosse un aspetto della totalità, oppure se la dissociazione-valore è il contesto di base del patriarcato produttore di merci. La dissociazione-valore è stato uno dei motivi della separazione, ma non l'unico.

F.H.: Cosa ne pensi della crisi e del rafforzamento dei movimenti di destra?

R.H.: Sto scrivendo un saggio a proposito di queer, genere e svolta a destra. La mia tesi è che il queer ed il genere si incastrano bene nel neoliberismo e nell'ideologia della flessibilità. Inoltre, queer assai spesso non è altro che uno slogan da party e, pertanto, si integra nel migliore dei modi nella società del divertimento degli anni novanta. Ora, il divertimento è finito, e l'atmosfera è cambiata: lo sviluppo della crisi accelera, il risentimento è tornato e si volge contro i cosiddetti gruppi marginali. Prima è stato tentato di decostruire il razzismo, l'antiziganismo e l'antisemitismo - ma ora, a fronte della crisi, queste teorie superficiali, con il loro disprezzo per Marx e per la psicoanalisi, fanno una ben magra figura. La crisi, di fatto, non sarebbe stata evitata, anche con la conoscenza delle strutture sociali profonde, ma, quanto meno, avremmo avuto una valutazione realistica del presente. È già da tempo che vediamo la crisi fondamentale anche nel Sud dell'Europa, Grecia, Spagna, ecc., nella crisi finanziaria e nella caccia agli speculatori, nella relazione di crisi fra globalizzazione e Stato-nazione. Per non parlare del collasso della periferia. È qui che emerge l'identità di genere come ultimo bastione, quando non c'è più nient'altro di sicuro. Contro tutto questo, la decostruzione aiuta ben poco. Ovviamente, sono d'accordo che in una società emancipata la sessualità polimorfa dovrebbe essere vissuta, ma senza desublimazione repressiva. Nel capitalismo, la sessualità liberata non è realmente libera. Vale a dire, non basta riferirsi ad un'identità, o a un'identità differente, su un piano identitario.

- Pubblicato originariamente sulla rivista Jungle World nº 44, del 3 novembre 2016 -

fonte: EXIT!

domenica 4 dicembre 2016

Disertare

acciaio

Le strade roventi popolate da orde di mendicanti, da cortei funebri, da bande militari tedesche che incedono con grande strepito, dai temuti Ussari della morte che sfilano in tutto il loro minaccioso splendore, da individui affamati e senza casa che si aggirano con espressione apatica, indifferente. Il gigantesco cantiere sulla Vistola dove gli operai – russi, ebrei e polacchi – si sfiancano assonnati e indolenziti, perennemente sovrastati dal fragore delle onde, dal rombo dei macchinari, dal ruggito delle voci che sbraitano in varie lingue. È la Varsavia che accoglie Binyamin Lerner, reduce da nove mesi sul fronte galiziano nella fanteria dello zar. E più che mai deciso a sopravvivere, anche a prezzo della diserzione, a conquistare il suo destino in un mondo divelto dalle fondamenta: a contrastare, acciaio contro acciaio, l'inesorabile violenza della Storia. Una violenza che Singer ha vissuto sulla propria pelle e nella quale – mentre seguiamo Binyamin dal vertiginoso caos di Varsavia a una comune agricola in Polesia e infine a Pietroburgo, cuore della Rivoluzione – ci sprofonda, letteralmente, con la prodigiosa maestria che i molti lettori della Famiglia Karnowski hanno imparato a conoscere.

(dal risvolto di copertina di: Israel J. Singer: Acciaio contro acciaio, Adelphi)

Un disertore nel caos della storia
- di Giorgio Montefoschi -

Dopo nove mesi trascorsi sul fronte galiziano nella fanteria dello zar, il giovane ebreo polacco Binyamin Lerner torna nella sua città: Varsavia. Siamo nel cuore della Prima guerra mondiale, e all’inizio di Acciaio contro acciaio, il romanzo di Israel J. Singer pubblicato da Adelphi. La Polonia, terra di eterne contese, è al momento sotto il dominio dei russi, ma tutte le voci parlano della forte probabilità che l’esercito tedesco prenda il loro posto. Varsavia è immersa in una cappa di caldo massacrante. Il ponte sulla Vistola, che gli artificieri stanno minando per farlo saltare nel caso di una imminente ritirata, è invaso da una turba di gente che va e viene, creando un ingorgo mostruoso: soldati, fuggiaschi, malati, poveracci, animali, carrozze, camion, un corteo funebre ebraico, convogli militari. Sotto, a poche decine di metri da questa trappola immane, un gruppo di ragazzi e di ragazze sguazza felice nelle acque del fiume. E più avanti, un negozio di vestiti continua a tenere i modelli in vetrina, qualcuno ha comprato un mazzo di fiori. Varsavia sembrerebbe uguale a nove mesi prima. Invece c’è la guerra. E Lerner dovrebbe presentarsi al comando per tornare in prima linea. Ma il fiume è un’attrazione troppo forte. Anche lui scende vicino all’acqua, si sveste dei panni da soldato, cede al sonno.
Quando si sveglia — troppo tardi: ormai è diventato un disertore — l’unico rifugio possibile è la casa di suo zio: Reb Baruch Yosef. Viene accolto a braccia aperte, ma anche con qualche preoccupazione, perché i delatori sono ovunque; e passa qualche giorno. Una notte, Gitta, la figlia di Baruch Yosef, che di Binyamin è stata innamorata fin dalla fanciullezza, entra in silenzio nella sua stanza per osservare il ragazzo che dorme. È una notte di luna: riflessi meravigliosi si distendono sui suoi capelli neri. Binyamin si sveglia. «Mi ami ancora come una volta?», lei gli sussurra.
È una pausa, questa, destinata a durare ben poco. Reb Yosef, un visionario caparbio, è stato costretto ad abbandonare la sua tenuta al confine austriaco, ha fatto le speculazioni che era meglio non facesse, e ora è alle soglie dello stremo. Un ricco amico ebreo, tale Yekel Karlover, che invece ha saputo indovinare le speculazioni giuste, e vorrebbe sposare Gitta, non manca un giorno di farsi vivo con omaggi alla ragazza che lo rifiuta, proposte di affari al padre ed eventuale futuro suocero che, al contrario, in questo matrimonio vede la sua resurrezione. È una situazione parecchio complicata, che l’ostinazione a negarsi di Gitta, l’invadenza del pretendente, l’ira del suocero mancato, e soprattutto la presenza del vero ostacolo alle nozze, vale a dire Binyamin, rendono incandescente.
Lerner, dunque, abbandona la casa. È di nuovo un disertore, un uomo solo, nel mezzo di una città indescrivibile: profughi ebrei ammucchiati sui carri, sensali ebrei alla disperata ricerca di un abboccamento con un ufficiale russo, ambulanze stipate di moribondi e feriti, operai a torso nudo, odore di sangue, di catrame bollente. Poco più avanti: «Automobili cariche di ufficiali e donnine allegre che ogni tanto perdevano una piuma di struzzo, carrozze decorate con fiori e nastri di raso bianco» dirette a un ricevimento di nozze.

Ma i tedeschi avanzano, sono alle porte. E arrivano finalmente. I polacchi li guardano stupiti, con quei loro elmetti con il chiodo, e dicono: come sono piccoli i tedeschi. Ora, il grande ponte è stato distrutto e bisogna rimetterlo in piedi. Lerner si presenta e chiede di essere assunto. La sua baracca sembra la Torre di Babele: ci sono pericolosi criminali lasciati dai russi in ritirata, ebrei timorati di Dio ridotti pelle e ossa, minatori corpulenti, effeminati rampolli della nobiltà terriera, prigionieri di guerra, esiliati rispediti indietro dalla Siberia per combattere, contadini russi colmi della loro rassegnazione secolare. Intanto, è arrivato l’inverno: venti sferzanti portano i primi fiocchi di neve, gonfiano le onde scure del fiume, ghiacciano la melma nella quale questa moltitudine di derelitti trascina i tronchi, i propri corpi estenuati, le pietre, le catene. E la notte, nelle baracche, è un inferno: litigi, botte, ferite. Solo gli ebrei ortodossi, gli hassidim che hanno conservato i loro capelli lunghi, riescono a mantenere intatta la propria dignità umana: lavorano pur essendo incapaci, subiscono gli insulti senza protestare, rifiutano di ribellarsi, la notte — una volta Binyamin se ne accorge — si riuniscono davanti al muro di legno della baracca e insieme, a bassa voce, cantano le loro dolci preghiere.
Quella, dopo la notte di luna in casa di Reb Baruch Yosef, è la seconda e ultima oasi di quiete delle vicende che col loro incalzare travolgono ogni personaggio, ogni evento, ogni barriera verso un futuro cupo e ignoto. Ci sarà una rivolta. Lerner fuggirà e rincontrerà Gitta e nella casa di una benefattrice ebrea che alle pareti ha i santini di Cristo, torneranno ad amarsi. Si separeranno. Di nuovo si incontreranno e seguiranno un altro benefattore ebreo, che con la guerra ha guadagnato milioni, nelle sue terre per ricostituire una comunità di lavoro. Scoppierà il tifo. Gli ospedali si riempiranno di malati e di medici valorosi che non hanno nulla per curarli. I pidocchi nidificano sulle teste dei ragazzini. Le ragazze vengono stuprate dagli ufficiali tedeschi. Grossi ratti rubano gli ultimi chicchi di grano rimasti negli interstizi dei granai. Una donna senza gambe rimane incinta.
Tutti sono contro tutti. Gli ufficiali tedeschi, la notte dell’ultimo dell’anno, fanno venire dieci prostitute che ballano nude e si scatena prima un’orgia, poi una seconda rivolta. La guerra continua. Dal fango emergono cadaveri seppelliti in superficie che devono essere seppelliti più dentro la terra. Nei prati si allungano cimiteri immensi con le croci cristiane, le mezzelune, le lapidi ebree. L’umanità è lontana, sparita, perché gli uomini come tali non si riconoscono più, quando i giornali comunicano che a Pietroburgo c’è la rivoluzione. Allora Lerner va a Pietroburgo. Non si può dire che è pieno di speranza: va a Pietroburgo, sospinto dal movimento inconsapevole che lo sovrasta, e sovrasta chiunque, in questi disperati momenti, in questa sterminata regione del dolore che dall’Europa centrale va fino a Mosca e alle steppe. E a Pietroburgo, con l’assalto al Palazzo d’Inverno, si conclude il grandioso «romanzo del movimento», che non ha dato e non poteva dare tregua al lettore, e adesso sembra un gigantesco quadro futurista, con torri, elmetti, cannoni, e gli uomini, fermati per sempre nell’acciaio.

- Giorgio Montefoschi - Pubblicato su Il Corriere della Sera del 17 giugno 2016

venerdì 2 dicembre 2016

IL DESIDERIO DI SERVITU' VOLONTARIA

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La storia insegna che non sono mai i despoti a fare gli schiavi, ma gli schiavi a fare i despoti. 

Quando una votazione è imposta da un governo non eletto e approvata da un Parlamento illegittimo, con un quesito referendario in cui si rimescola un mazzo di carte false; quando tutti i poteri forti, finanziari, politici e istituzionali internazionali si buttano unanimemente nella mischia per orientare univocamente un risultato del​ voto italiano​ - prospettan​do​ apertamente ricattatorie conseguenze del voto contrario; quando perfino il capo di un governo sine titulo entra in lizza con​ mezzi di corruzione di massa sottratti allo Stato​; quando tutto questo succede senza vergogna e senza rivolta​ davanti ai nostri occhi, allora si è costretti a concludere che questa chiamata alle urne ha in realtà lo scopo principale di contare gli schiavi.

​Un regime già​ post-costituzionale vuole ora inaugurare un dispotismo consensuale, modificando una costituzione già ripetutamente e impunemente violata. Domenica 4 dicembre questo regime vuole contare i consensi dei servi volontari. Tutti i poteri hanno sempre esaudito il desiderio di assoggettamento dei sudditi. Il nostro vorrebbe così inaugurare, in sordina, una moderna forma di servitù volontaria.

Dopodiché, se il desiderio di assoggettamento sarà maggioritario, non sarà più necessario sottoporre altri quesiti all'approvazione dei sudditi, e si potrà procedere nella direzione intrapresa. O No?

- Gianfranco Sanguinetti -

giovedì 1 dicembre 2016

La politica, a pezzi

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Sono qui raccolti i frammenti e gli appunti di Walter Benjamin riconducibili alla sua intenzione di scrivere una Politica. Si tratta di un progetto che lo accompagnò dal 1919 al 1921 e che – tra scritti annunciati, in corso di elaborazione, in via di pubblicazione e altri irrimediabilmente andati perduti – non ha mai visto luce. In questo libro si tenta per la prima volta di restituirne una configurazione attraverso i frammenti che ci sono pervenuti: quelli di cui è possibile attestare direttamente l’appartenenza all’«arsenale» della Politica e quelli che, seppur senza un riscontro diretto, è possibile riferire alla sua costellazione per cronologia, tematica e terminologia. Tra gli altri, La Politica comprende alcuni dei frammenti più noti di Benjamin, come il Frammento teologico-politico e "Capitalismo come religione", spesso considerati quasi scritti a sé stanti, e che invece trovano proprio nella Politica il loro contesto originario. Questo libro si compone inoltre di altre due parti, "Antropologia" e "Sulla menzogna", i cui frammenti – sebbene risalgano al medesimo periodo – non è possibile attribuire inequivocabilmente al progetto della Politica, ma rappresentano tuttavia una risorsa essenziale per una sua più piena e profonda comprensione. Infine, in Appendice, è presentata una nuova traduzione di Sulla critica della violenza, in assoluto uno dei saggi benjaminiani più celebri e discussi, che della Politica è l’unico testo non rimasto allo stato di frammento e pubblicato in vita da Benjamin.

(dal risvolto di copertina di: Walter Benjamin: La Politica e altri scritti, a cura di Dario Gentili)


Walter Benjamin, la felicità profana degli uomini
- di Roberto Ciccarelli -

Filosofo dei frammenti, e del loro montaggio, Walter Benjamin ha fatto di necessità virtù. La sua esistenza nomade, alla prese con una precarietà che non ha nulla da invidiare alla nostra, si è conclusa in fuga dai nazisti con un tragico suicidio. Un’esistenza costellata di illuminazioni e anticipazioni sulle quali si continua ancora a riflettere. L’ultimo caso è quello della «Politica»: sin da giovane il filosofo aveva concepito un’opera organica di cui si conoscono frammenti notissimi come Sulla critica della violenza, pubblicata nel 1921. La Politik è al centro di una discussione intensa almeno quanto le discussioni sulla valigetta che Benjamin portava sempre con sé e che si pensa custodisse il suo ultimo lavoro, un libro a cui il filosofo diceva di tenere più che alla sua vita. Oggi non è possibile ricostruirla completamente, ma dai frammenti emergono lampi significativi. È questo il tema de La politica e altri scritti (Mimesis, pp.122, euro 12), un volume per il quale il curatore Dario Gentili ha scelto un filo conduttore che, pur non rispettando la disposizione dei materiali nell’opera completa, permette di organizzarli secondo un ordine tematico e cronologico. Per ricostruire il senso di questa opera incompiuta è decisiva la corrispondenza con l’amico e filosofo Gershom Scholem. In questi scritti Benjamin lega la «verità» all’opera «comune» che gli uomini possono fare insieme. A differenza di una lunga tradizione iniziata con Weber, il politico non è una personalità o individualità, ma si dà nella radicale immanenza dell’opera comune degli uomini. In questo consiste la loro felicità profana. La politica, nella sua caducità, non aderisce a ciò che esiste, ma adempie a un compito messianico. Accompagnato da visioni materialistiche, il messianesimo comunista di Benjamin procede in senso inverso rispetto alla teologia e alla volontà di rappresentare il Regno di Dio sulla Terra. Tra l’anarchismo giovanile e la stagione marxista della maturità la distanza è notevole, ma esistono alcune costanti. In questa raccolta di frammenti emergono due idee che Benjamin ha coltivato ancor prima di scoprire il materialismo: la rivoluzione è «innervazione degli organi tecnici della collettività» e «scassinare la teleologia naturale». Concetti che ribaltano molte versioni del materialismo che ha ignorato il fatto che la tecnologia è un fenomeno sociale e incarnato nella forza lavoro. Per non parlare della filosofia della storia che ha legato il comunismo alla teleologia naturale. Per Benjamin nulla è irreversibile, la tecnica è una questione politica, la politica si dà quando l’azione non ha uno scopo finale, ma è l’espressione di una felicità comune.

- Roberto Ciccarelli - Pubblicato su Il Manifesto del 26 ottobre 2016 -

benjbabel

mercoledì 30 novembre 2016

A/Traverso

mediterraneo

S’intitola "Is the Mediterranean the New Rio Grande? Us and Eu Immigration Pressures in the Long Run" («Il Mediterraneo è il nuovo Rio Grande? Pressioni migratorie a lungo termine negli Usa e nell’Ue») l’articolo degli economisti Gordon Hanson e Craig McIntosh pubblicato sul fascicolo autunnale della rivista «Journal of Economic Perspectives».

Il Rio Grande nel Mediterraneo
- L’immigrazione negli Usa frena, da noi accelera sempre più. Aiutare i Paesi d’origine non basta: la causa è la demografia -
di Enrico Moretti

Decine di migliaia di migranti sono arrivati in Europa negli ultimi due anni. I media in Italia e in altri Paesi europei descrivono questo fenomeno come un problema acuto e connesso a fattori temporanei dovuti a conflitti militari e instabilità politica. L’impressione che emerge è di un momento di crisi dovuto a cause contingenti, come la guerra in Siria e in Iraq o il caos politico e militare in Libia e Afghanistan. Negli Stati Uniti, la percezione dei flussi migratori è esattamente opposta. L’opinione pubblica, abituata da decenni a milioni di immigrati in arrivo dal Messico e dal resto dell’America Latina, vive i flussi migratori come un aspetto permanente della società americana, nel bene e nel male. La realtà è molto diversa dalla percezione, sia in Europa che in America. Il problema dei migranti in Europa è un problema strutturale destinato ad acuirsi nei prossimi due decenni, con flussi migratori in accelerazione. Invece, nonostante il ruolo enorme che questo problema ha avuto nelle elezioni presidenziali vinte da Donald Trump, i flussi migratori dal Messico verso gli Stati Uniti sono già diminuiti significativamente negli ultimi dieci anni e continueranno a rallentare.

Le ragioni di questi trend hanno a che vedere con cambiamenti profondi nelle dinamiche demografiche nei Paesi di origine. Non se ne parla molto, ma le dinamiche demografiche, e in particolare l’evoluzione dei tassi di natalità, sono una delle cause più importanti dei flussi migratori, perché il numero di giovani tra 16 e 30 anni è il fattore principale che determina il numero di migranti da un Paese di origine. Paesi con tassi di fertilità alti tendono ad avere un numero crescente di giovani tra i 16 e i 30 anni. I dati ci dicono che questi giovani hanno difficoltà ad essere assorbiti dal mercato del lavoro nazionale e quindi hanno un’alta propensione a migrare. Paesi con tassi di fertilità bassi producono flussi di migranti minori, a parità di condizioni economiche. Uno studio recente di Gordon Hanson e Craig McIntosh, economisti all’Università della California a San Diego e tra i massimi esperti di migrazioni, quantifica i flussi migratori verso Europa e America nei prossimi due decenni. Lo studio, pubblicato dal «Journal of Economic Perspectives» (del quale sono direttore), mostra che i Paesi africani da cui storicamente partono i migranti diretti verso l’Europa sono in pieno boom demografico. Nei prossimi 35 anni l’Africa raggiungerà un miliardo e 300 milioni di abitanti. Paesi come Ciad, Eritrea, Mali e Nigeria avranno un numero di giovani altissimo, ed enormi difficoltà ad assorbirli. Il numero di migranti in partenza dall’Africa diretti in Europa si triplicherà. Anche i Paesi mediorientali sono in pieno boom demografico, il che implica un aumento ulteriore dei migranti. I Paesi più colpiti dall’aumento saranno Spagna, Italia e Gran Bretagna, perché gli immigrati che si stabiliscono in questi Paesi vengono da nazioni d’origine in cui il boom demografico è più pronunciato. Invece la migrazione verso gli Stati Uniti continuerà a rallentare. Il Messico sta diventando una società sempre più urbana e sempre meno fertile. Proprio com’è accaduto nel Sud dell’Italia a partire dagli anni Ottanta, lo sviluppo economico, l’urbanizzazione accelerata, l’evoluzione del ruolo della donna e la modernizzazione culturale hanno alterato profondamente la famiglia tipica. Se negli anni Sessanta la donna messicana media aveva 6,8 figli, oggi ne ha 2,2. Il Messico e il resto dell’America Latina stanno invecchiando rapidamente e non deve quindi stupire se ci sono sempre meno giovani disposti a partire per gli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia, il numero di messicani negli Stati Uniti negli ultimi cinque anni non è aumentato, ma diminuito. Hanson e McIntosh concludono che nei prossimi vent’anni il Mediterraneo diventerà per l’Europa quello che il Rio Grande è stato per gli Stati Uniti nell’ultimo mezzo secolo, un punto di passaggio per milioni di migranti in viaggio verso Nord. Le implicazioni per l’Italia e l’Europa sono profonde. Anche se la guerra in Siria e l’instabilità in Libia e Iraq e altri Paesi mediorientali dovessero magicamente scomparire domani, l’Italia e l’Europa devono prepararsi a ondate migratorie crescenti e in accelerazione
fino almeno al 2035. Questi flussi migratori saranno di dimensioni tali da avere un effetto profondo anzitutto sul nostro mercato del lavoro e sulla nostra economia e più in generale su quasi tutti gli aspetti della vita nazionale, dalla politica alla cultura all’identità stessa della nostra società.

Quest’analisi ha due importanti implicazioni di politica estera per i Paesi europei. Primo, politiche di aiuto che accelerino la transizione demografica nei Paesi di origine, come campagne anticoncezionali, sviluppo dei sistemi previdenziali e sanitari, modernizzazione del ruolo della donna nel mercato del lavoro, sono sicuramente auspicabili per molte ragioni, ma non avrebbero alcun effetto sull’immigrazione dei prossimi due decenni. La ragione è che i giovani tra i 16 e i 30 anni che partiranno dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa tra il 2016 e il 2035 sono già in gran parte nati.
Secondo, politiche di aiuto focalizzate sullo sviluppo economico dei Paesi di origine favorirebbero la riduzione almeno in parte del problema e dovrebbero essere una delle priorità della politica estera europea nei prossimi anni. Se l’economia dei Paesi di origine accelerasse, il loro mercato del lavoro potrebbe assorbire un numero maggiore di giovani. Il boom demografico causerebbe comunque un aumento di migranti diretti in Europa, ma l’aumento sarebbe quantitativamente più contenuto e più gestibile. Ogni punto di Pil aggiuntivo in un Paese di origine si traduce direttamente in decine di migliaia di migranti in meno alle porte dell’Europa. Ci sono molte ragioni per cui politiche di aiuto che favoriscano la crescita economica nei Paesi mediorientali e africani sono nell’interesse dell’Europa, ma questa è di gran lunga quella più urgente.
In Europa come in America l’immigrazione è al centro del dibattito politico. Paura, pregiudizi e ondate di populismo ignorante e a volte violento accomunano fenomeni come la vittoria di Donald Trump, la Brexit, il successo elettorale dei partiti xenofobi europei, dall’Austria all’Olanda, dalla Danimarca alla Francia.
Quello di cui non ci si rende conto è come il quadro sia destinato a evolversi significativamente nei prossimi anni.
L’immigrazione verso gli Stati Uniti continuerà a rallentare fino a scomparire dal dibattito politico, quella verso l’Europa continuerà ad accelerare. Per gli Stati Uniti l’immigrazione è un problema del passato; per l’Europa è un problema del presente e soprattutto del futuro.

- Enrico Moretti - Pubblicato sul Il Corriere/La Lettura del 13 novembre 2016 -